Meta: al via l’addestramento dell’Intelligenza artificiale generativa in Europa

Un addestramento che “consentirà di supportare meglio milioni di persone e aziende nell’UE, insegnando all’AI di Meta a comprendere e riflettere più accuratamente le culture, le lingue e la storia europee”.
Così la società di Menlo Park annuncia l’addestramento dei suoi modelli di AI sulla base delle interazioni degli utenti sulle sue piattaforme, nonché sui contenuti pubblici condivisi, come post e commenti su Facebook, Instagram ecc.

Dopo avere lanciato Meta AI in Europa lo scorso mese, ora le persone residenti nell’Unione Europea che utilizzano le piattaforme di Meta iniziano a ricevere notifiche, sulle app e via email, che spiegano la tipologia di dati che Meta ha intenzione di utilizzare.
E in che modo “questo migliorerà l’AI di Meta e l’esperienza complessiva degli utenti”. 

Un modulo da compilare per impedire l’utilizzo dei propri dati

Le notifiche includeranno anche un link a un modulo da compilare per opporsi in qualsiasi momento all’utilizzo dei propri dati.

“Abbiamo reso questo modulo facile da trovare, leggere e compilare, e rispetteremo tutte le richieste già ricevute di non utilizzare i dati, così come quelle che verranno inviate in futuro – assicura l’azienda -. Come già sottolineato in precedenza, non utilizziamo i messaggi privati scambiati con amici e familiari per addestrare i nostri modelli di AI generativa. Inoltre, i dati pubblici provenienti da account appartenenti a persone nell’UE di età inferiore a 18 anni non verranno utilizzati a fini di addestramento”.

“Non vediamo l’ora di portare tutti i benefici della GenAI agli europei”

Già un anno fa Meta aveva posticipato l’addestramento dei suoi modelli linguistici di grandi dimensioni utilizzando contenuti pubblici, in attesa che i regolatori chiarissero i requisiti legali.

Oggi Meta dichiara di accogliere con favore “il parere fornito dal Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) a dicembre, che ha confermato come il nostro approccio iniziale fosse conforme ai nostri obblighi legali. Da allora, abbiamo collaborato in modo costruttivo con la Commissione irlandese per la protezione dei dati (IDPC) e non vediamo l’ora di continuare a portare tutti i benefici dell’AI generativa alle persone in Europa”, riferisce Askanews.

Anche Google e OpenAI hanno utilizzato i dati degli utenti per addestrare i loro modelli

“È importante sottolineare che il tipo di addestramento dell’AI che stiamo svolgendo non è un’esclusiva di Meta né sarà unico per l’Europa – aggiunge l’azienda, come riferisce Ansa -. È così che abbiamo addestrato i nostri modelli di AI generativa per le altre regioni del mondo, fin dal lancio. Stiamo seguendo l’esempio di altre aziende, tra cui Google e OpenAI che hanno già utilizzato dati degli utenti europei per addestrare i propri modelli di AI. È fondamentale che i nostri modelli di AI generativa – sottolinea Meta – vengano addestrati su una varietà di dati che permettano di comprendere le incredibili e variegate sfumature e complessità che caratterizzano le comunità europee. Un aspetto particolarmente importante in un momento in cui i modelli di AI stanno diventando sempre più avanzati con funzionalità multimodali che comprendono testo, voce, video e immagini”. 

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Vino: GenZ e Millennials spendono più di GenX e Boomers

È la fotografia dei consumatori di vino under44 italiani e americani scattata dall’Osservatorio Uiv-Vinitaly su base Iwsr: Millennials e GenZ rappresentano la terra promessa di un ricambio generazionale per il vino italiano. Sì, perché gli under44 spendono di più. E di fatto tengono a galla un mercato premium minacciato dalla retromarcia di Boomer e GenX.

In un contesto generalizzato di calo dei consumi, che vede il quarto anno consecutivo di contrazione in Italia e terzo negli Stati Uniti (insieme rappresentano il 60% del fatturato complessivo delle vendite di vino italiano), il vino deve sapere intercettare le fasce più giovani della popolazione.

Consumi, reggono tra gli under44, in fuga tra gli “over”

In Italia il profilo dei consumatori di vino per età rispecchia la distribuzione anagrafica della popolazione (legal drinking age), con gli under44 a quota 35%, mentre negli Usa Millennials e GenZ raggiungono quota 47%.

Anche rispetto a frequenza di consumo e quantità viene smentita la convinzione che vede i giovani più inclini a un consumo saltuario. In entrambi i Paesi la tendenza (80%) a ridurre il consumo a 2-3 volte al mese appare egualmente distribuita tra le diverse fasce d’età. Sul fronte delle quantità, sia negli Usa sia in Italia, la quota di chi beve abitualmente due o più bicchieri di vino è più elevata tra i giovani che tra gli over44.

Vino status symbol? Per i giovani sì

Si dimostra poi falsa la convinzione che “i consumi scendono per colpa dei giovani”. In America sono proprio i consumatori maturi a tirare il freno a mano.
In Italia il calo sembra più trasversale e intergenerazionale e coinvolge oltre un quarto della popolazione (27%) in entrambi i cluster d’età.

Anche qui, però, a calmierare in parte il calo sono proprio gli under44: 14% hanno aumentato il consumo, 7% nella fascia over44.
Il connubio vino e cibo rimane importante, ma sembra perdere centralità per i young winelover . Se è vero che “il vino esalta il cibo” per gli over44, scendono sotto la metà quelli che si riconoscono in questa affermazione tra Millennials e GenZ.
Di contro, nel Belpaese la quota dei giovanissimi che vede il vino come un “fashion statement” è esattamente il doppio (56%) di quella dei boomer (28%), e anche i Millennials staccano i GenX (45% contro il 29%).

In Italia l’alta gamma vale solo il 10%

Circa il 31% del valore complessivo degli acquisti di vino in America è attribuibile a prodotti in fascia Ultra Premium (60% under44).

Diversa la situazione in Italia, dove i vini di alta gamma valgono solo il 10% degli acquisti, ma realizzati anche qui per circa la metà dai giovani consumatori. Sia i giovani americani sia italiani, se paragonati alle fasce d’età più elevate, si dichiarano meno fidelizzati a specifici brand. Gli infedeli sono circa uno su due tra gli under44, mentre scendono a un terzo superata questa soglia d’età.

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Internet primo mezzo di informazione, ma poca fiducia nei social

Dal 2023 Internet supera la televisione e diviene il principale mezzo di informazione degli italiani, tendenza confermata. Social media, motori di ricerca e siti web/app di quotidiani e periodici sono le principali porte di accesso all’informazione.
Solo il 13,3% degli italiani si informai tramite la radio, mentre i quotidiani in formato cartaceo proseguono nella dinamica di riduzione: nel 2024 li legge poco più del 17%.

In pratica, circa un quarto dei cittadini dichiara di informarsi tramite le versioni digitali dei mezzi editoriali tradizionali, sebbene la fiducia nei mezzi digitali sia  minore rispetto ai media tradizionali. Circa il 30% nutre infatti bassa fiducia nelle notizie provenienti dai social o dalle piattaforme di condivisione video. Emerge dalla prima edizione dell’Osservatorio Agcom sul sistema dell’informazione. 

Il fattore generazionale

Tra i più giovani è prevalente la propensione a utilizzare solo Internet per informarsi: in rete, la visione di video e l’ascolto di notizie si affianca alla tradizionale lettura di notizie.
Su tutti i mezzi di comunicazione il complesso dei programmi informativi trova un riscontro positivo da parte della popolazione, con i telegiornali che rappresentano un traino per l’audience.

Il 50,5% degli iscritti ad almeno un social network dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni prima sui social che su altri mezzi di comunicazione.
Cliccare sul link di una notizia o mettere un like sono le azioni prevalentemente svolte (più del 40%). Meno frequenti i commenti alle notizie (16,9%) o discussioni in merito (6,1%). Al contrario, gli ultrasessantacinquenni commentano le notizie e partecipano più attivamente alle discussioni.

L’affidabilità dei mezzi di informazione 

Il 65,6% della popolazione dichiara di avere un livello di fiducia moderata o alta in almeno un mezzo di informazione, un terzo alta.
Televisione, radio e carta stampata risultano le fonti informative in cui i cittadini ripongono maggiore fiducia, seguite dal passaparola (35%). 

I giovani tra 14-24 anni mostrano una minore di fiducia nei confronti di almeno uno tra i mezzi di comunicazione. Con riferimento ai mezzi digitali, i più giovani e gli ultrasessantacinquenni (1 su 5) asseriscono di non aver alcuna fiducia nelle fonti informative online.

…e quella di chi diffonde le notizie

In relazione alla percezione sull’affidabilità nei confronti di chi produce e diffonde le notizie, le fonti editoriali come televisioni, radio e quotidiani, sono ritenute più affidabili rispetto a quelle generate da autori singoli, come influencer e blogger.

Il servizio pubblico televisivo è la fonte ritenuta ‘più’ affidabile dai cittadini, in particolare, dalle fasce più anziane della popolazione. 
Gli influencer sono considerati affidabili dal 2,2% della popolazione, percentuale che sale solo al 4,6% per la fascia di età tra 14-24 anni. I più giovani, poi, reputano anche più affidabili le notizie rinvenute sui social media o le piattaforme di messaggistica.

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Franchising: 34 miliardi di euro di fatturato e 41 di valore aggiunto

Il comparto del franchising nel 2023 ha generato un impatto in termini di valore aggiunto pari a 41 miliardi di euro. Di questi, 24,2 miliardi sono attribuibili all’attivazione diretta, 4,8 miliardi a quella indiretta e 12,1 miliardi di euro all’indotto.

In pratica, ogni euro investito dal comparto del franchising genera quasi 3 euro per l’intera economia nazionale, con un impatto complessivo sul valore della produzione stimato complessivamente in circa 94 miliardi di euro.
Secondo il Rapporto 2024 di Assofranchising condotto da Nomisma, il franchising ha raggiunto un fatturato di quasi 34 miliardi di euro, con una crescita del +9,9% rispetto all’anno precedente e un totale di forza lavoro impiegata pari a 287.767 addetti.

Sull’occupazione l’impatto è pari a 732.907 impiegati

L’impatto complessivo del franchising stimato da Nomisma è pari al 2,1% del valore aggiunto generato dal totale dell’economia nazionale.
Considerando il valore della produzione l’impatto stimato è pari complessivamente a 94 miliardi di euro, con un moltiplicatore finale pari a 2,8. In pratica, per ogni euro investito dal comparto del franchising si generano complessivamente 2,8 euro nell’intera economia nazionale.

In ambito occupazionale, l’impatto complessivo è invece pari a 732.907 occupati, con un moltiplicatore finale pari a 2,5, ovvero, ogni posto di lavoro attivato dal comparto del franchising contribuisce all’occupazione di 2,5 lavoratori nell’intero sistema Paese. E i redditi da lavoro dipendente complessivamente generati sono pari a 15,9 miliardi di euro.

I principali comparti che attivano produzione 

“Il franchising si mostra come un comparto particolarmente interessante se visto come opportunità di rilancio professionale – spiega Alberto Cogliati, Presidente di Assofranchising -. Per un’associazione di categoria come la nostra è importante avere rapporti sempre più stretti con le società di outplacement, perché possiamo diventare un’opportunità concreta di ricollocamento per tanti lavoratori e lavoratrici”.

Ma l’impatto attivato dal franchising non riguardano il solo settore del commercio. Sono infatti molteplici i comparti che attivano produzione, come le industrie del comparto tessile e abbigliamento per il 10,2% e attività immobiliari per il 7,7%, valore aggiunto (servizi immobiliari per il 15,2% e di alloggio-ristorazione per il 7,9%) e occupazione (alloggio-ristorazione 10,4% e tessile-abbigliamento 7,5%).

In Italia 929 insegne per quasi 66.000 punti vendita affiliati

“Il franchising si conferma un motore strategico per l’economia italiana, con un giro d’affari che complessivamente rappresenta l’1,8% del nostro PIL e con importanti riverberi sia diretti sia a livello di indotto – aggiunge Roberta Gabrielli, Head of Marketing, Business Processes e Communication di Nomisma -. Nel nostro Paese operano 929 insegne, con quasi 66.000 punti vendita affiliati in cui sono occupati 287.767 addetti. Per quanto riguarda la produzione, il commercio al dettaglio rappresenta il comparto più rilevante, seguito da tessile-abbigliamento e dalle attività immobiliari. Sul fronte degli occupati, invece, il commercio al dettaglio è seguito dai servizi di alloggio e ristorazione e dal tessile-abbigliamento”.

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Ambiente ed economia: nel biennio 2022-2023 cresce il PIL, flessione per i conti ambientali

I conti economici ambientali misurano il contributo dato dall’ambiente all’economia e l’impatto dell’economia sull’ambiente. In Italia, negli anni 2022-2023 i principali indicatori ‘fisici’ forniti dai Conti economici dell’ambiente mostrano una riduzione, a fronte della crescita del Pil in termini reali. Questa evoluzione nella dinamica dei principali indicatori economici e ambientali, denominata disaccoppiamento, va nella direzione di una minore pressione dell’economia sull’ambiente.
Tale disaccoppiamento risulta assoluto nel 2023, dove a fronte di una crescita del Pil (-0,7%), diminuiscono il Consumo di energia delle famiglie (-4,1%), le Emissioni di gas climalteranti (-5,3%) e il Consumo materiale interno (-6,4%).

Nel 2022, invece, alla crescita del Pil (+4,7%), si accompagna una decrescita per il solo Consumo di energia (-3,1%), mentre il disaccoppiamento del Consumo materiale interno (+1,3%) è solo relativo, così come le Emissioni di gas climalteranti, rimaste stazionarie.

Nel 2022 emissioni di gas serra stabili

Prosegue nel 2022 la dinamica fortemente espansiva del settore dei beni e servizi ambientali (79,9 miliardi, +40,6% valore aggiunto), che porta l’incidenza del settore sull’intera economia dal 3,1% nel 2021 al 4,0% nel 2022.
Tale dinamica è riconducibile alle misure per l’aumento dell’efficienza energetica negli edifici (Superbonus 110% e standard europeo).

La Spesa per la protezione dell’ambiente si posiziona a 51,4 miliardi (+9,4%), mentre il gettito delle imposte ambientali a -45,4 miliardi (-18,9%) per poi recuperare nel 2023.
Nel 2022 la stabilità complessiva delle emissioni di gas serra, nonostante il calo dei consumi, è riconducibile in gran parte all’uso di prodotti energetici a maggiore intensità di carbonio in risposta a crisi energetica e siccità.

Segno meno per consumi domestici

Le famiglie, se da un lato hanno registrato aumenti per il trasporto in conto proprio (+9,3% emissioni e +8,3% consumi), dall’altro hanno ridotto sensibilmente emissioni e consumi negli usi domestici (-12,8% e -10,1% rispettivamente).

Secondo stime provvisorie per il 2023, il Consumo di energia delle unità residenti si è ridotto del 4,0% nelle attività produttive e del 4,4% nelle famiglie. Ancora in crescita dello 0,6% gli impieghi per trasporto, mentre in calo dell’8,0% quelli domestici.
Le Emissioni di gas climalteranti si sono ridotte del 6,0% nelle attività produttive e del 3,5% nelle famiglie (trasporto +0,6%, domestico -9,3%).

Dal 2018 fabbisogno energetico in diminuzione

Mentre nel 2022, a causa delle misure di contenimento della crescita dei prezzi dei prodotti energetici, il gettito complessivo da fiscalità ambientale si riduce del 19,0%, raggiungendo il minimo storico di incidenza sul Pil (2,3%), il 2023 registra una netta ripresa (+19,4%), che riporta il gettito quasi a livello del 2021, soprattutto per via della cancellazione di tali misure.

Il fabbisogno energetico complessivo dell’Italia conferma il trend in diminuzione osservato a partire dal 2018 (-3,1% 2022, ‑4,1% 2023), 
L’intensità dei consumi energetici rispetto al Pil, pressoché stabile negli anni 2018-2021, registra un forte calo nel 2022 (-7,4%) e nel 2023 (-4,8%), attestandosi a 3,3 Tj per milione di euro, il valore più basso degli ultimi 16 anni, per effetto del diverso andamento tra dati energetici, in calo, e dati economici.

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Furti in casa, gli ultimi dati della Lombardia

Il furto in casa fa paura, tanto che risulta essere tra i principali motivi di preoccupazione per gli italiani. Secondo la terza edizione dell’Osservatorio sulla Sicurezza della Casa Censis-Verisure, realizzato con il contributo del Servizio analisi criminale del Ministero dell’Interno, quasi la metà della popolazione (48%) considera questo crimine la principale minaccia.

La Lombardia conferma questa tendenza con dati allarmanti: nel 2023 si sono registrati 31.442 furti, pari al 21,3% del totale nazionale. Con un’incidenza di 31,4 furti ogni 10.000 abitanti, la regione si colloca ben al di sopra della media italiana, risultando la più colpita del Paese.

Milano e Monza-Brianza: le province più vulnerabili

In questo contesto non certo roseo, emerge inoltre che le aree metropolitane della Lombardia sono particolarmente esposte. Milano, con 9.552 furti denunciati nel 2023, presenta un tasso di 29,4 episodi ogni 10.000 abitanti, seconda solo a Roma.

Ancora più critica è la situazione nella provincia di Monza-Brianza, dove si registra il dato peggiore della regione con 37,2 furti ogni 10.000 abitanti. Complessivamente, il numero di furti in abitazione in Lombardia è aumentato dell’11,6% rispetto all’anno precedente. E questi numeri non possono che incidere sulla percezione di insicurezza dei cittadini.

La Lombardia si posiziona al 17 posto per indice di sicurezza

L’Indice di Sicurezza Domestica, elaborato da Censis e Verisure, tiene conto non solo del numero di furti, ma anche di altri elementi legati alla sicurezza abitativa, come la qualità delle infrastrutture domestiche, la presenza di persone vulnerabili e il grado di sovraffollamento.

La Lombardia si posiziona al 17° posto tra le regioni italiane, con un punteggio di 94,6, inferiore alla media nazionale di 100. Nonostante l’elevata qualità degli impianti domestici (con un indice di 111,9), l’alto tasso di criminalità mina la sicurezza sia reale che percepita, alimentando un diffuso senso di vulnerabilità.

La risposta dei cittadini: più prevenzione e tecnologia

Di fronte all’aumento dei furti, cresce la consapevolezza dell’importanza della prevenzione. L’89,2% degli italiani considera la sicurezza domestica un aspetto fondamentale per il proprio benessere e il 50,1% prevede di investire maggiormente in sistemi di protezione nei prossimi anni. In Lombardia, sempre più famiglie adottano misure di sicurezza avanzate: il 64,7% ritiene indispensabile un sistema d’allarme integrato per prevenire le intrusioni.

Inoltre, cresce la richiesta di dispositivi per la protezione personale, con il 37,7% che teme di trovarsi in difficoltà senza possibilità di aiuto e il 25,5% preoccupato per il rischio di incidenti domestici. La sicurezza, dunque, è oggi una priorità per le famiglie lombarde.

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Bollette e PMI: nel 2025 i rincari non colpiscono solo le famiglie 

Lo ha scoperto Facile.it: considerando la sola componente ‘materia energia’ che grava in bolletta, nel 2025 l’aumento per una piccola attività commerciale potrebbe arrivare fino al 39%. Ad esempio, un negozio di alimentari con contratto di fornitura a prezzo indicizzato nel mercato libero, e consumi annui pari a 75.000 kWh per l’elettricità e 2.000 Smc per il gas, vedrebbe la sola componente materia energia aumentare fino a superare 4.500 euro annui. Significa che la bolletta passerebbe da poco più di 12.000 euro del 2024 a oltre 16.600.

Insomma, prima ancora di assistere agli effetti di possibili dazi Usa, gli italiani stanno facendo i conti con l’aumento del prezzo dell’energia. E se per una famiglia media di consumatori questo potrebbe tradursi in un aggravio di circa 350 euro l’anno, la stangata per le microimprese sarà maggiore. 

Stangata luce e gas per le microimprese

L’analisi realizzata da Facile.it ha preso in considerazione l’andamento dell’indice PSV, il punto di riferimento per determinare il prezzo del gas naturale all’ingrosso in Italia, e il PUN (l’indicatore del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica) durante il 2024 e li ha confrontati con le previsioni elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) per il 2025.

Secondo le previsioni, il PUN passerà da una media di 0,1035 euro/kWh a una media di 0,1511 euro/kWh (+46%). Mentre il PSV, da una media di 0,375 euro/Smc a una media di 0,5372 euro/Smc (+43%).
In pratica, il rincaro più corposo riguarderà la bolletta della luce, la cui componente materia energia potrebbe passare da 10.976 euro del 2024 a 15.232 euro del 2025. Per il gas, invece, il costo salirebbe da 1.112 euro a 1.425 euro.

“Gli aumenti incidono negativamente e in modo significativo sul fatturato”

“In un periodo di grandi incertezze come quello attuale, con l’incognita dazi americani che spaventa l’Europa, gli imprenditori italiani si trovano a dover fare i conti con l’aumento del prezzo dell’energia – spiegano gli esperti di Facile.it -. Le bollette possono incidere negativamente e in modo significativo sul fatturato di piccole e medie imprese”.

Conoscere i propri consumi è un passo fondamentale per scegliere il fornitore “giusto”

“Proprio in vista di questi rincari – continuano gli esperti – scegliere il fornitore migliore diventa più importante che mai. Ancora una volta, conoscere le proprie esigenze e consumi rappresenta un passo fondamentale per scegliere con consapevolezza”.

La stima per il 2025 del negozio alimentare considerato dall’analisi di Facile.it è stata elaborata tenendo in considerazione le previsioni sull’andamento di PSV e PUN da gennaio a dicembre 2025, elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) e applicando le seguenti condizioni economiche: PUN Index GME1,1+0,03481 euro/kWh e 155,88 euro/anno per la luce, e PSV-DA + 0,097 euro/Smc e 155,88 euro/anno per il gas.

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Casa: italiani pronti a traslocare in cambio di spazi esterni e maggior efficienza energetica

Il 24% degli italiani desidera una nuova soluzione abitativa. Di questi, il 17% prevede di traslocare entro i prossimi 12 mesi, mentre il 28% valuta il trasferimento in un Paese straniero, con l’obiettivo di trovare una vita economicamente più sostenibile.
Secondo il RE/MAX European Housing Trend Report 2024, sono soprattutto la mancanza di balconi e giardini e i costi energetici elevati a guidare l’insoddisfazione abitativa, sia in Italia sia in Europa.

Il mercato immobiliare europeo sta attraversando cambiamenti profondi, influenzati dalle sfide internazionali in corso e dal crescente costo della vita. Questo porta le famiglie di tutto il Vecchio Continente a rivalutare le esigenze abitative al fine di bilanciare le pressioni finanziarie con il desiderio di migliori condizioni di vita.

Balconi, terrazze o giardini in cima alle priorità

Gli italiani che cercano una nuova casa attribuiscono grande valore agli spazi esterni. Il 52% considera fondamentali balconi, terrazze o giardini, in percentuale superiore rispetto alla media europea (44%).

Altri fattori, come la disposizione degli spazi interni (9%) e la vicinanza al luogo di lavoro (16%), risultano meno cruciali, evidenziando più attenzione al miglioramento dello stile di vita e del comfort abitativo.
Inoltre, il 44% degli italiani è interessato a immobili dotati di sistemi per l’efficientamento energetico, il 26% desidera vicinanza a spazi verdi, il 24% valuta essenziale la prossimità a servizi quali scuole e negozi, mentre il 23% considera fondamentale un buon collegamento con i trasporti pubblici.

I costi abitativi sono sempre più alti

Per molti europei, i costi della casa rappresentano la voce di spesa più significativa nel bilancio familiare. Tanto che, in media, il 38% del reddito mensile è destinato a mutui, affitti e bollette.

In Italia, il 39% degli intervistati segnala un aumento dei costi abitativi nell’ultimo anno, mentre il 58% considera la sostenibilità economica della propria abitazione più importante di qualsiasi altro aspetto.
Nonostante in Italia l’aumento dei costi abitativi sia inferiore rispetto alla media europea (-15%), una percentuale significativa di italiani è pronta a trasferirsi all’estero per migliorare la propria situazione finanziaria.

Essere proprietari immobiliari, un sogno condiviso dagli europei

“Le previsioni del Centro Studi di RE/MAX Italia indicano un 2025 dinamico, con tassi in calo e un mercato del lavoro più solido – afferma Dario Castiglia, CEO & Founder di RE/MAX Italia -. La maggiore chiarezza dello scenario politico globale e l’accessibilità al credito stanno già contribuendo a rinvigorire la fiducia dei consumatori”.
In questo quadro, il sogno della proprietà immobiliare rimane forte: il 72% degli italiani possiede già almeno una casa, e il 26% più di un immobile. È un desiderio condiviso in tutta Europa, che continua a rappresentare non solo un obiettivo personale, ma anche un’opportunità di investimento per il futuro.

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Packaging: nel Largo Consumo gli italiani lo cercano green

Oggi per gli italiani il cibo rappresenta un caleidoscopio di valori. Non solo nutrimento, ma anche convivialità, prevenzione e benessere e occasione per attuare scelte sostenibili. Non stupisce dunque che la riduzione degli sprechi e la preferenza per prodotti locali, con packaging sostenibili o sfusi, siano scelte praticate con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale.

Salutismo, risparmio e sostenibilità sono 3 driver di acquisto che secondo le insegne si rafforzeranno maggiormente nel 2025. I retailer considerano importante, ma non fondamentale. offrire prodotti MDD con caratteristiche healthy e green, sia come risposta ai bisogni dei consumatori sia come scelta affine ai valori dell’insegna. Questo, nella consapevolezza di una spiccata e sempre più diffusa ricerca di risparmio e convenienza.
Emerge dall’edizione 2025 dell’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomisma.

L’elemento sentinella che incide sulla percezione del consumatore

Per gli italiani, un prodotto alimentare è salutare quando poco processato (46%), senza additivi/coloranti (34%), senza zuccheri aggiunti (34%), con pochi o senza grassi (32%). Rilevanti anche gli aspetti di origine delle materie prima e della filiera.

Per essere riconosciuto come sostenibile un prodotto alimentare deve invece avere un packaging sostenibile (46%), essere locale o a km0 (43%) e realizzato con ridotte emissioni di CO2 (42%).
Il packaging rappresenta dunque un elemento sentinella, l’aspetto che più di altri incide sulla percezione del consumatore di avere a che fare con un prodotto alimentare sostenibile.

Un ruolo importante nel definire i nuovi modelli di acquisto food

Per più di 1 italiano su 5 la presenza di una confezione da fonti rinnovabili (23%), completamente riciclabile (23%) o senza overpackaging (21%) rappresenta uno dei principali driver di scelta dei prodotti alimentari, insieme a caratteristiche attinenti a risparmio e giusto prezzo, presenza ridotta di alcuni ingredienti (senza zuccheri aggiunti 36% o pochi grassi 25%) o metodi di produzione e origine delle materie prime (Made in Italy 32%, locale 30% o non eccessivamente processato 24%).

In definitiva, un packaging sostenibile riveste un ruolo importante nel definire i nuovi modelli di acquisto food, al punto che non di rado, a parità di altre caratteristiche, i consumatori preferiscono acquistare prodotti con green pack rispetto agli equivalenti con confezioni senza caratteristiche di sostenibilità.

Un aspetto ancora più marcato nei prodotti healthy

Per il 73% dei consumatori è importante o fondamentale un packaging a elevato profilo di sostenibilità quando acquista prodotti salutari. Percentuale che sale al 76% quando si tratta di cibo sostenibile.
Per i retailer l’offerta di prodotti MDD con packaging sostenibili risulta fondamentale per un corretto posizionamento dell’insegna sui temi della sostenibilità.

La strada verso gli obiettivi prefissati risulta però complessa, principalmente per gli elevanti costi la reperibilità delle materie prime. Temi rilevanti anche per i consumatori. Sebbene, infatti, i consumatori pongano forte attenzione al packaging dei prodotti alimentari che mettono nel carrello, l’Osservatorio rileva resistenza ad accettare un surplus di spesa per un pack sostenibile.

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Agenzia delle Entrate, nuove regole per rateizzare le cartelle: cosa cambia dal 2025?

Dal 1° gennaio 2025 sono entrate in vigore le nuove disposizioni previste dal Decreto Legislativo n. 110/2024, che introducono modalità più flessibili per la rateizzazione delle cartelle esattoriali. L’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha aggiornato il servizio online “Rateizza adesso” per facilitare l’invio delle richieste.

Le nuove norme permettono di dilazionare i pagamenti fino a un massimo di 84 rate per i bienni 2025-2026, 96 rate per il periodo 2027-2028 e 108 rate a partire dal 2029, per debiti fino a 120.000 euro su semplice richiesta.

Rateizzazioni fino a 120 rate con documentazione

Per importi superiori a 120.000 euro, o per richieste che superano le 84 rate nei primi anni di applicazione, sarà necessario documentare la propria temporanea difficoltà economica. La documentazione può includere l’Isee per le persone fisiche o altri indicatori di liquidità per le imprese.

In questi casi, il numero massimo di rate concedibili è pari a 120, con la possibilità di suddividere il debito in un arco temporale di 10 anni.

Cosa prevedono le nuove regole

Ecco come cambiano le modalità di rateizzazione. Fino a 120.000 euro su semplice richiesta si possono ottenere 84 rate mensili (anni 2025-2026). Il numero di rate salirà nel 2027-2028 (96 rate mensili) e ancora dal 2029 (108 rate mensili).

Oltre 120.000 euro o con richiesta superiore a 84 rate è previsto l’obbligo di documentare la situazione economica; la possibilità di rateizzazione fino a 120 rate mensili. L’importo minimo di ciascuna rata non può essere inferiore a 50 euro.

Strumenti di supporto online

L’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha messo a disposizione un simulatore online per verificare i requisiti per la rateizzazione, calcolare il numero massimo di rate e stimare l’importo mensile.

Casi particolari

Per le persone colpite da eventi straordinari, come calamità naturali o incendi, è prevista una procedura semplificata. In alternativa alla documentazione standard, sarà sufficiente fornire un certificato di inagibilità rilasciato dall’autorità comunale.

Disposizioni transitorie

Per le istanze presentate entro il 31 dicembre 2024 restano valide le regole precedenti, che prevedevano un massimo di 72 rate mensili.

Con queste nuove norme, l’obiettivo è offrire maggiore flessibilità ai contribuenti, permettendo una gestione più sostenibile dei debiti con l’amministrazione fiscale.

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