Sai che i cybercriminali truffano facendo leva sul seguito di Stranger Things?

Stranger Things è una delle serie più famose di sempre, che ha tenuto incollati allo schermi milioni di telespettatori in atto il mondo. E così i cybercriminali, attentissimi a cogliere le passioni degli utenti di TV e Internet per poi sfruttarne le debolezze, si sono “inventati” nuovi metodi per truffare gli ignari fan. Come? A dare spiegazioni sono i ricercatori di Kaspersky, che segnalano come il desiderio dei patiti più accaniti di vedere i nuovi episodi il prima possibile sia stato attivamente sfruttato dai truffatori. Esistono infatti numerosi esempi di e-mail di spam e pagine di phishing progettate per rubare il denaro e le informazioni personali dei fan.

Il rischio di non utilizzare le piattaforme ufficiali

Anche se i nuovi episodi – quelli dell’attesissima quarta serie – sono già stati rilasciati, i fan non sono ancora al sicuro, perché non tutti scelgono di guardare la serie tramite la piattaforma ufficiale. Quando gli utenti si rifiutano di pagare un abbonamento a un servizio di streaming e scelgono di guardare un film o uno spettacolo su una pagina illegale, spesso si ritrovano a pagare un prezzo più alto di quello risparmiato: la perdita delle informazioni personali e dei dati della carta. Approfittando dell’interesse suscitato da questa popolare serie, alcuni criminali informatici hanno offerto agli utenti la possibilità di “guardare i nuovi episodi a solo 1 dollaro”. Per accedere a questa offerta è stato chiesto di registrare un nuovo account e di inserire il proprio indirizzo e i dati bancari. In seguito, dopo aver inserito le informazioni, i truffatori hanno prosciugato i portafogli delle vittime, senza che queste potessero accedere alla nuova stagione della loro serie preferita.

Anche spam pericolose

Gli esperti di Kaspersky hanno rilevato e-mail di spam che sfruttano la popolarità di Stranger Things. Questo tipo di email viene usato per vendere prodotti di dubbia qualità e viene diffuso attraverso email promozionali senza il consenso del destinatario. Ad esempio, in una delle e-mail di spam è stata data agli utenti la possibilità di acquistare magliette relative alla nuova stagione di Stranger Things, con grafiche in edizione limitata. Inoltre, il sito supportava tutte le lingue e tutte le valute per il pagamento. Non è detto che si tratti necessariamente di una pagina di phishing, ma il fatto che gli annunci di questi prodotti siano stati promossi tramite spam e che il dominio stesso sia stato creato solo di recente, fa sorgere dei sospetti sulla sicurezza di queste pagine.

Come proteggersi 

I ricercatori e gli esperti di sicurezza forniscono perciò una serie di consigli per evitare di essere vittima di truffe. Innanzitutto evitare evitare i link che promettono visioni anticipate di film o serie TV. Se si hanno dei dubbi sull’autenticità dei contenuti, è importante verificare la piattaforma ufficiale. Controllare l’autenticità del sito web prima di inserire i propri dati personali e utilizzare solo pagine web ufficiali e affidabili per guardare o scaricare film. Controllare due volte i format delleURL e lo spelling dei nomi delle aziende. Prestare attenzione alle estensioni dei file che state scaricando. Un file video non avrà mai un’estensione .exe o .msi; infine ultimo consiglio, ma non per importanza, adottare sempre una soluzione di sicurezza affidabile.

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Musei e teatri: ripartenza anche grazie alla digitalizzazione

Nel 2021 i numeri riferiti da musei, monumenti e aree archeologiche italiani testimoniano una decisa ripresa delle entrate da biglietteria. Anche per i teatri i numeri indicano una ripartenza, seppur meno decisa, anche a causa della minore possibilità di sfruttare il traino della stagione estiva. Sul fronte dell’innovazione digitale a supporto dei processi nei musei e nei teatri, nell’ultimo anno i numeri sono rimasti stabili, mentre su quello della produzione e distribuzione di contenuti digitali si è assistito a una razionalizzazione. Queste alcune evidenze emerse dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali della School of Management del Politecnico di Milano.

Teatri più online rispetto ai musei

Gli strumenti digitali sono ormai un supporto importante ai processi gestionali nel settore della cultura. I teatri presentano mediamente livelli leggermente più alti dei musei: l’acquisto online, ad esempio, è disponibile nel 78% dei teatri e incide sul totale delle entrate in maniera più significativa rispetto ai musei. Dal sito del teatro transita, infatti, mediamente l’11% dei ricavi, e da altri intermediari online il 12% (musei, 7% e 4%). Quanto alle attività di marketing digitale, il 59% dei teatri fa advertising online o sui social, il 23% Search Engine Optimization, il 10% remarketingm il 58% raccoglie dati in modalità digitale e il 14% ha investito in sistemi di cybersecurity e data protection. Ambiti che registrano percentuali inferiori di adozione da parte di musei, monumenti e aree archeologiche rispetto ai teatri.

Gli investimenti futuri

Gli indicatori su cui musei e teatri risultano allineati riguardano l’attenzione alla pianificazione strategica e la presenza di personale dedicato all’innovazione digitale. In entrambi i comparti, solo 1 su 5 ha un piano strategico dedicato al digitale e 1 su 2 non ha nessuna risorsa dedicata.
Guardando agli investimenti futuri, per i musei si conferma prioritario lavorare su conservazione e digitalizzazione della collezione, che impegnerà il 28% delle risorse. Riprende centralità anche la digitalizzazione dei servizi di supporto alla visita in loco, per cui si stima verrà stanziato il 19% sul totale degli investimenti. Per i teatri l’investimento in digitale si concentrerà su marketing, comunicazione e customer care (40%) e ticketing, gestione delle prenotazioni e controllo accessi (18%).

Il journey culturale degli italiani

Per la fase di ispirazione e ricerca lo strumento più utilizzato sono i canali ufficiali del museo (sito, account social e newsletter, 49%), seguito da motori di ricerca (40%), passaparola (23%) e commenti e recensioni (22%). Nei teatri il canale più utilizzato è il motore di ricerca (28%), seguito dal passaparola (26%). Per la fase di acquisto, si conferma per i musei la prevalenza della biglietteria fisica (45%), tuttavia, è ormai diffuso anche l’utilizzo della biglietteria online sul sito dell’istituzione (30%) o di un rivenditore autorizzato (14%). Per gli spettacoli teatrali, invece, l’online è il canale prevalente, probabilmente anche per gli effetti della pandemia: il 34% ha acquistato sul sito del teatro e il 17% su quello di un rivenditore.

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Da Messenger una nuova scheda Chiamate

Messanger ha introdotto per la prima volta le chiamate vocali nel 2013, e ora con una nuova scheda dedicata compie un ulteriore passo in avanti come hub di comunicazione completo.  Meta, già Facebook, ha infatti lanciato a livello globale la nuova scheda ‘Chiamate’ nell’app Messenger per iOS e Android. La sezione terrà traccia di ogni chiamata effettuata o ricevuta nell’app, e renderà più semplice usare il client per entrare in contatto con i propri amici, quasi come su WhatsApp. Secondo il gruppo Meta, complice anche la pandemia, negli ultimi due anni le chiamate audio e video su Messenger sono aumentate del 40%, con 300 milioni di telefonate effettuate ogni giorno. L’idea di Meta è quindi quella di spingere le persone a utilizzare maggiormente Messenger per telefonare, e non solo per sfruttarne le funzionalità di chat testuale.

Dalla chat alla videochiamata

Nel 2014, Facebook aveva separato l’app dal social principale, pubblicandone una versione indipendente sia su App Store di iOS sia sul Play Store di Google. Un anno dopo aveva debuttato la funzione di videochiamata, seguita dalle chat di gruppo. E più di recente, Meta ha aggiunto nuove scorciatoie, incluse opzioni per avvisare tutti in una conversazione, oppure inviare messaggi che non danno luogo a notifiche. Nel settore delle app di messaggistica gratuite Messenger ha una lunga lista di concorrenti, tra cui Google Voice, Viber, Signal e la stessa WhatsApp, che Meta ha acquistato nel 2014.

Non è richiesto un numero di telefono in fase di registrazione

Tra le tante app concorrenti Messenger rimane una delle poche, oltre a FaceTime di Apple, a non richiedere un numero di telefono in fase di registrazione per funzionare, riporta Ansa.  Se l’app di Facebook Messenger è nata con il solo scopo di offrire agli utenti un sistema per poter chattare in maniera distaccata dal social network vero e proprio, attualmente offre un sistema completo per poter effettuare conversazioni scritte, vocali e video. La nuova scheda può tornare utile per aiutare a mantenere tutte le chiamate organizzate in un’unica posizione, migliorando la visibilità di queste funzioni.

Presto su Android e iOS/iPadOS

Posizionata al centro tra le schede ‘Chat’ e ‘Persone’, la nuova scheda Chiamate permette di accedere rapidamente all’elenco dei contatti e presenta pulsanti separati per le chiamate vocali e le videochiamate, permettendo agli utenti di chiamare direttamente un determinato utente senza dover per forza fare troppi passaggi. Il che rende la piattaforma molto più intuitiva anche per chi non l’ha mai utilizzata. La fase di implementazione della nuova scheda, riferisce Punto Informatico, è già in corso, quindi tutti gli utenti dovrebbero vederla comparire nelle prossime ore, sia su Android sia su iOS/iPadOS.

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Il tasto Invio non è una difesa per i nostri dati

Quando ci si registra su un sito, si acquista un biglietto, o si fa una prenotazione di un hotel, la convinzione è che finché non si preme il pulsante Invia i dati inseriti non andranno da nessuna parte. Non è così. Dopo aver analizzato più di 100 mila siti web un gruppo di ricercatori della KU Leuven, della Radboud University e dell’Università di Losanna ha scoperto che un numero impressionante di siti raccoglieva di nascosto tutto ciò che veniva digitato in un modulo online, anche se gli utenti cambiavano idea e lasciavano il sito senza premere il tasto Invio. 

Raccolta senza consenso

Al centro di questa trama ci sono gli indirizzi e-mail. “I marketer si affidano sempre più a identificatori statici come numeri di telefono e indirizzi e-mail perché le aziende tecnologiche stanno gradualmente abbandonando il monitoraggio degli utenti basato sui cookie per motivi di privacy”, ha sottolineato Güneş Acar, professore e ricercatore della Radboud University. La ricerca ha utilizzato un software che simulava un utente reale, che visitava pagine web compilando pagine di accesso o registrazione senza inviare, e ha rilevato che 1.844 siti nell’Ue avevano raccolto gli indirizzi e-mail senza il consenso dell’utente. Negli Stati Uniti è stato anche peggio, con 2.950 siti che hanno fatto lo stesso.

Servizi di marketing e analisi dei dati

Molti siti incorporano servizi di marketing e analisi di terze parti, che raccolgono i dati dei moduli indipendentemente dall’invio. I ricercatori hanno scoperto che Meta e TikTok stavano utilizzando i propri tracker di marketing invisibili per raccogliere dati anche da altre pagine web. I siti che avevano utilizzato Meta Pixel o TikTok Pixel, frammenti di codice che consentono ai domini dei siti di tracciare l’attività dei visitatori, avevano una funzione di ‘corrispondenza avanzata automatica’.
In pratica, quando si inseriva un indirizzo e-mail nella pagina in cui era presente Meta Pixel facendo clic sulla maggior parte dei pulsanti, o link che portavano gli utenti lontano da quella pagina, i dati personali venivano presi da Meta o TikTok.

Come avviene il tracciamento?

Secondo le stime dello studio, riferisce Agi, negli Stati Uniti 8.438 siti potrebbero aver fatto arrivare dati a Meta tramite il suo Pixel. In sostanza, la pratica è simile a quella dei cosiddetti key logger, programmi dannosi che registrano tutto quello che digita un determinato soggetto. I ricercatori hanno notato alcune diversità in questa pratica: alcuni siti hanno registrato i dati battuta per battuta, molti hanno acquisito gli invii completi quando gli utenti hanno fatto clic su quello successivo. Secondo i ricercatori le differenze potrebbero essere legate al fatto che le aziende sono più caute riguardo al tracciamento degli utenti, e integrano con un minor numero di terze parti, a causa del regolamento generale sulla protezione dei dati UE.

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Dalla UE nuovi standard per uno spazio digitale più sicuro

Dalla responsabilità algoritmica alla tutela dei minori: il Parlamento e il Consiglio Europeo stabiliscono nuove regole per le Big Tech. È stato infatti raggiunto un accordo provvisorio sulla legge sui servizi digitali (Digital Services Act – DSA), che insieme al Digital Markets Act, stabilirà gli standard per uno spazio digitale più sicuro e condizioni di parità per aziende e Big Tech nei prossimi anni. In base alle nuove regole, le piattaforme online, come social media e mercati, dovranno adottare misure per proteggere gli utenti da contenuti, beni e servizi illegali. La Commissione e gli Stati membri avranno accesso agli algoritmi di piattaforme online molto grandi, inoltre vi sarà una rimozione rapida di contenuti illegali, inclusi prodotti e servizi. Inoltre, gli utenti saranno autorizzati a segnalare contenuti illegali, e le piattaforme dovranno agire rapidamente.

Tutele più forti e acquisti più sicuri

Tutele più forti anche per garantire che le segnalazioni siano trattate in modo non arbitrario e discriminatorio e nel rispetto dei diritti fondamentali, compresa libertà di espressione e protezione dei dati. I mercati online devono poi garantire che i consumatori possano acquistare prodotti o servizi sicuri, rafforzando i controlli per dimostrare che le informazioni fornite siano affidabili (principio Know Your Business Customer), nonché adoperarsi per prevenire la visualizzazione di contenuti illegali. Le vittime di violenza informatica saranno meglio protette, soprattutto contro la condivisione non consensuale (revenge porn) con rimozioni immediate. Piattaforme e motori di ricerca possono essere multati fino al 6% del loro fatturato mondiale. Nel caso di piattaforme con più di 45 milioni di utenti la Commissione avrà il potere esclusivo di esigere la conformità.

Maggior controllo sull’utilizzo dei dati personali

La Commissione seguirà da vicino i potenziali effetti economici dei nuovi obblighi per le Pmi, e i nuovi obblighi di trasparenza consentiranno agli utenti di essere meglio informati su come viene consigliato il contenuto. Inoltre, gli utenti avranno un migliore controllo su come vengono utilizzati i loro dati personali, e la pubblicità mirata sarà vietata quando si tratta di dati sensibili. Le piattaforme accessibili ai minori dovranno adottare misure specifiche per tutelarli, anche vietando totalmente la pubblicità mirata, e sarà vietato manipolare le scelte degli utenti attraverso ‘modelli oscuri’: piattaforme e mercati online non dovrebbero spingere le persone a utilizzare i loro servizi, ad esempio esortando il destinatario a modificare la propria scelta tramite l’interferenza dei pop-up. E annullare un abbonamento dovrebbe diventare facile come abbonarsi.

Obblighi più severi e proporzionati ai rischi

I destinatari dei servizi digitali, riporta Italpress, avranno il diritto di chiedere il risarcimento di eventuali danni o perdite subiti a causa di violazioni da parte delle piattaforme. Le piattaforme molto grandi dovranno rispettare obblighi più severi nell’ambito della DSA, proporzionati ai rischi che comportano quando diffondono contenuti illegali e dannosi, compresa la disinformazione. Inoltre dovranno valutare e mitigare i rischi sistemici ed essere soggette ad audit indipendenti ogni anno. E le grandi piattaforme che utilizzano i ‘sistemi di raccomandazione’ (algoritmi che determinano ciò che vedono gli utenti) devono prevedere almeno un’opzione che non sia basata sulla profilazione.

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Nel 2021 quasi 4.000 nuovi domini legati al food 

Il food viaggia sul web, e diventa sempre più protagonista. Sono infatti quasi 4mila i nuovi domini .it afferenti al settore dell’agroalimentare registrati nel 2021. E per il 2022, tra gennaio, febbraio e marzo sono stati registrati “a ora ben 4.680 nuovi siti nel settore dell’agroalimentare”. Lo ha reso noto Registro .it, l’anagrafe del web a targa italiana e organo dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr (Cnr-Iit). Dal 2016 Registro .it, in collaborazione con il dipartimento di informatica dell’Università di Pisa e Infocamere, ha istituito ‘Fine’, un osservatorio permanente per analizzare la diffusione di internet tra i vari settori appartenenti all’agroalimentare e studiare la loro diffusione.

Il 41,94% dei siti web .it appartiene al settore della ristorazione

I nuovi siti .it legati al food nati nel 2021 sono esattamente 3834. Di questi, quasi il 41,94% appartiene al settore della ristorazione, il 12% ai farinacei e il 10,17% al vino.  Seguono i settori cosiddetti ‘altro agro’, come caccia, cattura di animali, silvicoltura e utilizzo di aree forestali, con il 9,05%, il comparto agriturismo, con il 5,63%, e quello coltivazioni, con il 4,90%.
Una situazione simile si riscontra anche su base totale: in generale dei 101.605 siti .it registrati finora il 37,8% appartiene sempre al settore ristorazione, il 12,3% al vino, e l’11,3% ai farinacei.

Dal 2016 a oggi circa 8.000 registrazioni in più 

Oltre alle prime tre voci, seguono, entrambi con una quota dell’8,3%, i settori ‘altro agro’ e agriturismo.
Più in generale, dall’inizio della rilevazione dell’osservatori Fine nel 2016, e al netto delle cancellazioni avvenute nel corso degli anni, si evidenzia un incremento di circa 8mila domini registrati per i siti web .it afferenti al settore agroalimentare, pari a un aumento dell’8,4%. Al momento della rilevazione iniziale, dei 93.730 siti registrati per l’agroalimentare il 36,1% apparteneva sempre alla categoria ristorazione, l’11,5% a quella del vino, mentre l’11,3% a quella dell’agriturismo.

Una fotografia attendibile del web agroalimentare a targa italiana

“Quello dell’agroalimentare è un settore fondamentale per l’economia italiana – ha commentato Marco Conti, responsabile di Registro .it e direttore di Cnr-Iit – ma siamo certi che questa circostanza trovi riscontro anche sul web? È per rispondere a domande come questa che, sei anni fa, è nato Fine”. Secondo Maurizio Martinelli, primo tecnologo di Cnr-Iit, la risposta è sì. L’Osserv atorio rappresenta, riferisce Ansa,, “una fotografia attendibile per osservare come la situazione cambi nel corso del tempo all’interno del web agroalimentare a targa italiana”.

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Social, per il 22% degli italiani è scemato l’amore

Nell’ultimo anno quasi un quarto dei nostri connazionali si sono allontanati da almeno un social network. E’ questa l’evidenza più interessante che emerge dai risultati del Digital Consumer Trends Survey 2021 di Deloitte, una indagine basata su oltre 2 mila interviste a persone tra i 18 e i 75 anni. In particolare, si scopre che se è vero che il 73% degli italiani in possesso di smartphone utilizza piattaforme social o app di messaggistica su base giornaliera, è altrettanto vero che il 22% ha smepsso di farlo, su uno o u più piattaforma social, temporaneamente o in modo permanente. I motivi di questo distacco così repentino? Secondo la ricerca, le principali ragioni sono l’essersi stancati dei contenuti (35%), la presenza eccessiva di fake news (25%) e le preoccupazioni per la propria privacy (21%).

I social sono una primaria fonte di notizie

A fronte di questo parziale dietrofront, però, ci sono altri aspetti da considerare. Nello specifico, avverte la ricerca, i social media sono però diventati una fonte primaria per accedere alle notizie per una quota significativa di utenti (23%), poco al di sotto del risultato raggiunto dai media più tradizionali, come i giornali cartacei e i siti di notizie. Ma la Tv, riporta una nota diffusa da Ansa, resta la fonte più citata, con il 37% che la identifica come canale preferito di informazione. Nel 2021 in Italia sono saliti dal 40 al 63% gli utenti che fruiscono costantemente di contenuti video in streaming on demand (Svod), ed è cresciuta in modo rilevante la penetrazione dei servizi Video on demand tra gli ‘over 65’.

Lo smartphone amico degli acquisti

Sempre per quanto riguarda l’approccio al digitale da parte degli italiani, si scopre che i nostri connazionali non disdegnano lo shopping online. Quattro italiani su 5 dichiarano di utilizzare lo smartphone per acquistare un prodotto online, per lo più almeno una volta al mese. Ma nel nostro Paese cresce pure la diffusione dei dispositivi indossabili: se nel 2017 solo il 10% possedeva uno smartwatch, nel 2021 questa percentuale è salita al 25%; mentre 1 su 5 ha un braccialetto per il fitness. E il principale utilizzatore è la Gen-Z, cioè i nati tra il 1997 e il 2010.

I dispositivi digitali più importanti dopo la pandemia

Questi cambiamenti di abitudini sono anche da attribuirsi all’emergenza sanitaria, come spiega Francesca Tagliapietra, Partner e Industry Leader Tmt di Deloitte. “L’importanza dei dispositivi digitali è cresciuta con la pandemia ed è destinata ad affermarsi ancora di più in futuro in ambiti come la salute, il tempo libero e gli acquisti. Lo scenario digitale è in costante evoluzione e continuerà a sorprenderci con novità e cambiamenti destinati a trasformare la vita di tutti noi”.

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La digitalizzazione nell’industria della ristorazione, in attesa del PNRR

Il mondo food è stato uno dei settori che ha saputo meglio reagire con tempestività e creatività ai colpi della pandemia. Il merito di questa resilienza è in gran parte da attribuirsi alla capacità di digitalizzazione, ma oggi come è la situazione? Per scoprire quale sia lo stato dell’arte e gli sviluppi in materia di digitalizzazione nell’industria della ristorazione, Qonto, soluzione di gestione finanziaria per PMI e professionisti, ha recentemente condotto un’indagine su un campione di aziende italiane che operano nel mondo food. I risultati dell’indagine descrivono come le aziende della ristorazione hanno reagito al trend di conversione al digitale e in che misura la digitalizzazione permeerà il settore nel prossimo anno. Si scopre così, in estrema sintesi, che l’80% delle PMI del settore investirà in digitalizzazione nel 2022 mentre il 96% di queste utilizzerà le risorse messe a disposizione dal PNRR. per esaminare lo stato dell’arte e gli sviluppi in materia di digitalizzazione del settore.

Le attese nei confronti del PNNR

Le aziende del comparto attendono gli incentivi messi in campo dal PNRR: la stragrande maggioranza (80%) delle pmi della ristorazione intervistate, affermano infatti che nel 2022 gli investimenti in digitalizzazione saranno cruciali e il 96% di queste utilizzerà gli incentivi messi a disposizione dal PNRR. I principali motivi alla base della scelta sono, per oltre il 70% delle aziende, sia la possibilità che il digitale offre di ottimizzare i processi e accrescere l’efficienza della propria azienda, sia di mantenere o accrescere la propria competitività nel settore. Gli investimenti saranno destinati soprattutto ad implementare nuove attività di marketing e advertising digitale (opzione scelta dal 53% del campione), per avviare e potenziare un canale di e-commerce (45%), preso atto del forte potenziale del canale di vendita online, e per l’adozione o l’aggiornamento di software gestionali (28%). Tra l’altro, è interessante notare anche quali siano le priorità degli imprenditori: la riduzione degli sprechi alimentari è fondamentale per il 68%degli intervistati, mentre l’implementazione di servizi digitali per la gestione del business è importante per il 53% del campione. 

Superato il nodo della disponibilità di risorse

“In una indagine svolta con aziende operanti nel settore ristorazione e hospitality condotta da Qonto nel primo trimestre di quest’anno, la principale causa che ha bloccato gli investimenti in digitalizzazione era stata identificata nella poca disponibilità di risorse. Oggi, con le opportunità messe a disposizione dal PNRR le aziende hanno un’occasione, che devono cominciare a sfruttare” ha detto Mariano Spalletti, Country Manager di Qonto Italia. “Qonto, la cui vocazione da sempre è quella di aiutare professionisti e PMI a risparmiare tempo ed energie nella gestione delle proprie finanze a 360°, è pronta a fare la sua parte, mettendosi a disposizione per agevolare il loro passaggio a una gestione finanziaria 100% online: veloce, semplice e sicura”.

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In Italia cresce lo streaming, ma la Tv linear resta (per ora) sul podio

La tv? Sempre più streaming, in tutto il mondo, complice anche la chiusura in casa imposta dalla pandemia nell’ultimo anno e mezzo. I nuovi modi di fruizione dei programmi televisivi sono radicalmente cambiati nel giro di poco tempo: solo per fare un esempio, negli Stati Uniti la visione di tv streaming ha doppiato quella della tv tradizionale (definita linear). E il trend è ormai segnato in ogni angolo del Globo. E in Italia? Smart Tv e streaming crescono, ovvio, ma nel nostro Paese ci sono ancora delle resistenze nell’abbandonare il passato. A dirlo dai dati raccolti e diffusi da Samsung Ads Europe, la divisione Samsung Electronics dedicata a media e pubblicità, in relazione al periodo della pandemia di covid, tra gennaio 2020 e luglio 2021. L’analisi – che si sofferma sul comportamento degli utenti di smart TV Samsung – ha un respiro internazionale: dagli Usa al Canada, dal Regno Unito alla Germania, dalla Francia alla Spagna fino, appunto, al nostro paese. 

In Italia “vince” ancora la tv tradizionale

Nel nostro Paese la tv lineai si conferma a oggi quella più vista, anche se la forbice si sta assottigliando. Per citare i dati dello studio, si scopre che alla fine di giugno 2021 le Smart TV Samsung presenti in Italia trascorrevano giornalmente in media 1 ora e 52 minuti sulla TV lineare e 1 ora e 32 minuti in streaming. Dati che se confrontati con gennaio 2020, registrano un aumento del 43% dello streaming contro solo un +29% della TV lineare. Tra l’altro, cresce anche il gaming, con la Smart TV come strumento del gioco,

Dati in forte aumento per Svod e Avod 

Ma gli incrementi riguardano tutte le modalità di fruizione. Ad esempio, lo studio segnala – sempre nel periodo compreso tra gennaio 2020 e giugno 2021 – un incremento continuativo pari al 46% del “Subscription video on demand”, più comunemente noto con il termine Svod, a cui si affianca però anche l’aumento dell’Avod (ad-supported video on demand). Quest’ultimo, da gennaio 2020, ha registrato in Italia un +115% – la crescita percentuale più alta rispetto agli altri Paesi europei considerati – con un tempo medio di visione giornaliero di 43 minuti. Si tratta di un dato, questo, che riflette lo sviluppo sia dei servizi Avod tradizionali come YouTube sia il successo delle piattaforme fast come Roku e Samsung TV Plus.

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Un solo caricabatterie per tutti i device: lo ha deciso l’Europa

Addio a un caricatore a me e uno a te, uno per il cellulare e uno per il tablet, un altro per la macchina fotografica e uno in più per la cassa… A breve ci sarà un caricabatterie unico per tutti i device elettronici. Lo ha reso noto la Commissione Europea che, dopo anni di incompatibilità fra i diversi sistemi, ha deciso di proporre una revisione della direttiva sugli apparecchi radio che imporrà, a partire da 24 mesi dall’approvazione della norma, l’adozione di una singola porta di ricarica per tutti gli smartphone, i tablet, le macchine fotografiche, le cuffie, le casse portatili e le consolle per i videogiochi. Sarà quella attualmente più comune, cioè una porta Usb di tipo C, che diventerà lo standard. Negli ultimo tempi, va però ricordato, c’era già stata una sensibile riduzione dei sistemi di ricarica: si è infatti passati da circa 30 a sole 3 soluzioni, ricorda l’Ansa. Resta comunque il fatto che ancora oggi gli utenti si trovano a dover “combattere” con differenti standard.  

Obiettivo: ridurre la “spazzatura elettronica”

Poiché ogni anno vengono venduti in Europa circa 420 milioni di telefonini e altri apparecchi portatili, è facile immaginare la quantità enorme di cavi e cavetti per ricaricarli che popola le nostre case e i nostri uffici. In media, ogni europeo possiede tre caricatori, due dei quali utilizza regolarmente. Il 38% dei consumatori europei, secondo la Commissione, ha vissuto almeno una volta l’esperienza di non poter ricaricare il cellulare, perché i caricatori disponibili al momento non erano compatibili con il telefonino da ricaricare. Oltre che all’ambiente, la situazione nuoce al portafoglio dei clienti (non a quello dei produttori): i consumatori europei spendono circa 2,4 miliardi di euro l’anno in caricatori acquistati separatamente dagli apparecchi. Per quanto riguarda la sostenibilità, la nuova norma consentirebbe di risparmiare almeno 1.000 tonnellate annue di spazzatura elettronica: i caricatori inutilizzati e gettati via nel Vecchio Continente ammontano a 11mila tonnellate all’anno.

Un passo importante

“Con la nostra proposta – dice il commissario europeo all’Industria Thierry Breton – i consumatori europei potranno utilizzare un singolo caricatore per tutti i loro apparecchi elettronici portatili, un passo importante per aumentare la comodità e per ridurre i rifiuti”. Al momento la proposta non riguarda i pc portatili né i sistemi di ricarica wireless, ma non è escluso che la Commissione possa decidere di intervenire anche in questi ambiti in futuro. 

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