Per le Nazioni Unite il 2022 sarà l’Anno Internazionale del vetro

Il 2022 sarà l’Anno Internazionale del vetro: lo ha deciso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Le motivazioni della scelta tendono a sottolineare “il ruolo tecnologico, scientifico, economico, ambientale, storico e artistico del vetro nella nostra società”, si legge nella risoluzione delle Nazioni Unite (A/RES/75/279). In particolare, il 2022 sottolineerà questo ruolo strategico del vetro “mettendo in luce le ricche possibilità di sviluppo delle tecnologie e il loro potenziale contributo per affrontare le sfide dello sviluppo sostenibile e delle società inclusive, raggiungere la ripresa economica mondiale e ricostruire meglio dall’epidemia di coronavirus”, continua la risoluzione Onu. Si tratta di una scelta che dà il via a un anno importante per tutta la filiera di questo materiale antico, ma in grado di interpretare tutte le sfide della modernità, da quelle ambientali a quelle tecnologiche.

Per Assovetro si tratta di un’occasione unica e irripetibile

Per Assovetro, l’associazione nazionale degli industriali del vetro aderente a Confindustria, si tratta di un’occasione unica e irripetibile per sostenere la promozione del vetro, e in particolare, di tutta l’industria, in un anno speciale in cui cade anche il 75esimo anniversario della fondazione dell’associazione. E per celebrare l’Anno Internazionale del vetro, Assovetro sta programmando una serie di iniziative che si dipaneranno nel corso di tutto l’anno. Assovetro è un’associazione imprenditoriale di categoria senza scopo di lucro, costituita nel 1947 tra le aziende industriali italiane che fabbricano e trasformano il vetro. Le aziende aderenti sono attualmente 70, per un totale di circa 16.000 addetti.  

Il vetro contribuisce ad attuare modelli di produzione e consumo sostenibili

“È una notizia molto gradita – ha dichiarato Graziano Marcovecchio, presidente di Assovetro -. Le parole della risoluzione sottolineano come il vetro abbia tutte le potenzialità per contribuire all’attuazione di modelli di produzione e consumo sostenibili. Considerando i progressi compiuti per ridurre il consumo di energia le emissioni atmosferiche e altri impatti ambientali, le parole della risoluzione riconoscono appieno l’impronta ambientale del vetro. Purtroppo – ha sottolineato il presidente di Assovetro – questa bella notizia è offuscata dalle difficoltà che si sono abbattute sulle nostre industrie per il boom dei costi energetici, che possono mettere a rischio la stessa vita del settore”.

Nel 2020 in Italia il riciclo del vetro ha raggiunto quota 79%

In ogni caso, riferisce Adnkronos, la sostenibilità del vetro, un materiale riutilizzabile e riciclabile all’infinito, è dimostrata dai dati. Nel 2020, l’anno della pandemia, il riciclo del vetro in Italia ha raggiunto una quota pari al 79% (l’anno precedente era il 77%), una percentuale ben al di sopra del target europeo del 75% fissato per il 2030. L’impegno dell’industria però è arrivare al 90%, agendo in maniera combinata su raccolta, trattamento e riciclo.

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Alimenti italiani fake, l’agropirateria pesa per 100 miliardi di euro

Il problema dei falsi – gigantesco e pesantissimo sotto il profilo economico – non riguarda solo i settori più visibili, come le copie dei prodotti più di moda dei brand famosi. Riguarda, e con una ricaduta impressionante, anche gli alimentari. Proprio così: il Made in Italy fa gola anche alla pirateria in ambito alimentare. Andando più nel concreto, l’agropirateria internazionale ha raggiunto la cifra record di 100 miliardi di euro di falso “italiano” il cui danno economico è aumentato del 70% solo nell’ultimo decennio. “Servono impegni concreti per facilitare la presenza di prodotti originali made in Italy sulla rete distributiva mondiale, fare la giusta informazione verso il consumatore estero sulla qualità del vero prodotto italiano, promuovere le produzioni dei territori e combattere il fake food, offrire tramite nuove tecnologie la possibilità di leggere in modo immediato il tracciamento del prodotto a scaffale e le attività certificate 100% Italian Taste”, affermano gli esperti riuniti all’evento web “Made in Italy ed eccellenze della cucina italiana. Viaggio intorno al mondo del 100% Italian Taste” promosso da ITA0039 by ASACERT in collaborazione con la Fondazione UniVerde e con il supporto di Coldiretti e Fondazione Campagna Amica, e ripreso dal media partner ItalPress.

Difendere il vero Made in Italy

Come si legge nella nota, “L’appuntamento si è svolto nell’ambito della VI Settimana della Cucina Italiana nel Mondo ed è stato occasione per rilanciare i temi della qualità, della salubrità e della sostenibilità delle produzioni italiane, insieme alla campagna #NoFakeFood che si propone l’obiettivo di tutelare e valorizzare il vero made in Italy agroalimentare contro agropirateria, contraffazioni e Italian sounding nonchè difendere l’identità territoriale dei prodotti agroalimentari e promuovere, a livello internazionale, la genuinità del cibo e la qualità degli ingredienti 100% italiani nelle preparazioni culinarie. Oltre a questo, è stato ricordato il cammino del protocollo ITA0039, strumento di riconoscibilità dedicato al mondo della ristorazione, l’unico rilasciato da un Ente accreditato professionale e il cui scopo è la valorizzazione del prodotto enogastronomico nel mondo: le attività certificate 100% Italian Tastè garantiscono infatti l’autenticità di ristoranti e prodotti italiani, provenienti da fornitori italiani”.

Arrivare a 100 miliardi di esportazioni “vere” entro il 2030

“Vogliamo arrivare a 100 miliardi di esportazioni dell’autentico made in Italy entro il 2030. Per farlo l’alleanza con i ristoranti italiani nel mondo è fondamentale, anche dal punto di vista culturale – ha sottolineato Gianluca Lelli, Capo Area Economica di Coldiretti -. L’agricoltura è il carburante del comparto della ristorazione, ambasciatore della cultura del cibo italiano all’estero. Ogni ristorante, dove c’è il prodotto italiano originale, diventa non solo vetrina ma spazio di trasparenza e formazione. I consumatori italiani sono ormai da tempo abituati a destreggiarsi tra le diverse certificazioni e sono perfettamente consapevoli di quanto questo strumento sia utile ad orientare le proprie scelte di consumo verso il prodotto 100% italiano”.

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A ottobre 2021 i prezzi al consumo aumentano del + 3,0%

Rispetto a settembre, a ottobre 2021 l’Istat stima un aumento dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) dello 0,7% al lordo dei tabacchi, e del 3,0% su base annua (a settembre era +2,5%). La stima preliminare era del +2,9%. L’ulteriore accelerazione su base tendenziale dell’inflazione anche a ottobre è in larga parte dovuta ai prezzi dei beni energetici, passati da +20,2% di settembre a +24,9%, sia quelli della componente regolamentata (da +34,3% a +42,3%) sia quelli della componente non regolamentata (da +13,3% a +15,0%).  Inoltre, rispetto a settembre accelerano anche i prezzi dei servizi relativi ai trasporti, ma in misura minore: da +2,0% a +2,4%. Sempre a ottobre, l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sale da +1,0% a +1,1%, mentre quella al netto dei soli beni energetici rimane stabile a +1,1%.

L’aumento è dovuto soprattutto ai prezzi dei beni energetici regolamentati

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei beni energetici regolamentati (+17,0%) e solo in misura minore a quella dei prezzi degli energetici non regolamentati (+1,0%) e degli alimentari non lavorati (+0,7%). Diminuiscono, invece, per ragioni ascrivibili per lo più a fattori stagionali, i prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-0,7%) e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,3%).

Accelerano i prezzi dei beni, stabili quelli dei servizi

Su base annua accelerano i prezzi dei beni (da +3,6% a +4,2%), mentre la crescita di quelli dei servizi è stabile (+1,3%). Il differenziale inflazionistico tra questi ultimi e i prezzi dei beni rimane negativo (-2,9 punti percentuali), ampliandosi rispetto a quello registrato a settembre (-2,3). L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a +1,8% per l’indice generale, e a +0,8% per la componente di fondo. Accelerano i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +0,9% a +1,0%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +2,6% a +3,1%).

Indice IPCA, +0,9% tendenziale, +3,2% su base annua

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra poi un aumento dello 0,6% su base mensile e del 3,0% su base annua.

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Prorogata al 31 dicembre 2021 la consultazione delle e-fatture

Il 30 settembre scorso è scaduto il termine per l’adesione al servizio di consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche. È quindi terminato il periodo ‘transitorio’ durante il quale gli operatori economici e i loro intermediari delegati hanno potuto consultare, anche in assenza di adesione allo specifico servizio, la totalità delle fatture elettroniche trasmesse al Sistema di Interscambio a decorrere dal 1° gennaio 2019, la data di avvio dell’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica. Un provvedimento firmato dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, proroga però dal 30 settembre al 31 dicembre 2021 la deadline per operare la scelta di adesione al servizio di consultazione e acquisizione delle e-fatture.

Ancora due mesi per operare la scelta

Restano quindi ancora due mesi per scegliere il servizio di consultazione delle e-fatture. Gli operatori Iva e i consumatori finali, infatti, potranno aderire al servizio di consultazione e acquisizione delle proprie fatture elettroniche, continuando così a poter consultare le fatture emesse e ricevute dal 1° gennaio 2019 fino al 31 dicembre 2021.

Chi effettua l’adesione entro il 31 dicembre potrà accedere alle fatture pregresse

Per andare incontro alle richieste di operatori economici, associazioni di categoria e ordini professionali, che hanno segnalato le criticità legate all’impossibilità di accedere alle fatture ‘pregresse’, il provvedimento porta quindi dal 30 settembre al 31 dicembre 2021 la deadline per operare la scelta. Inoltre, il provvedimento prevede la possibilità, per chi ha effettuato o effettuerà l’adesione entro il 31 dicembre 2021, di accedere a tutte le fatture emesse e ricevute trasmesse al Sistema di interscambio a partire dal 1° gennaio 2019, e non solo a quelle trasmesse dal giorno successivo all’adesione. Gli operatori Iva possono comunicare l’adesione anche tramite un intermediario appositamente delegato.

Conservazione e consultazione, due servizi distinti

L’Agenzia mette a disposizione dei contribuenti due diversi servizi, riporta Adnkronos, a cui si può accedere previa, e specifica, adesione. Si tratta di due servizi gratuiti, di cui il primo riguarda la conservazione a norma delle fatture elettroniche, secondo quanto disposto dal decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 17 giugno 2014, e il secondo riguarda la consultazione e l’acquisizione delle fatture elettroniche e dei loro duplicati informatici. I due servizi hanno finalità diverse e richiedono, ognuno, una specifica adesione. Per evitare di incorrere nelle criticità che sono state rappresentate è fondamentale effettuare l’adesione al servizio di consultazione entro il 31 dicembre 2021. Quanto al periodo di consultazione, quest’ultimo servizio prevede che le fatture elettroniche siano consultabili e scaricabili fino al 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di ricezione da parte del Sistema di interscambio.

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Moda, Milano esporta 3,8 miliardi di euro nel primo trimestre 2021

Nel primo trimestre del 2021 Milano ha esportato solo nel settore moda 3,8 miliardi di euro, pari al 15% del totale nazionale. Solo a Milano si contano 10.410 imprese del settore, sulle 26.876 della Lombardia e le 191.148 in Italia, e 73.625 addetti, rispetto ai 156.139 della Lombardia e ai 717.948 dell’intero territorio nazionale.  I dati della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi confermano la moda come il settore che meglio connota Milano, e che più rappresenta il Made in Italy nel mondo. Secondo l’ultimo Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano, nel 2020 il settore dell’abbigliamento è valso 3,9 miliardi di euro (+22% rispetto all’anno precedente). E in valore assoluto, la moda è stato uno dei tre comparti che lo scorso anno ha contribuito maggiormente alla crescita economica del Paese, con 700 milioni di euro sui 5,5 miliardi di euro di incremento totale.

Nel 2019 il fatturato a Milano è il 17% del totale nazionale

“Nel 2019, a Milano, il fatturato della moda, industria e commercio ha sfiorato i 21 miliardi di euro, pari al 17% del totale nazionale, un valore cresciuto del 34% rispetto al 2010 – spiega Elena Vasco, Segretario generale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. All’interno del comparto, la voce più rilevante è costituita dal commercio al dettaglio e all’ingrosso, che vale infatti quasi 13 miliardi di euro, ed è anche quella che è cresciuta maggiormente (+45%). La produzione di tessile-abbigliamento e pelletteria – continua Vasco – con un fatturato di 7,6 miliardi, ha riportato ugualmente un risultato positivo negli anni considerati (+17,5%)”. 

Un settore in trasformazione

La moda però sta vivendo un momento complesso e sta facendo i conti con cinque forze che stanno portando il settore a una profonda e radicale trasformazione, accelerata ulteriormente dalla pandemia. Tra queste sfide spicca quella della sostenibilità, parametro richiesto sempre più dagli stessi consumatori, come si evince dal proliferare di piattaforme di vendita di usato.
“La moda è uno dei settori che, negli ultimi anni, ha subito le maggiori trasformazioni, già prima della pandemia – commenta Giuseppe Stigliano, esperto di marketing, di trasformazione digitale e innovazione aziendale -. L’onlife fashion è la rappresentazione di come il mondo della moda ha dovuto fare i conti con le 5 forze: accelerazione, ibridazione, disintermediazione, sostenibilità e democratizzazione.

Il mercato chiede alle aziende di fare scelte sostenibili

“A queste, nel 2020, si è aggiunta una sesta forza, il Covid-19, che ha contribuito a riscriverne le regole – continua Stigliano -. Soprattutto entrando nel merito della quarta forza, la sostenibilità appunto, la moda è il settore più inquinante dopo quello del petrolio, ed è vissuta per anni di azioni di compensazione, ma oggi non basta più. Il mercato chiede alle aziende di essere coerenti – sottolinea Stigliano – e fare scelte realmente sostenibili, ed è per questo che il comparto della moda è oggi costretto a ripensarsi”.

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Italia e vacanze: i prezzi delle seconde case in crescita del +3,1%

Dopo l’annus horribilis 2020, il mercato immobiliare dedicato alle case vacanza riprende fiato e nuovo slancio. Tanto che nel 2021 il prezzo medio per l’acquisto di un’abitazione nelle località turistiche in Italia si attesta a 2.730 euro al mq commerciale, con un trend dei prezzi di vendita delle case per vacanza in aumento del +3,1% su base annua e un campo di oscillazione compreso tra -1,2% e +5,5%. Si tratta di una decisa escalation dopo la battuta di arresto dello scorso anno (-0,8% su base annua). Per le abitazioni top nuove nelle località turistiche, le quotazioni medie si attestano su valori che superano i 3.700 euro al mq (con un range di oscillazione dei valori medi tra 2.900 e 4.200 euro al mq); per le abitazioni centrali usate i valori medi oscillano tra 2.110 e 3.160 euro al mq, mentre per le abitazioni periferiche usate si mantengono tra 1.520 e 2.200 euro al mq.

Ottimisti anche gli agenti immobiliari

I dati sull’andamento delle compravendite nelle località di vacanza sono il frutto dell’Osservatorio Nazionale Immobiliare Turistico di Fimaa (Federazione italiana mediatori agenti d’affari) con la collaborazione della Società di Studi Economici Nomisma. E il trend è confermato anche sul campo: sette agenti immobiliari su dieci hanno percepito un sostanziale aumento delle compravendite di abitazioni per vacanza rispetto al 2020. 

Cortina, Madonna di Campiglio e Forte dei Marmi le location più care

Ai primi posti della classifica delle località di villeggiatura più costose si piazzano due centri di montagna: Cortina d’Ampezzo (BL) si posiziona in vetta alla classifica con valori che raggiungono i 13.500 €/mq, superando Madonna di Campiglio (Tn) con 13.000 €/mq. Al terzo e quarto posto, invece, troviamo due location al mare: Forte dei Marmi (LU) e Capri (NA), rispettivamente con un prezzo per abitazioni di 13.000 €/mq e 12.500 €/mq. In quinta posizione Courmayeur (AO) con un valore di 11.000 €/mq, arretrando rispetto allo scorso anno, seguita da Santa Margherita Ligure (GE) che con un valore di 10.500 €/mq mantiene la stessa posizione del 2020.

Si compra per utilizzo diretto

Secondo gli operatori del settore, anche quest’anno il mercato residenziale nelle località turistiche è alimentato principalmente dagli acquisti per utilizzo diretto (65,2%), con maggiore intensità rispetto allo scorso anno, a fronte di una flessione della componente che esprime la duplice finalità (investimento ed uso personale), che passa dal 26% al 18%. La quota restante è riconducibile a finalità unicamente di investimento (16,8%).

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Su Amazon le Pmi italiane crescono, e nel 2020 arrivano a quota 18 mila

Le Piccole e medie imprese italiane presenti su Amazon nel 2020 hanno raggiunto quota 18 mila, e più di 4 mila fra loro hanno superato per la prima volta i 100 mila euro di vendite, mentre 200 di loro hanno addirittura superato la soglia di un milione di euro.
Si tratta di alcuni dati emersi dal Report 2021 di Amazon sulle Piccole e medie imprese italiane che vendono i loro prodotti e servizi sul colosso internazionale dell’e-commerce. Il Report evidenzia inoltre come nel 2020 queste realtà in Italia hanno creato oltre 50.000 posti di lavoro, e abbiano registrato vendite all’estero per più di 600 milioni di euro.

Le 5 categorie di prodotto più vendute dalle Pmi

Le PMI in Italia sviluppano il loro business online e supportano l’economia delle regioni e delle comunità locali. Molte di queste sono situate in Lombardia (+2.750), Campania (+2.500), Lazio (+1.750+), Puglia (+1.500+), Emilia-Romagna (+1.300), Veneto (+1.300), Piemonte (+1.100), Sicilia (+1.100), Toscana (+1.100), Marche (+500). Le 5 categorie di prodotto di maggior successo per le Pmi italiane che vendono su Amazon nel 2020 sono state Casa e cucina, Salute e cura della persona, Bellezza, Alimentari e Abbigliamento. Tra le prime 10 regioni con il più alto numero di vendite all’estero nel 2020 figurano la Lombardia, Campania, Veneto, Lazio, Toscana, Piemonte, Puglia, Emilia-Romagna, Sicilia, e Trentino-Alto Adige.

Oltre 150 prodotti venduti ogni minuto

Nel 2020 le Pmi italiane hanno avuto accesso a centinaia di milioni di clienti Amazon in tutto il mondo. Dal Report di Amazon risulta infatti che nel 2020 le Pmi italiane complessivamente hanno venduto più di 80 milioni di prodotti sulla piattaforma, 30 milioni in più rispetto all’anno precedente. In media, si tratta di più di 150 prodotti al minuto, per un totale di vendite registrate pari a una media di oltre 200.000 euro, 50.000 euro in più rispetto al 2019, riporta una notizia Ansa.

“Continueremo a fornire un’eccellente esperienza di acquisto per i clienti”

Amazon intende continuare a sostenere le Pmi italiane sulla propria piattaforma, fornendo logistica, strumenti, servizi, programmi e formazione per un investimento di circa 2,8 miliardi di euro in Europa nel 2020.
“Ogni giorno collaboriamo con migliaia di piccole e medie imprese e le aiutiamo a espandere la propria attività oltre i loro confini – ha dichiarato Xavier Flamand, Director, EU Seller Services di Amazon -. Continueremo a innovare per le Pmi aiutandole a fornire un’eccellente esperienza di acquisto per i nostri clienti”.
Questo perché “Oltre la metà del totale delle vendite effettuate su Amazon arriva da piccole e medie imprese italiane – ha aggiunto Ilaria Zanelotti, Director of Marketplace Amazon Italia – che rappresentano il motore per la ripresa e lo sviluppo dell’economia locale”. 

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Effetto Covid: nel 2020 hanno chiuso 22mila bar e ristoranti

Crollano i consumi fuori casa, e nel 2020 oltre 22mila tra bar e ristoranti hanno cessato l’attività. A fronte delle 9.190 nuove aperture, il saldo negativo è di oltre 13mila imprese. Costretti a casa dai lockdown gli italiani hanno infatti aumentato i loro consumi domestici, con la spesa alimentare cresciuta di 6 miliardi di euro in un anno. Tanto, ma non abbastanza per compensare quanto si è perso nei pubblici esercizi, dove i consumi sono crollati di 31 miliardi di euro. Un dato che certifica come gli italiani abbiano speso meno soprattutto per prodotti agroalimentari di qualità superiore, consumati in maniera maggiore all’interno dei ristoranti.

Siamo tornati indietro di 26 anni

È quanto emerge dal Rapporto Ristorazione 2020 di Fipe-Confcommercio: in termini di spesa pro-capite siamo tornati indietro di 26 anni, ovvero al 1994. Secondo il rapporto, però, pandemia e restrizioni hanno anche modificato il rapporto tra i consumatori e i pubblici esercizi.  Se a luglio 2020, periodo nel quale i locali sono tornati a lavorare a buoni ritmi, la colazione rappresentava il 28% delle occasioni di consumo complessive, a febbraio 2021 la percentuale è salita al 33%. L’esatto contrario di quanto accaduto con le cene, passate dal 19% a meno dell’11%.

Completamente scomparsa l’attività serale

A conti fatti, a febbraio di quest’anno colazioni, pranzi e pause di metà mattina hanno costituito l’87% delle occasioni di consumo fuori casa. Mentre è completamente scomparsa l’attività serale. Quanto al 2021, si apre in modo complicato per i pubblici esercizi. A metà marzo oltre il 75% delle imprese risultava parzialmente aperto, il 22% era chiuso pur prevedendo di riaprire ‘un giorno’, e il 2% dichiara che non riaprirà mai.

L’incertezza dei titolari verso il futuro

Nel primo trimestre 2021 poi l’indice di fiducia sul futuro per gli imprenditori della ristorazione è crollato a -68,3% rispetto allo stesso periodo del 2020.  Infatti, secondo gli intervistati da Fipe-Confcommercio, il 2021 sarà ancora un anno di fatturati in calo, mediamente del 20%, ma il dato più preoccupante è l’incertezza che i titolari manifestano verso il futuro. Il 33,4% delle imprese non ha idea di cosa potrà riservare loro il 2021, e un altro terzo delle imprese ritiene che certamente nel 2021 andrà incontro a una ulteriore riduzione dei ricavi. Mentre il 2%, riporta Adnkronos, in linea con la prospettiva di non riaprire, dichiara che nel 2021 non sarà conseguito fatturato.

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Ransomware, il 39% paga il riscatto, ma solo l’11% recupera tutti i dati

Il ransomware è un malware utilizzato per estorcere denaro, che utilizza la crittografia per impedire agli utenti di recuperare i propri dati o di accedere al proprio dispositivo. Nel 2020 il 39% degli italiani caduti nella trappola del ransomware ha pagato il riscatto per ripristinare l’accesso ai propri dati. Tuttavia, il 43% non ha comunque recuperato le informazioni rubate. Secondo uno studio condotto da Kaspersky fra gli italiani che hanno subito un attacco ransomware il 33% ha dichiarato di aver perso quasi tutti i dati. E indipendentemente dal fatto che abbiano pagato o meno, solo l’11% è stato in grado di ripristinare tutti i file criptati o bloccati dopo l’attacco. Il 17%, invece, ne ha persi solo alcuni, mentre il 22% non è riuscito a recuperarne una quantità significativa.

I più giovani sono più propensi a pagare un riscatto

Sempre secondo lo studio di Kaspersky, nel 2020 gli utenti di età compresa tra 35 e 44 anni sono stati i più propensi a pagare il riscatto, con il 65% di persone che ha dichiarato di averlo fatto. Inoltre, più della metà (52%) degli utenti di età compresa tra i 16 e i 24 anni e solo l’11% di quelli di età superiore ai 55 anni hanno versato denaro ai criminali, dimostrando che gli utenti più giovani sono più propensi a pagare un riscatto rispetto a quelli di età superiore ai 55 anni.

Pagare non garantisce nulla, anzi incoraggia i criminali informatici

“Questi numeri mostrano che una percentuale significativa di utenti, negli ultimi 12 mesi, ha pagato un riscatto per recuperare i propri file. Purtroppo, pagare non garantisce nulla, anzi incoraggia i criminali informatici a proseguire con i loro attacchi e consente a questa pratica di prosperare – commenta Marina Titova, Head of Consumer Product Marketing presso Kaspersky -. Per proteggersi gli utenti dovrebbero prima di tutto investire nella protezione e nella sicurezza dei propri dispositivi e fare regolarmente il backup di tutti i dati. Questo renderebbe l’attacco stesso meno redditizio per i criminali informatici, riducendo la diffusione di queste minacce”.

Come comportarsi in presenza di un ransomware?

Se oggi il 28% degli utenti ha sentito parlare dei ransomware negli ultimi 12 mesi è fondamentale comprendere come comportarsi in presenza di un ransomware. Pertanto Kaspersky raccomanda di non pagare il riscatto se il dispositivo è stato bloccato, ma di contattare le forze dell’ordine locali e segnalare l’attacco. Cercare poi di scoprire il nome del trojan ransomware. Queste informazioni possono aiutare gli esperti di cybersecurity a decifrare e risolvere la minaccia Evitare inoltre di cliccare sui link presenti nelle email spam o su siti web sconosciuti, e non aprire gli allegati delle email inviate da utenti di cui non ci si fida. E non inserire mai chiavi usb o altri dispositivi rimovibili di archiviazione nel proprio computer se non si è certi della loro provenienza.

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Il Covid non frena gli investimenti nelle startup

Nonostante il contesto di fragilità economica, nell’anno del Covid-19 gli investimenti nelle startup non si sono fermati, privilegiando settori come Deep Tech, AI, IoT, Industry 4.0, FinTech & InsurTech. Secondo il Venture Capital Report Italia 2020, realizzato da Cross Border Growth Capital, l’advisor per aumenti di capitale e operazioni di finanza straordinaria per startup e Pmi, l’e-commerce è stato il verticale più caldo del 2020, e se rispetto al 2019 si sono verificati meno round, nel 2020 si è registrato un ammontare maggiore, con 335 round di finanziamenti per un totale di 655 milioni di euro contro i 355 dell’anno precedente.

L’espansione del crowdfunding contribuisce a sostenere le startup early-stage

Il report evidenzia che nonostante una diminuzione del 6% del numero di round rispetto al 2019 il settore Venture Capital (Vc) italiano ha registrato nel 2020 un +17% nell’ammontare raccolto. Un’indicazione di come il Covid-19 possa aver portato investitori a concentrarsi in meno deal senza però scoraggiare l’afflusso di capitali nel settore. In particolare, se il numero di round ‘puramente’ Vc è diminuito rispetto all’anno precedente, la costante espansione del crowdfunding ha contribuito a sostenere le startup early-stage in cerca di round nel 2020: l’ammontare di queste operazioni nel 2020 ha toccato quota 100,1 milioni di euro, mentre nel 2019 si era fermato a 65,5.

Il numero più alto si è registrato nei round Feed

Riguardo la tipologia di round, il numero più alto si è registrato nei round Seed (97), mentre il numero più basso si è registrato nei 6 round Serie C, che hanno però raccolto 155 milioni di euro (quasi il 30% del totale). Sono 35 i round Serie A per un totale di 156,5 milioni, mentre 10 quelli di Serie B (86,1 milioni raccolti). L’analisi mette anche a confronto il 2020 dei round Late Stage (Serie A, B e C) e quelli Early Stage (Pre-Seed, Seed e Bridge). L’ammontare medio è diminuito per i Late Stage (da 9,2 milioni a 7,7) mentre è aumentato per quelli Early Stage (da 0,6 a 1 milione di euro). Ciò nonostante, per entrambi i cluster il round medio è quasi raddoppiato negli ultimi quattro anni, confermando ulteriormente un generale rafforzamento dell’ecosistema, riferisce Adnkronos.

I trend per numero di deal

Analizzando i trend per numero di deal per settore, l’analisi nota che il macro settore con maggior numero di deal, 39, è quello DeepTech, AI, IoT e Industry 4.0. In evidenza anche un trend in crescita per Healthcare e BioTech, passato da 8 deal del 2017 a 21 nel 2020, ed EduTech, Phototech e Travel, passato da 9 a 14 deal negli ultimi 4 anni. Sempre considerando il numero di deal, negli ultimi 4 anni le startup di E-commerce e TMT – Technology, Media and Telecoms sono state tra i verticali oggetto di fundraising più frequenti.

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