Dalla UE nuovi standard per uno spazio digitale più sicuro

Dalla responsabilità algoritmica alla tutela dei minori: il Parlamento e il Consiglio Europeo stabiliscono nuove regole per le Big Tech. È stato infatti raggiunto un accordo provvisorio sulla legge sui servizi digitali (Digital Services Act – DSA), che insieme al Digital Markets Act, stabilirà gli standard per uno spazio digitale più sicuro e condizioni di parità per aziende e Big Tech nei prossimi anni. In base alle nuove regole, le piattaforme online, come social media e mercati, dovranno adottare misure per proteggere gli utenti da contenuti, beni e servizi illegali. La Commissione e gli Stati membri avranno accesso agli algoritmi di piattaforme online molto grandi, inoltre vi sarà una rimozione rapida di contenuti illegali, inclusi prodotti e servizi. Inoltre, gli utenti saranno autorizzati a segnalare contenuti illegali, e le piattaforme dovranno agire rapidamente.

Tutele più forti e acquisti più sicuri

Tutele più forti anche per garantire che le segnalazioni siano trattate in modo non arbitrario e discriminatorio e nel rispetto dei diritti fondamentali, compresa libertà di espressione e protezione dei dati. I mercati online devono poi garantire che i consumatori possano acquistare prodotti o servizi sicuri, rafforzando i controlli per dimostrare che le informazioni fornite siano affidabili (principio Know Your Business Customer), nonché adoperarsi per prevenire la visualizzazione di contenuti illegali. Le vittime di violenza informatica saranno meglio protette, soprattutto contro la condivisione non consensuale (revenge porn) con rimozioni immediate. Piattaforme e motori di ricerca possono essere multati fino al 6% del loro fatturato mondiale. Nel caso di piattaforme con più di 45 milioni di utenti la Commissione avrà il potere esclusivo di esigere la conformità.

Maggior controllo sull’utilizzo dei dati personali

La Commissione seguirà da vicino i potenziali effetti economici dei nuovi obblighi per le Pmi, e i nuovi obblighi di trasparenza consentiranno agli utenti di essere meglio informati su come viene consigliato il contenuto. Inoltre, gli utenti avranno un migliore controllo su come vengono utilizzati i loro dati personali, e la pubblicità mirata sarà vietata quando si tratta di dati sensibili. Le piattaforme accessibili ai minori dovranno adottare misure specifiche per tutelarli, anche vietando totalmente la pubblicità mirata, e sarà vietato manipolare le scelte degli utenti attraverso ‘modelli oscuri’: piattaforme e mercati online non dovrebbero spingere le persone a utilizzare i loro servizi, ad esempio esortando il destinatario a modificare la propria scelta tramite l’interferenza dei pop-up. E annullare un abbonamento dovrebbe diventare facile come abbonarsi.

Obblighi più severi e proporzionati ai rischi

I destinatari dei servizi digitali, riporta Italpress, avranno il diritto di chiedere il risarcimento di eventuali danni o perdite subiti a causa di violazioni da parte delle piattaforme. Le piattaforme molto grandi dovranno rispettare obblighi più severi nell’ambito della DSA, proporzionati ai rischi che comportano quando diffondono contenuti illegali e dannosi, compresa la disinformazione. Inoltre dovranno valutare e mitigare i rischi sistemici ed essere soggette ad audit indipendenti ogni anno. E le grandi piattaforme che utilizzano i ‘sistemi di raccomandazione’ (algoritmi che determinano ciò che vedono gli utenti) devono prevedere almeno un’opzione che non sia basata sulla profilazione.

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Nel 2021 quasi 4.000 nuovi domini legati al food 

Il food viaggia sul web, e diventa sempre più protagonista. Sono infatti quasi 4mila i nuovi domini .it afferenti al settore dell’agroalimentare registrati nel 2021. E per il 2022, tra gennaio, febbraio e marzo sono stati registrati “a ora ben 4.680 nuovi siti nel settore dell’agroalimentare”. Lo ha reso noto Registro .it, l’anagrafe del web a targa italiana e organo dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr (Cnr-Iit). Dal 2016 Registro .it, in collaborazione con il dipartimento di informatica dell’Università di Pisa e Infocamere, ha istituito ‘Fine’, un osservatorio permanente per analizzare la diffusione di internet tra i vari settori appartenenti all’agroalimentare e studiare la loro diffusione.

Il 41,94% dei siti web .it appartiene al settore della ristorazione

I nuovi siti .it legati al food nati nel 2021 sono esattamente 3834. Di questi, quasi il 41,94% appartiene al settore della ristorazione, il 12% ai farinacei e il 10,17% al vino.  Seguono i settori cosiddetti ‘altro agro’, come caccia, cattura di animali, silvicoltura e utilizzo di aree forestali, con il 9,05%, il comparto agriturismo, con il 5,63%, e quello coltivazioni, con il 4,90%.
Una situazione simile si riscontra anche su base totale: in generale dei 101.605 siti .it registrati finora il 37,8% appartiene sempre al settore ristorazione, il 12,3% al vino, e l’11,3% ai farinacei.

Dal 2016 a oggi circa 8.000 registrazioni in più 

Oltre alle prime tre voci, seguono, entrambi con una quota dell’8,3%, i settori ‘altro agro’ e agriturismo.
Più in generale, dall’inizio della rilevazione dell’osservatori Fine nel 2016, e al netto delle cancellazioni avvenute nel corso degli anni, si evidenzia un incremento di circa 8mila domini registrati per i siti web .it afferenti al settore agroalimentare, pari a un aumento dell’8,4%. Al momento della rilevazione iniziale, dei 93.730 siti registrati per l’agroalimentare il 36,1% apparteneva sempre alla categoria ristorazione, l’11,5% a quella del vino, mentre l’11,3% a quella dell’agriturismo.

Una fotografia attendibile del web agroalimentare a targa italiana

“Quello dell’agroalimentare è un settore fondamentale per l’economia italiana – ha commentato Marco Conti, responsabile di Registro .it e direttore di Cnr-Iit – ma siamo certi che questa circostanza trovi riscontro anche sul web? È per rispondere a domande come questa che, sei anni fa, è nato Fine”. Secondo Maurizio Martinelli, primo tecnologo di Cnr-Iit, la risposta è sì. L’Osserv atorio rappresenta, riferisce Ansa,, “una fotografia attendibile per osservare come la situazione cambi nel corso del tempo all’interno del web agroalimentare a targa italiana”.

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Social, per il 22% degli italiani è scemato l’amore

Nell’ultimo anno quasi un quarto dei nostri connazionali si sono allontanati da almeno un social network. E’ questa l’evidenza più interessante che emerge dai risultati del Digital Consumer Trends Survey 2021 di Deloitte, una indagine basata su oltre 2 mila interviste a persone tra i 18 e i 75 anni. In particolare, si scopre che se è vero che il 73% degli italiani in possesso di smartphone utilizza piattaforme social o app di messaggistica su base giornaliera, è altrettanto vero che il 22% ha smepsso di farlo, su uno o u più piattaforma social, temporaneamente o in modo permanente. I motivi di questo distacco così repentino? Secondo la ricerca, le principali ragioni sono l’essersi stancati dei contenuti (35%), la presenza eccessiva di fake news (25%) e le preoccupazioni per la propria privacy (21%).

I social sono una primaria fonte di notizie

A fronte di questo parziale dietrofront, però, ci sono altri aspetti da considerare. Nello specifico, avverte la ricerca, i social media sono però diventati una fonte primaria per accedere alle notizie per una quota significativa di utenti (23%), poco al di sotto del risultato raggiunto dai media più tradizionali, come i giornali cartacei e i siti di notizie. Ma la Tv, riporta una nota diffusa da Ansa, resta la fonte più citata, con il 37% che la identifica come canale preferito di informazione. Nel 2021 in Italia sono saliti dal 40 al 63% gli utenti che fruiscono costantemente di contenuti video in streaming on demand (Svod), ed è cresciuta in modo rilevante la penetrazione dei servizi Video on demand tra gli ‘over 65’.

Lo smartphone amico degli acquisti

Sempre per quanto riguarda l’approccio al digitale da parte degli italiani, si scopre che i nostri connazionali non disdegnano lo shopping online. Quattro italiani su 5 dichiarano di utilizzare lo smartphone per acquistare un prodotto online, per lo più almeno una volta al mese. Ma nel nostro Paese cresce pure la diffusione dei dispositivi indossabili: se nel 2017 solo il 10% possedeva uno smartwatch, nel 2021 questa percentuale è salita al 25%; mentre 1 su 5 ha un braccialetto per il fitness. E il principale utilizzatore è la Gen-Z, cioè i nati tra il 1997 e il 2010.

I dispositivi digitali più importanti dopo la pandemia

Questi cambiamenti di abitudini sono anche da attribuirsi all’emergenza sanitaria, come spiega Francesca Tagliapietra, Partner e Industry Leader Tmt di Deloitte. “L’importanza dei dispositivi digitali è cresciuta con la pandemia ed è destinata ad affermarsi ancora di più in futuro in ambiti come la salute, il tempo libero e gli acquisti. Lo scenario digitale è in costante evoluzione e continuerà a sorprenderci con novità e cambiamenti destinati a trasformare la vita di tutti noi”.

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La digitalizzazione nell’industria della ristorazione, in attesa del PNRR

Il mondo food è stato uno dei settori che ha saputo meglio reagire con tempestività e creatività ai colpi della pandemia. Il merito di questa resilienza è in gran parte da attribuirsi alla capacità di digitalizzazione, ma oggi come è la situazione? Per scoprire quale sia lo stato dell’arte e gli sviluppi in materia di digitalizzazione nell’industria della ristorazione, Qonto, soluzione di gestione finanziaria per PMI e professionisti, ha recentemente condotto un’indagine su un campione di aziende italiane che operano nel mondo food. I risultati dell’indagine descrivono come le aziende della ristorazione hanno reagito al trend di conversione al digitale e in che misura la digitalizzazione permeerà il settore nel prossimo anno. Si scopre così, in estrema sintesi, che l’80% delle PMI del settore investirà in digitalizzazione nel 2022 mentre il 96% di queste utilizzerà le risorse messe a disposizione dal PNRR. per esaminare lo stato dell’arte e gli sviluppi in materia di digitalizzazione del settore.

Le attese nei confronti del PNNR

Le aziende del comparto attendono gli incentivi messi in campo dal PNRR: la stragrande maggioranza (80%) delle pmi della ristorazione intervistate, affermano infatti che nel 2022 gli investimenti in digitalizzazione saranno cruciali e il 96% di queste utilizzerà gli incentivi messi a disposizione dal PNRR. I principali motivi alla base della scelta sono, per oltre il 70% delle aziende, sia la possibilità che il digitale offre di ottimizzare i processi e accrescere l’efficienza della propria azienda, sia di mantenere o accrescere la propria competitività nel settore. Gli investimenti saranno destinati soprattutto ad implementare nuove attività di marketing e advertising digitale (opzione scelta dal 53% del campione), per avviare e potenziare un canale di e-commerce (45%), preso atto del forte potenziale del canale di vendita online, e per l’adozione o l’aggiornamento di software gestionali (28%). Tra l’altro, è interessante notare anche quali siano le priorità degli imprenditori: la riduzione degli sprechi alimentari è fondamentale per il 68%degli intervistati, mentre l’implementazione di servizi digitali per la gestione del business è importante per il 53% del campione. 

Superato il nodo della disponibilità di risorse

“In una indagine svolta con aziende operanti nel settore ristorazione e hospitality condotta da Qonto nel primo trimestre di quest’anno, la principale causa che ha bloccato gli investimenti in digitalizzazione era stata identificata nella poca disponibilità di risorse. Oggi, con le opportunità messe a disposizione dal PNRR le aziende hanno un’occasione, che devono cominciare a sfruttare” ha detto Mariano Spalletti, Country Manager di Qonto Italia. “Qonto, la cui vocazione da sempre è quella di aiutare professionisti e PMI a risparmiare tempo ed energie nella gestione delle proprie finanze a 360°, è pronta a fare la sua parte, mettendosi a disposizione per agevolare il loro passaggio a una gestione finanziaria 100% online: veloce, semplice e sicura”.

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In Italia cresce lo streaming, ma la Tv linear resta (per ora) sul podio

La tv? Sempre più streaming, in tutto il mondo, complice anche la chiusura in casa imposta dalla pandemia nell’ultimo anno e mezzo. I nuovi modi di fruizione dei programmi televisivi sono radicalmente cambiati nel giro di poco tempo: solo per fare un esempio, negli Stati Uniti la visione di tv streaming ha doppiato quella della tv tradizionale (definita linear). E il trend è ormai segnato in ogni angolo del Globo. E in Italia? Smart Tv e streaming crescono, ovvio, ma nel nostro Paese ci sono ancora delle resistenze nell’abbandonare il passato. A dirlo dai dati raccolti e diffusi da Samsung Ads Europe, la divisione Samsung Electronics dedicata a media e pubblicità, in relazione al periodo della pandemia di covid, tra gennaio 2020 e luglio 2021. L’analisi – che si sofferma sul comportamento degli utenti di smart TV Samsung – ha un respiro internazionale: dagli Usa al Canada, dal Regno Unito alla Germania, dalla Francia alla Spagna fino, appunto, al nostro paese. 

In Italia “vince” ancora la tv tradizionale

Nel nostro Paese la tv lineai si conferma a oggi quella più vista, anche se la forbice si sta assottigliando. Per citare i dati dello studio, si scopre che alla fine di giugno 2021 le Smart TV Samsung presenti in Italia trascorrevano giornalmente in media 1 ora e 52 minuti sulla TV lineare e 1 ora e 32 minuti in streaming. Dati che se confrontati con gennaio 2020, registrano un aumento del 43% dello streaming contro solo un +29% della TV lineare. Tra l’altro, cresce anche il gaming, con la Smart TV come strumento del gioco,

Dati in forte aumento per Svod e Avod 

Ma gli incrementi riguardano tutte le modalità di fruizione. Ad esempio, lo studio segnala – sempre nel periodo compreso tra gennaio 2020 e giugno 2021 – un incremento continuativo pari al 46% del “Subscription video on demand”, più comunemente noto con il termine Svod, a cui si affianca però anche l’aumento dell’Avod (ad-supported video on demand). Quest’ultimo, da gennaio 2020, ha registrato in Italia un +115% – la crescita percentuale più alta rispetto agli altri Paesi europei considerati – con un tempo medio di visione giornaliero di 43 minuti. Si tratta di un dato, questo, che riflette lo sviluppo sia dei servizi Avod tradizionali come YouTube sia il successo delle piattaforme fast come Roku e Samsung TV Plus.

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Un solo caricabatterie per tutti i device: lo ha deciso l’Europa

Addio a un caricatore a me e uno a te, uno per il cellulare e uno per il tablet, un altro per la macchina fotografica e uno in più per la cassa… A breve ci sarà un caricabatterie unico per tutti i device elettronici. Lo ha reso noto la Commissione Europea che, dopo anni di incompatibilità fra i diversi sistemi, ha deciso di proporre una revisione della direttiva sugli apparecchi radio che imporrà, a partire da 24 mesi dall’approvazione della norma, l’adozione di una singola porta di ricarica per tutti gli smartphone, i tablet, le macchine fotografiche, le cuffie, le casse portatili e le consolle per i videogiochi. Sarà quella attualmente più comune, cioè una porta Usb di tipo C, che diventerà lo standard. Negli ultimo tempi, va però ricordato, c’era già stata una sensibile riduzione dei sistemi di ricarica: si è infatti passati da circa 30 a sole 3 soluzioni, ricorda l’Ansa. Resta comunque il fatto che ancora oggi gli utenti si trovano a dover “combattere” con differenti standard.  

Obiettivo: ridurre la “spazzatura elettronica”

Poiché ogni anno vengono venduti in Europa circa 420 milioni di telefonini e altri apparecchi portatili, è facile immaginare la quantità enorme di cavi e cavetti per ricaricarli che popola le nostre case e i nostri uffici. In media, ogni europeo possiede tre caricatori, due dei quali utilizza regolarmente. Il 38% dei consumatori europei, secondo la Commissione, ha vissuto almeno una volta l’esperienza di non poter ricaricare il cellulare, perché i caricatori disponibili al momento non erano compatibili con il telefonino da ricaricare. Oltre che all’ambiente, la situazione nuoce al portafoglio dei clienti (non a quello dei produttori): i consumatori europei spendono circa 2,4 miliardi di euro l’anno in caricatori acquistati separatamente dagli apparecchi. Per quanto riguarda la sostenibilità, la nuova norma consentirebbe di risparmiare almeno 1.000 tonnellate annue di spazzatura elettronica: i caricatori inutilizzati e gettati via nel Vecchio Continente ammontano a 11mila tonnellate all’anno.

Un passo importante

“Con la nostra proposta – dice il commissario europeo all’Industria Thierry Breton – i consumatori europei potranno utilizzare un singolo caricatore per tutti i loro apparecchi elettronici portatili, un passo importante per aumentare la comodità e per ridurre i rifiuti”. Al momento la proposta non riguarda i pc portatili né i sistemi di ricarica wireless, ma non è escluso che la Commissione possa decidere di intervenire anche in questi ambiti in futuro. 

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Mercato Media in Italia tra fruizione lineare e on-demand

A più di un anno dall’inizio della pandemia i consumatori continuano a dedicare più tempo a dispositivi e piattaforme che offrono contenuti di entertainment, soprattutto tra le generazioni più giovani, che iniziano a trainare anche i Baby Boomers. Se da un lato rimane alta la fruizione di contenuti dalla TV tradizionale, in crescita è anche il possesso di dispositivi “smart” a cui accedere per ampliare la gamma di possibilità offerte. A fotografare la situazione del mercato Media italiano è la ricerca The Media Challenge: tra fruizione lineare e on-demand, condotta da BVA Doxa e presentata durante il Convegno L’internet advertising supera la raccolta TV e guida la ripresa, dell’Osservatorio Internet Media promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Tempo dedicato a contenuti non televisivi omogeno tra le generazioni

La ricerca conferma che da novembre 2020 alla primavera 2021 il tempo dedicato all’entertainment rimane alto: il 50% lo dedica alla televisione e il 35% dedica più tempo ai video, a fronte di un leggero calo della stampa. Quanto al tempo dedicato a diversi contenuti televisivi (programmi, film, serie TV) rispetto ai non televisivi (Social, YouTube, Influencer) si riscontrano dati interessanti soprattutto a livello generazionale: se il tempo dedicato alla TV è molto più alto tra i Baby Boomers (in media, 20 ore settimanali contro le 15 della Generazione X e le 10 dei Millennials), i contenuti non televisivi sono trasversali e omogenei, con i Millennials che vi dedicano in media 7 ore a settimana e i Baby Boomers 6.

Abbonamenti agli Svod e fruizione dei contenuti

Si conferma la crescita dello SVOD: aumentano sia gli abbonati ad almeno una piattaforma sia coloro che hanno accesso, magari tramite la condivisione di un abbonamento o perché parte di un’altra offerta. Un aumento che va di pari passo con un leggero calo dello streaming. Ma se l’utilizzo dello streaming è trasversale tra le generazioni lo SVOD segmenta di più: gli abbonati tra i Millennials sono +17% rispetto agli abbonati tra i Baby Boomers. Per quanto riguarda i contenuti, quelli più trainati sono anche gli stessi su cui i tutti principali SVOD presenti sul mercato stanno investendo di più: serie tv internazionali (46%), film meno recenti (42%) e film appena usciti (32%), oltre a cartoni animati e film d’animazione (20%), o programmi comici (20%).

Crescita dello “smart”

Si riconferma poi la crescita della smart TV che nel 25% dei casi affianca la TV tradizionale: 1 su 4 possiede sia una TV tradizionale sia una TV “smart”, e il 61% rende la TV tradizionale “connessa” tramite dispositivi esterni. Lo smart speaker cresce ancora più velocemente rispetto alla smart tv (+6%), e viene utilizzato soprattutto per ascoltare musica (63%), informarsi sul tempo (61%), chiedere qualcosa (62%), ascoltare la radio (59%), l’utilizzo di timer o sveglia (55%). Interessante anche la crescita del podcast, che conferma anche la crescita dell’audio, un ambito rilevante per aziende e brand che guardano a diversi mondi per intrattenere gli utenti.

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L’e-commerce di prodotto continua a crescere anche nel 2021

Per soddisfare l’incremento di domanda di acquisti online, e supportare le mutate esigenze dei consumatori, i player hanno investito nell’innovazione digitale. Anche se in maniera più misurata rispetto al 2020, la crescita dell’e-commerce di prodotto continua quindi anche nel 2021, e le prime stime prevedono un incremento del +18%, che porterà i prodotti a raggiungere i 30,6 miliardi di euro di transato. Il Food&Grocery resta il settore trainante (+38%), seguito dall’Abbigliamento e accessori (+26%), e dal Beauty (+20%). Secondo l’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2020 l’e-commerce di prodotto in Italia ha registrato una crescita del +45%, raggiungendo una penetrazione sul totale degli acquisti Retail del 9%.

Rafforzare l’evoluzione delle Pmi in chiave omnicanale

“Siamo in un momento storico fondamentale per l’Italia, dove la competitività del nostro Sistema Paese, delle nostre imprese e dei nostri lavoratori è strettamente legata alla strada verso la digitalizzazione – commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. Le tecnologie sono state in questi mesi un asset fondamentale per le aziende del retail e non solo: hanno consentito di sopperire e addirittura migliorare i rapporti con i consumatori, generando enormi benefici per quest’ultimi. Adesso è necessario puntare il faro ancor di più sulla digitalizzazione: i passi percorsi in questi mesi devono proseguire in maniera decisa e tutte le realtà imprenditoriali, soprattutto le Pmi e i negozi al dettaglio, devono rafforzare la loro evoluzione in chiave omnicanale”.

I merchant si focalizzano sull’attivazione e il rafforzamento di canali relazionali

Se il digitale è diventato sempre più centrale nelle strategie dei player, questi trend stanno generando nuovi equilibri tra offline e online basati sia su un riassetto dell’infrastruttura fisica sia su modelli multi e omnicanale. Se si guarda nel dettaglio ai canali di vendita e interazione, i merchant si sono focalizzati sull’attivazione e sul rafforzamento di canali relazionali, prevalentemente sui social e sulle piattaforme di instant messaging, e sull’abilitazione di nuove iniziative, in particolare sui marketplace e su siti aggregatori. Il cambiamento indotto dall’emergenza sanitaria ha contribuito alla diffusione dell’e-commerce anche tra le piccole imprese italiane, che sono state incentivate ad avvicinarsi al digitale e a comprenderne le potenzialità. 

Segnale del maggior grado di maturità dell’e-commerce

In molti casi l’approccio è stato piuttosto “artigianale”, fondato su modalità di interazione online e su modelli di acquisizione dell’ordine attraverso piattaforme social o di instant messaging, quindi, non propriamente di e-commerce. I più evoluti hanno investito in siti diretti, in vetrine sui marketplace e in iniziative sugli aggregatori online. Per le Pmi italiane quindi non si può ancora parlare di omnicanalità in maniera diffusa, ma dei primi passi verso una multicanalità online più consapevole. Si tratta comunque di un segnale del maggior grado di maturità dell’e-commerce, che lascia presagire un’integrazione sempre più solida tra l’offline e l’online.

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Recensioni online, shopping e moda, elettronica e tecnologia i settori più “caldi” su Trustpilot

Anche le recensioni online sono uno specchio dei tempi e soprattutto delle nuove abitudini di acquisto dei consumatori. Lo conferma Trustpilot, la piattaforma di recensioni europea, che ha esaminato l’attività globale degli utenti fra luglio 2020 e gennaio 2021 allo scopo di delineare gusti e orientamento in quello che si cerca e si compra. “Shopping & moda”, “elettronica & tecnologia” e “finanza e assicurazioni” sono i settori in cui sono state cercate più informazioni durante la pandemia ed i lockdown mentre le aziende B2B sono le più recensite per i servizi, quelle del settore ‘casa e giardino’ per i prodotti. 

Sorprende la moda, non l’elettronica

Gli esperti di Trustpilot spiegano che stupisce il fatto che le recensioni più cercate siano state quelle relative alla categoria “shopping e moda”, nonostante si fosse in piena pandemia. “Non sorprende più di tanto, invece”, affermano “che ‘elettronica e tecnologia’ sia risultata la seconda categoria di prodotti più ricercata su Trustpilot, visto che include elettrodomestici e dispositivi elettronici quali telefoni, computer e software. Dal momento che le persone sono rimaste chiuse in casa molto più a lungo di quanto fosse mai successo nella storia recente, i consumatori si sono dedicati a migliorare la propria vita quotidiana e ad acquistare prodotti che li avvicinassero al mondo esterno”.

Cresce la finanza

Inoltre, “considerata l’ondata di nuovi investitori entrati sul mercato all’inizio della pandemia e la generale situazione finanziaria instabile che ha colpito numerose famiglie, è facile capire perché la categoria ‘finanza e assicurazioni’ si sia classificata al terzo posto nella lista dei settori più ricercati su Trustpilot” spiegano gli analisti della piattaforma, come riporta Adnkronos. “La pandemia, infatti, ha reso tutti più consapevoli di quanto velocemente possa cambiare la propria situazione economica di fronte a un evento come la diffusione del Covid-19, spingendo a ricercare la migliore soluzione per salvaguardare le proprie finanze, fra le tante opzioni disponibili”.

Milioni e milioni di recensioni

Nel periodo oggetto dell’indagine, luglio 2020-gennaio 2021, Trustpilot ha ricevuto 22,4 milioni di recensioni in cui si valutava il servizio offerto da un’azienda e 3 milioni di recensioni inerenti nello specifico al prodotto acquistato. Le recensioni italiane sono state circa un milione. Riguardo le recensioni relative al servizio offerto, i business che hanno ricevuto il maggior numero di recensioni legate al servizio offerto al cliente sono stati quelli del settore B2B, come Import & Export, Sales & Marketing, It & Communication o Spedizioni & Logistica, che hanno ottenuto complessivamente  oltre 2,8 milioni di recensioni.

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Tecnologie 4.0, decisive per rispondere alla crisi

Per molte aziende le tecnologie dell’Industria 4.0 stanno svolgendo un ruolo decisivo nel rispondere alla pandemia, al contrario di quanto sta avvenendo nelle imprese prive di queste tecnologie. Secondo lo studio di McKinsey Covid-19: An inflection point for Industry 4.0, per il 94% delle imprese intervistate l’Industry 4.0 e le tecnologie a essa collegate sono state fondamentali per garantire il funzionamento delle attività durante la crisi, e più della metà (56%) ritiene che siano state essenziali per rispondere alla crisi.

Il ritardo tecnologico rende difficile la ripresa

In generale, circa il 65% si mostra più ottimista sulle prospettive delle tecnologie digitali rispetto a un anno fa. Tuttavia solo il 26% dichiara di aver portato su scala con successo alcuni o molti casi d’uso dell’Industry 4.0, con un crollo di oltre il 40% rispetto all’anno precedente, e al di sotto del livello registrato nel 2017 (30%). Per quanto riguarda le imprese che non avevano implementato tecnologie 4.0 prima della pandemia, il 56% si è trovato limitato nella propria capacità di reazione, e il ritardo tecnologico, accompagnato dai vincoli di cassa, sta rendendo difficile la ripresa, riporta Ansa.

La prospettiva di un crescente divario tra vincitori e vinti

La pandemia ha messo in luce anche i limiti delle implementazioni tecnologiche odierne e stabilito un livello più alto per il successo. Mentre le aziende di tutto il mondo affrontano la transizione alla nuova normalità alcune aziende potrebbero essere tentate di rallentare o mettere in pausa i percorsi di trasformazione digitale. Una scelta sbagliata, tanto che nel report si legge: “I leader dell’Industria 4.0 stanno già raccogliendo i frutti dei loro investimenti pre-pandemici, creando la prospettiva di un crescente divario tra vincitori e vinti. Ma l’opzione migliore per la maggior parte delle aziende è concentrare i propri sforzi digitali, mirando alle opportunità strategicamente più importanti e a raggiungere una scala reale a un ritmo accelerato”.

Nel post-pandemia cambiano le priorità

La crisi sta costringendo le aziende a ripensare la direzione delle proprie strategie operative, modificando le problematiche di business che intendono affrontare e le tecnologie di Industria 4.0 che utilizzano per farlo. Non sorprende che date le circostanze, agilità e flessibilità nelle operazioni siano emerse come priorità strategiche principali, al di sopra dell’aumento della produttività e della riduzione dei costi, l’obiettivo principale nel pre-Covid. Allo stesso modo, le tecnologie che abilitano remote working e collaborazione sono in cima alla lista dei casi d’uso prioritari dell’Industria 4.0, seguite dalle tecnologie per aiutare la collaborazione e la visibilità lungo la catena di fornitura end-to-end.

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