Lavoro: dipendenti statali più cagionevoli dei privati

L’incidenza percentuale di chi si assenta dal lavoro per ragioni di salute sul totale dei lavoratori è superiore tra gli ‘statali’ rispetto ai dipendenti del settore privato. La conferma arriva da un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della CGIA su dati INPS: i dipendenti pubblici sono più cagionevoli dei colleghi che lavorano nelle imprese private, una tendenza storica evidenziata dalle statistiche relative alle assenze per malattia degli ultimi 7 anni. 

Solo in due occasioni, nel 3° trimestre del 2021 e del 2022, la situazione si è capovolta. Ma in linea di massima, per entrambi i settori il picco minimo di assenze per malattia si verifica durante i mesi estivi (luglio-settembre), mentre la soglia massima viene quasi sempre raggiunta in pieno inverno (gennaio-marzo). 

Nel 2024 più assenze per malattia nella PA ma per meno giorni

Anche nei primi due trimestri del 2024 il differenziale tra i due settori è stato molto significativo.
Se tra gennaio e marzo di quest’anno il 33% dei dipendenti pubblici è rimasto a casa almeno un giorno per malattia, tra i privati la quota è stata del 22%.

Nel 2° trimestre, invece, per i primi la soglia delle assenze è scesa al 26% e per i secondi al 18% 
Si può quindi affermare con buona approssimazione che i lavoratori del pubblico impiego si ammalano più dei privati, ma i giorni medi di assenza dei primi sono leggermente inferiori ai secondi.

Nel pubblico i licenziati per assenteismo sono pochissimi

Insomma, quando si lavora per lo Stato ci si ammala più frequentemente, anche se si registrano tempi di guarigione più veloci, in particolare nelle regioni del Sud.
Supporre che dietro una breve malattia si nasconda un comportamento assenteista è difficilmente dimostrabile. Tuttavia, dopo la crisi pandemica del 2020/2021, il numero dei licenziamenti nel pubblico impiego per assenze ingiustificate è tornato ad aumentare.

Sebbene l’incidenza di chi viene lasciato a casa per ‘infedeltà’ sul totale dei lavoratori del pubblico impiego sia pari a un misero 0,01%, nel 2018 sono state licenziate 196 persone per assenze ingiustificate/falsa attestazione della presenza in servizio.
Nel 2019 il numero è salito a 221, mentre nel 2020 e nel 2021 lo stesso è sceso rispettivamente a 188 e 161. Nel 2022, poi, i licenziamenti sono tornati a crescere, raggiungendo quota 310 (+58,1% vs 2018)

In Calabria nel 2023 giorni di malattia doppi rispetto a Veneto ed Emilia Romagna 

Dall’analisi del numero di giorni di malattia registrato nel 2023, in Italia il dato medio è stato pari a 8,5: 8,3 nel settore pubblico e 8,6 nel privato.

Le differenze a livello regionale sono comunque molto marcate. La regione dove i lavoratori sono più ‘acciaccati’ è la Calabria, dove chi si è ammalato è rimasto a casa mediamente 15,3 giorni, praticamente il doppio di quanto registrato in Emilia Romagna e in Veneto. Che hanno accumulato entrambe 7,8 giornate medie di malattia.

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Privacy: come proteggersi durante l’estate? I suggerimenti del Garante

Oltre alla pelle, d’estate è opportuno proteggere anche la privacy. Il consiglio arriva dal Garante, che offre alcuni suggerimenti in merito a selfie e foto postate sui social, protezione di smartphone e tablet, acquisti online, uso di app e chat. 
Anzitutto, per non far sapere a tutti dove si trascorrono le vacanze estive, meglio disattivare le opzioni di geolocalizzazione di smartphone e tablet, oltre a quelle dei social network e delle app.

Ricordarsi poi che non tutti vogliono apparire online, essere riconosciuti o far sapere dove e con chi si trovano durante le ferie estive.
Se si postano foto o video in cui compaiono altre persone, è sempre meglio prima accertarsi che siano d’accordo, specie se si inseriscono anche tag con nomi e cognomi. Ed è bene essere consapevoli che le immagini dei minori pubblicate online possono finire nelle mani di malintenzionati. Meglio evitare, quindi.

I ‘social-ladri’ non vanno in vacanza

Spesso, con la comprensibile voglia di condividere esperienze e pensieri con gli altri, disseminiamo online informazioni che possono esporci a rischi imprevisti.
Postando sui social network informazioni sulle vacanze si potrebbe far sapere a eventuali malintenzionati che in casa non c’è nessuno.
Il suggerimento di base è quello di evitare sempre di diffondere online informazioni molto personali, come l’indirizzo di casa o le foto del proprio appartamento.

Se sono presenti in casa prodotti e sistemi domotici, ricordarsi che questi utili dispositivi, al pari di tutte le tecnologie connesse online, possono essere esposti ad attacchi informatici, virus e malware.

Mettere in valigia anche la riservatezza 

In generale, sui social è bene attivare particolari misure di sicurezza. come, ad esempio, il controllo degli accessi al proprio profilo oppure un codice di sicurezza da ricevere via SMS o e-mail nel caso si acceda alle piattaforme da dispositivi diversi da quelli abituali.
In questo modo è possibile accorgersi di eventuali accessi abusivi alle proprie pagine social e furti di identità.

Se durante un viaggio capita di utilizzare il computer di un Internet cafè o una postazione web messa a disposizione dall’albergo è importante ricordare di ‘uscire’ dagli account una volta terminata la navigazione, rimuovendo ogni impostazione che consenta di salvare le proprie credenziali nei browser di navigazione.

Attenzione ai “pacchi”

Fare attenzione a eventuali messaggi con straordinarie offerte su viaggi e affitti di case vacanze, da ottenere, ad esempio, cliccando su link che richiedono dati personali o bancari. Virus, spy software, ransomware e phishing possono essere in agguato.

In vacanza, poi, molti utenti di smartphone e tablet scaricano film, app per giochi o suggerimenti turistici. Anche questi prodotti possono nascondere virus o malware. Ed è meglio utilizzare con cautela le connessioni Wi-fi aperte, perché possono essere rischiose per i propri dati personali. 
Insomma, è sempre bene fare attenzione prima di scaricare programmi, aprire allegati o cliccare su link nel testo o nelle immagini dei messaggi ricevuti, in chat o via e-mail. Le truffe non vanno mai in vacanza.

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Se perdessimo l’udito quali suoni ci mancherebbero di più?

Le conseguenze emotive della perdita dell’udito spesso superano quelle fisiche, tanto che alla domanda “Quali sono i tre suoni che ti mancherebbero di più se non potessi più sentire?”, gli italiani rispondono: le voci di familiari e partner, la musica e la radio, e la TV.
Il 56% degli italiani afferma infatti che le voci delle persone care sono i suoni di cui sentirebbero maggiormente la mancanza in caso di perdita uditiva, il 47% indica come più rilevanti musica e radio, mentre la TV (25%) si classifica al terzo posto.

Seguono, il suono delle risate (20%), le onde o il rumore del mare (18%), le voci dei bambini (16%), la musica dal vivo (15%). Inoltre, il 13% degli italiani avvertirebbe la mancanza del suono della pioggia l’11% del cinguettio degli uccellini e i versi degli animali domestici (11%). Lo rivela una ricerca globale di MED-EL.

Dai rumori della natura alle voci dei bambini

La ricerca conferma come le prime dieci risposte esprimano l’impatto emotivo che comporta la perdita dell’udito non trattata. Ma se le donne mostrano una preferenza maggiore per suoni come quello delle onde (22% vs 13% uomini), la musica dal vivo (17%, 13%) e i versi degli animali domestici (14%, 9%), gli uomini preferiscono le voci dei bambini (17%, 15%).
Inoltre, il valore attribuito alle voci di familiari o partner aumenta con l’età, passando dal 52% espresso dalla fascia tra 18-24 anni al 62% da quella superiore a 55 anni.

Anche l’interesse per la televisione aumenta con l’età: i suoni televisivi mancherebbero infatti al 18% dei partecipanti in fascia 18-24 anni, percentuale che aumenta fino al 35% tra chi è di età superiore a 55 anni.

Ogni regione ha un suono preferito

Le voci dei familiari o del partner sono molto apprezzate in Valle d’Aosta (100%), Liguria (77%) e Trentino-Alto Adige (71%), a differenza di percentuali più basse in Basilicata (23 %), Molise (33%) e Friuli-Venezia Giulia (33%).
Le voci dei bambini sono particolarmente amate in Valle d’Aosta (50%) e Umbria (29%), meno in Basilicata (8%), Trentino-Alto Adige (7%) e Molise (7%).

L’interesse per la radio o la musica, poi, varia dal picco in Valle d’Aosta (100%) al 37% del Veneto, mentre l’apprezzamento per il cinguettio degli uccelli è notevole in Umbria (29%) e Liguria (19%), ma nullo in Valle d’Aosta (0%).

Le implicazioni emotive di non sentire più

I risultati sottolineano non solo il profondo valore emotivo dei suoni, ma mettono in luce anche le implicazioni più ampie della perdita dell’udito.

“Questa indagine evidenzia che ciò che l’udito ci permette di sentire sono molto più che semplici suoni: hanno invece a che fare con le nostre esperienze, con le relazioni più significative, con il nostro mondo emotivo e valoriale, parti integranti della nostra vita – sottolinea Romed Krösbacher, direttore di MED-EL Italia -. È evidente quindi come la perdita dell’udito possa avere un profondo impatto sulle connessioni sociali, ma anche sulla salute e sul benessere mentale”.

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Mercato immobiliare 2024: calano ancora gli acquisti con mutuo

È quanto rileva il 2° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2024 di Nomisma: nel 2023 gli acquisti sostenuti da mutuo scendono al 30,9%, mentre la flessione della domanda si traduce in una riduzione tendenziale del numero di compravendite di poco inferiore all’8%.

A ben guardare, sottolinea l’Osservatorio, i riflessi sull’attività transattiva non nascono da un cambiamento delle intenzioni di acquisto da parte delle famiglie, ma dalla drastica riduzione del loro potere d’acquisto, unita alla politica restrittiva di erogazione da parte degli istituti di credito.
Nel complesso è stimato a 300.000 il numero di famiglie che, nonostante l’intenzione ad acquistare casa con mutuo, non riescono a concretizzare il proposito.

La dipendenza dal credito esclude parte della domanda 

Negli ultimi 18 mesi il mercato immobiliare italiano evidenzia segnali di appannamento. Il calo delle compravendite registrato nel 2023 è imputabile esclusivamente alla componente della domanda uscita dal mercato in quanto dipendente dal credito bancario (-26%). Al contrario, gli acquisti senza mutuo continuano a crescere (+4,8%).

Nonostante l’ascesa dei valori, l’acquisto di immobili residenziali presenta ancora elementi di interesse per le famiglie che dispongono di risorse economiche sufficienti per operare senza la necessità del supporto bancario.
I prezzi delle abitazioni in ottimo e buono stato infatti sono cresciuti ancora, facendo segnare nel I semestre 2024 rispettivamente un aumento del +1,6% e del +1,4%.

Prosegue il trend di ascesa dei prezzi 

Si tratta di incrementi leggermente superiori a quelli registrati nel primo semestre dello scorso anno, che confermano il trend di ascesa dei prezzi delle abitazioni iniziato nel post pandemia.

Nello specifico, i prezzi delle abitazioni nuove si muovono in un range compreso tra il +0,4% semestrale di Torino e il +2,4% di Milano. Il capoluogo meneghino detiene anche il primato della variazione dei prezzi per le abitazioni usate, +2% a fronte di una crescita minima pari a +0,5% di Genova.
Se sul versante delle compravendite il rallentamento è comunque evidente, per le locazioni l’esuberanza continua a essere il tratto caratterizzante del mercato, soprattutto in relazione ai valori.

Locazioni: la richiesta fa salire i canoni

Sul mercato della locazione la crescita della domanda fa sì che nell’ultimo anno prosegua l’ascesa dei canoni (+2,5% semestrale).
A Torino e Firenze la crescita maggiore (+3% semestrale), ma considerando i canoni medi praticati, sono Milano, Roma e Firenze a esprimere i valori più elevati.

I tempi necessari a stipulare un contratto d’affitto si attestano in media intorno a 1,9 mesi, fatta eccezione per Bologna, dove basta poco più di 1 mese.
In ogni caso, dopo il ridimensionamento degli ultimi 18 mesi il mercato immobiliare italiano sembra destinato a riprendere una traiettoria ascendente. Ma il passo sarà tutt’altro che spedito, perché la prudenza degli istituti di credito non verrà immediatamente meno.

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Ferie salate: per una settimana si spendono più di 600 euro a testa

“Le vacanze estive sono già iniziate e i primi dati non sono certamente incoraggianti. Sarà colpa del tempo, delle temperature sotto la media stagionale, delle votazioni che si sono tenute recentemente o dei costi troppo elevati nei luoghi di villeggiatura, ma pare proprio che il turismo estivo sia partito molto a rilento”. Lo afferma Sandro Susini, direttore del Centro Studi di Conflavoro, che stima il settore in flessione del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Secondo il Centro Studi di Conflavoro, il 57% delle famiglie che si recheranno in vacanza per non più di una settimana sono residenti nel Sud Italia, il 25% risiedono al Centro e il 18% al Nord 

Si riduce il periodo di vacanza

Quest’anno saranno 16 milioni gli italiani, il 27% della popolazione, che andranno in ferie per non più di 7 giorni, e 29 milioni, circa il 50%, quelli che invece potranno godere di vacanze superiori alla settimana.
In diminuzione del 3% anche coloro che nei mesi estivi si potranno permettere una gita di fine settimana.

“Eppure, l’industria del turismo italiano prevede quasi 220 milioni di presenze tra giugno e agosto, con un incremento di quasi il 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Oltre un terzo (39%), sono i turisti che arriveranno dall’estero – aggiunge Susini -. Ma non è tutto oro ciò che luccica, infatti, a causa degli aumenti dei prezzi, ci saranno famiglie che pur non rinunciando alle ferie, si troveranno costrette a ridurre il periodo di vacanza a non più di una settimana”.

Budget gap fra gli italiani

La spesa media pro capite per una settimana di ferie è stimata su 615 euro, +22% rispetto all’anno precedente. Intorno a 1.150 euro, invece, è la spesa dei turisti provenienti dall’estero.
Anche per quanto riguarda la spesa media pro-capite per una settimana si registra un notevole divario fra gli italiani.

Quelli che abitano nel Nord Italia sono disposti a spendere fino a 740 euro, al Centro 630 euro e 480 euro al Sud.
Quanto all’età anagrafica, le persone fino a 30 anni hanno un budget settimanale di 450 euro, fra 31 e 60 anni 800 euro e 595 euro gli over61.

Aumenti dal 20% al 25%

“Gli aumenti di prezzo sono dovuti principalmente al costo delle strutture ricettive, che annotano fino al 23% di incremento rispetto al 2023, ai servizi spiaggia (+11%) e ai trasporti (+26%). Una vacanza di 7 giorni – sottolinea  Susini, come riporta AGI. – costerà dal 20% fino al 25% in più rispetto all’estate scorsa. Anche le mete estere a causa degli aumenti del costo dei traghetti e dei voli non sono più convenienti, e gli italiani, in controtendenza con il 2023, preferiscono rimanere in Italia, riducendo del 4% i viaggi all’estero”.

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Internet in Italia: che penetrazione ha nelle imprese e nelle famiglie?

Quanti in Italia usano Internet o hanno un sito proprio? Il tema è stato oggetto di una rilevazione della piattaforma ‘Noi Italia – 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo’ di Istat. Nel 2023, il 74,2% delle imprese italiane con almeno 10 dipendenti utilizza un sito web o pagine web per valorizzare la propria attività.

Tuttavia, si osserva una diminuzione nelle regioni del Mezzogiorno, passando dal 65,2% nel 2021 al 62,5% nel 2023. In particolare, l’Abruzzo ha registrato un calo significativo dal 73,7% al 63,9%, così come la Sicilia dal 78,4% al 63,5%. A livello europeo, l’Italia si colloca al sedicesimo posto, con un valore inferiore alla media UE del 78%.

Aumentano i laureati in discipline tecnico-scientifiche

Nel 2021, la quota di giovani tra i 20 e 29 anni laureati in discipline tecnico-scientifiche è aumentata a 17,8 per mille residenti. Questo valore include il 21,0 per mille tra i maschi e il 14,3 per mille tra le femmine. Rispetto al 2019, c’è stata una crescita di 1,3 punti, con un divario di genere in aumento. Il Centro Italia presenta la quota più elevata di laureati in queste discipline (18,2 per mille), con Lazio e Umbria che raggiungono rispettivamente 19,5 e 19,0 per mille.

Nel Mezzogiorno, Abruzzo, Molise e Basilicata si distinguono con valori rispettivi di 21,5, 21,3 e 21,3 per mille. Il divario di genere è più elevato nelle regioni del Nord-Est (9,4 punti) e più contenuto nel Mezzogiorno (4,5 punti).

Il web nelle case degli italiani

Nel 2023, l’83,7% delle famiglie italiane dispone di un accesso a Internet da casa, con un aumento di 0,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Le regioni con i valori più elevati sono Lombardia (86,3%), Lazio (86,2%), Trentino-Alto Adige/Südtirol (86,2%) e Veneto (86,1%).

In generale, tutte le regioni del Centro Nord presentano valori superiori o quasi in linea con il dato medio nazionale, ad eccezione di Liguria e Umbria. Il divario tra le regioni del Centro Nord e il Mezzogiorno rimane forte, con la sola Sardegna che presenta un valore prossimo a quello medio nazionale.

L’80% della popolazione usa la rete

Nel 2023, il 91,7% delle famiglie italiane con almeno un componente tra i 16 e i 74 anni dispone di un accesso a Internet, vicino alla media UE del 93,1%. L’uso regolare di Internet riguarda l’80,3% della popolazione di 6 anni e più, con l’83,2% dei maschi e il 77,6% delle femmine. Tuttavia, questo divario è più marcato nelle fasce di età più anziane.

Il Mezzogiorno presenta uno scarto di 7 punti percentuali rispetto al Nord e di 6 punti percentuali rispetto al Centro. L’Emilia-Romagna ha la più alta percentuale di internauti (84,5%), mentre la Calabria ha la più bassa (71,6%). A livello europeo, l’Italia si trova nelle ultime posizioni, con l’85,5% di utenti Internet regolari tra i 16 e i 74 anni, contro una media UE del 90,2%.

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I dirigenti delle aziende sono pronti alle sfide della cybersecurity?

Quando si parla di cybersecurity, molti dirigenti, membri della C-suite e responsabili IT non sanno come proteggere dagli attacchi informatici gli asset più importanti delle loro aziende, ovvero i dati e le informazioni. Un nuovo report di Kaspersky rivela che, nonostante gli ingenti investimenti nell’IT degli ultimi anni, quasi la metà (48%) dei dirigenti è confusa sui principali termini di base della cybersecurity, come malware, phishing e ransomware. Questa confusione rappresenta il principale ostacolo alla comprensione e alla gestione della sicurezza informatica da parte del management C-level.

Una questione estremamente complessa 

La ricerca di Kaspersky ha scoperto che, nonostante i continui avvisi sulle minacce alla sicurezza informatica e i crescenti investimenti in difese digitali, i dirigenti aziendali sono sopraffatti dalla complessità di proteggere le loro organizzazioni. Anche se consapevoli dei pericoli, molti sottovalutano l’abilità e la costanza degli attori delle minacce. Questo, unito a un’allocazione poco chiara delle risorse, lascia una percentuale significativa di responsabili aziendali a lottare con la propria strategia di difesa digitale. Il linguaggio tecnico è uno dei principali ostacoli, seguito dalle limitazioni di budget (47%) e dalla formazione insufficiente (43%).

La realtà della sicurezza informatica

“È fondamentale che i dirigenti riconoscano la difficile realtà della sicurezza informatica nell’era digitale di oggi, in cui i dati hanno un ruolo fondamentale”, afferma Cesare D’Angelo, General Manager Italy & Mediterranean di Kaspersky. Investire nella formazione, implementare servizi di threat intelligence e promuovere una cultura della resilienza informatica sono passi cruciali per migliorare la sicurezza.

Quanto costa la mancanza di competenze informatiche?

La mancanza di competenze informatiche a livello globale influisce negativamente sulla reazione delle aziende alle possibili minacce. Il 75% delle aziende considera questa carenza un grave problema a lungo termine. Inoltre, oltre il 10% degli incidenti informatici è causato da errori dei dipendenti, con il 16% provocato dal personale generico, il 15% dai dipendenti IT e il 14% dai dirigenti IT. Le violazioni intenzionali delle policy di sicurezza rappresentano più di un quarto (26%) di tutti gli incidenti degli ultimi due anni.

La cybersecurity checklist dei c-Suite

Kaspersky è all’avanguardia nello sviluppo di soluzioni di cybersecurity complete, progettate per affrontare il panorama delle minacce in costante evoluzione. L’ultimo report, “Enterprise cybersecurity and increasing threats in the era of AI: Do business leaders know what they are doing?”, analizza le sfide di cybersecurity affrontate dalle aziende a livello globale, evidenziando la necessità di una maggiore formazione per i dirigenti aziendali e i team di sicurezza IT.

Come migliorare la sicurezza? 

Kaspersky suggerisce diverse misure per affrontare le sfide della cybersecurity:

  • Investire in formazione: introdurre corsi di formazione e iniziative di cybersecurity per sensibilizzare tutti i livelli del personale.
  • Utilizzare servizi di Threat Intelligence: migliorare le competenze dei professionisti InfoSec con supporto di terze parti e soluzioni avanzate come Kaspersky Next.
  • Valutare competenze con simulatori interattivi: utilizzare simulatori per testare le capacità decisionali dei dipendenti in scenari critici.
  • Promuovere una cultura della resilienza: integrare una cultura della resilienza della cybersecurity e mettere i dipendenti in condizione di contrastare efficacemente le minacce emergenti.
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Malessere psicofisico e lavoro: perchè 8 italiani su 10 sono a rischio burnout?

Quando lo stress correlato al lavoro si protrae nel tempo si può incorrere nella sindrome di burnout, una condizione che presenta sintomi psicologici, fisici e aspecifici e coinvolge un numero sempre maggiore di lavoratori.
Tra coloro che temendo di soffrire di sindrome da burnout si sottoposti al test di screening gratuito, l’82,9% risulta a rischio. In particolare, il 61,6% a rischio elevato e il 21,3% moderato.

Secondo l’Inail, nel primo trimestre 2024 sono state oltre 22.000 le denunce di malattie professionali legate a disturbi psichici e comportamentali, con una crescita del 17,9% rispetto allo stesso periodo del 2023. Lo confermano anche i dati raccolti dal servizio di psicologia online Unobravo, nell’ambito dell’analisi condotta sul disagio psicologico legato al lavoro in Italia.
Nel primo quadrimestre 2024 le persone che manifestano disagio sul fronte lavorativo sono aumentate del 109,7% rispetto allo stesso periodo del 2023.

Dalla sofferenza psicologica ai sintomi fisici

Dalla fatica a bilanciare vita personale e lavorativa fino alla frustrazione per una mancata crescita professionale, il disagio psicologico connesso al lavoro si manifesta in diverse forme e settori, colpendo una larga fetta dei lavoratori italiani che arrivano a manifestare sindrome di burnout, stress, frustrazione, e disturbi psicologici.

Il 28,3% di chi si è rivolto a Unobravo in cerca di supporto dichiara di avere difficoltà proprio sul fronte professionale. Più della metà (57,3%) manifesta sofferenza generata dal lavoro, e il 10% attribuisce all’ambito lavorativo le principali complicazioni da affrontare nella quotidianità.

Donne e neoassunti più stressati

Il malessere psicologico derivato dal lavoro può avere un forte impatto sulla vita personale, causando anche sintomi fisici. Che se non trattati, possono creare una condizione di forte stress e portare appunto alla sindrome di burnout.

A livello nazionale sono soprattutto le donne a cercare supporto psicologico per problemi connessi al lavoro (66,3%, vs 33,7% uomini) e le persone nella prima fase della carriera professionale. Il 62,9% ha tra 25 e 34 anni, mentre il 22,8% è compreso nella fascia da 35 a 44 anni.

In Lombardia i lavoratori soffrono di più

I problemi legati al benessere lavorativo sono avvertiti soprattutto in Lombardia (27%) e Lazio (10,6%), seguite da Emilia-Romagna (9,4%), Veneto (8,9%) e Piemonte (8,6%).
Il Piemonte, in particolare, è la regione che rispetto al 2023 mostra il maggiore incremento (+146,7%) rispetto alla media italiana (+109,7%).
I problemi sembrano attenuarsi nelle regioni del Sud, riporta Adnkronos. Le regioni con le percentuali più alte di malessere da lavoro sono Campania (5,6%), Sicilia (4,3%) e Puglia (4,2%).

A livello provinciale la percentuale più elevata di coloro che dichiarano di avere problemi di natura psicologica legati alla sfera lavorativa si registra a Milano (13,2%).
Al secondo posto, la Città Metropolitana di Roma (8,2%) e al terzo, Torino (4,9%).
Seguono Bologna (3,4%), Napoli (2,9%), Monza e Brianza (2,4%), Varese (2,1%), Bergamo (2%), Padova e Brescia (entrambe 1,9%).

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Case Green: la Valle d’Aosta in testa

Il tema è caldo: lo scorso 12 aprile si è tenuta la votazione dell’Ecofin, con il Consiglio dei ministri europei di Economia e Finanze che ha dato il via libera alla direttiva sulla prestazione energetica degli immobili.
L’obiettivo è ridurre in maniera netta il consumo energetico e le emissioni di gas inquinanti riconducibili a case e palazzi entro il 2035. Il fine ultimo è realizzare immobili a zero emissioni entro il 2050.

Secondo i dati raccolti dal Sistema Informativo sugli Attestati di Prestazione Energetica (Siape), la Valle d’Aosta è la prima regione d’Italia per case green, grazie a un punteggio di 8,4 su 10. È infatti prima per l’elevato numero di attestati di prestazione energetica APE (22,1%), superiore alla media italiana di 14,3% di attestati, e per l’indice di consumo medio di energia rinnovabile (40,8 kWh/m 2 anno).

Medaglia d’argento al Trentino-Alto Adige 

La classifica nazionale prende in considerazione variabili come gli APE green, che come ricorda la guida di Acea Energia, devono contenere la classificazione energetica degli immobili, le emissioni di CO2 e gli indici di consumo medio di energia rinnovabile (EP gl,ren) e non rinnovabile (EP gl,nren). 

In ogni caso, la medaglia d’argento va al Trentino-Alto Adige, con uno score di 7,9 punti.
Al terzo posto la Lombardia, che però è seconda per numero di attestati di prestazione energetica (20,7%), e la Basilicata, quarta per APE (18,6%) e per l’impiego medio di energia rinnovabile (25,9 kWh/m 2 anno), che totalizzano entrambe un punteggio di 7,6 su 10.

La Sicilia chiude la top 10 

Fuori dal podio le Marche (6,4) e il Friuli Venezia-Giulia (6), seguite a pari merito dall’Abruzzo (5,8), caratterizzato da basse emissioni di CO 2 e da un uso ridotto di energie non rinnovabili, e il Veneto (5,8), penalizzato da un basso utilizzo di energia rinnovabile.

La classifica prosegue con Piemonte (5,4) e Toscana (5). Al nono posto, entrambe con un punteggio di 4,9, Puglia e Umbria. La prima, grazie al rilascio di basse quantità di CO2, la seconda per l’alto valore di consumo medio di energia rinnovabile.
Chiude la top 10 la Sicilia (4,7), prima per emissioni ridotte di anidride carbonica.

In Molise e Lazio troppo pochi APE green rilasciati

Tra le regioni meno virtuose, riferisce Askanews, con margini di miglioramento, la Calabria (4,4), l’Emilia-Romagna (4,1, prima per utilizzo di energia non rinnovabile, con 240,7 kWh/m 2 anno, superiore alla media annuale italiana di 203,7 kWh/m 2 ), il Molise (3,8) e il Lazio (3,1), sulle quali pesa un numero estremamente ridotto di APE green rilasciati.

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Lavoro: favorire il benessere aziendale contro la fuga dal posto fisso

Dopo la pandemia il mercato del lavoro ha subito trasformazioni importanti. In molte aree del Paese le imprese faticano sempre più a trovare profili con competenze adeguate, e mai come ora hanno la necessità di fidelizzare i collaboratori.

Questa operazione sta avvenendo per mezzo di una serie di comportamenti virtuosi dalle retribuzioni più elevate alla trasformazione dei contratti a termine a tempo indeterminato, da orari di lavoro più flessibili a favorire gli avanzamenti di carriera, oltre all’implementazione di benefit e welfare aziendale.
Nel Nord questo processo di miglioramento del benessere aziendale è in corso da qualche anno. Nonostante ciò, la fuga dal posto di lavoro fisso prosegue.

Le imprese si “rubano” i dipendenti migliori

Lo afferma l’Ufficio studi della CGIA, che ha messo a confronto 8 indicatori, prevalentemente di natura qualitativa, estrapolati dal rapporto BES (Benessere Equo Sostenibile) dell’Istat.
Quando l’offerta di lavoro è in forte aumento e la domanda scarseggia, il rischio che le aziende si ‘rubino’ i dipendenti migliori è elevato.

Secondo l’Inps, le dimissioni volontarie dei lavoratori dipendenti privati a tempo indeterminato con meno di 60 anni sono in aumento. Nel 2022 hanno toccato quota 1.047.000, +29,1% rispetto al 2019.
È quindi verosimile che sia in aumento il numero di chi ha deciso di lasciare il vecchio posto di lavoro per uno nuovo. Spesso dopo aver ricevuto un’offerta retributiva migliore e la possibilità di un ambiente di lavoro meno ‘stressante’.

Lombardia al top per la qualità dell’occupazione

Analizzando i risultati emersi dagli 8 indicatori sulla qualità del lavoro (dipendenti con paga bassa, occupati sovra istruiti, occupati con lavori a termine da almeno 5 anni, tassi di infortuni mortali/inabilità permanente, occupati non regolari, soddisfazione per il lavoro svolto, percezione di insicurezza dell’occupazione, part time involontario) nelle 21 regioni d’Italia, la Lombardia guida la graduatoria nazionale, seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e il Veneto. Chiudono la classifica Sicilia, Calabria e Basilicata.

Ad esempio, in relazione al numero di precari le situazioni più critiche nel 2023 interessano soprattutto Calabria (25,5%), Basilicata (25,7%), e Sicilia (27,9%). La Lombardia, con il 10,7%, è la meno interessata da questo fenomeno.

Infortuni e part time involontario

In merito agli infortuni mortali e a quelli che hanno provocato una inabilità permanente ogni 10mila occupati, la più virtuosa è sempre la Lombardia (7,4%). Quanto alla percentuale di part time involontario presente ogni 100 occupati, vale a dire coloro che nel 2023 hanno dichiarato di essere stati assunti con un contratto a tempo parziale, perché non ne hanno trovato uno a tempo pieno, le situazioni più critiche hanno interessato il Molise (13,8%), la Sardegna (14,7%) e la Sicilia (14,8%).
In questo caso, la Provincia Autonoma di Bolzano, con il 3,8% degli occupati, è risultata la più virtuosa d’Italia.

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