Specialità regionali, +6,4% di fatturato. Sul podio Trentino, Sicilia e Piemonte

Le specialità regionali diventano protagoniste nel carrello della spesa degli italiani, con un giro d’affari da 2,6 miliardi di euro, in crescita del 6,4% annuo. Nel corso del 2020 supermercati e ipermercati segnalano infatti oltre 9.200 prodotti food & beverage con l’origine di provenienza riportata in etichetta. Lo rileva la nona edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, secondo la quale al primo posto per valore delle vendite c’è il Trentino-Alto Adige (+7%) seguito da Sicilia (+5,1%) e Piemonte (+3,7%), che però è la regione presente sul maggior numero di prodotti (1.152 referenze). L’Osservatorio traccia una vera e propria mappa del regionalismo in tavola, dove per la prima volta compare anche la geografia delle vendite dei panieri regionali all’interno del territorio nazionale per individuare dove sono più apprezzati, riferisce Ansa.

I consumi regionali

Il sovranismo alimentare regna in Sardegna, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, mentre in Lombardia, Emilia-Romagna, Campania, Molise e Calabria i prodotti del territorio locale restano preponderanti e sviluppano più vendite rispetto alla media nazionale.
Ma ci sono anche regioni dove i prodotti locali non sono ai primi posti per incidenza sugli acquisti, come accade in Valle d’Aosta e Basilicata. Nel resto del paese il carrello della spesa è più interregionale.
Ad esempio, in Liguria il consumo dei prodotti piemontesi è superiore del 69% alla media italiana e quello dei prodotti campani lo è del 12%, mentre in Piemonte l’indice di allocazione dei consumi è maggiore per i prodotti liguri e per quelli pugliesi.

La classifica delle regioni in etichetta

Ancora una volta il primo posto, per valore delle vendite, spetta al Trentino-Alto Adige, grazie a un ampio paniere di prodotti, in particolare vini e spumanti, speck, yogurt, mozzarelle e latte. Una leadership che nel 2020 si è ancor più consolidata, sostenuta in particolare dall’apporto positivo di speck e vini. Il secondo posto va alla Sicilia, il cui paniere di specialità regionali (tra cui spiccano il vino, i sughi pronti e le arance) ha visto aumentare le vendite soprattutto grazie all’apporto di birre, arance, sughi pronti, passate di pomodoro e bevande gassate.

L’exploit del Molise

Al terzo posto per valore delle vendite si insedia il Piemonte, davanti a Sicilia e Toscana. Nel 2020 il paniere dei prodotti piemontesi, composto soprattutto da vini, formaggi freschi, carne, acqua minerale e latte, ha ottenuto un aumento delle vendite a cui ha contribuito soprattutto carne bovina, vini Docg, latte Uht, miele e mozzarelle. Confrontando l’andamento delle vendite realizzate nel 2020 con quelle dell’anno precedente, emerge che i panieri regionali più dinamici sono stati quelli di Puglia (+14,4%) e Calabria (+12,5%), seguiti da quelli di Veneto (+9,6%) Sardegna (+8,6%), Abruzzo (+8,5%) e Marche (+8,4%). Il fenomeno del 2020 è stato l’exploit del Molise, che continua a guadagnare spazio nel carrello della spesa degli italiani: l’anno scorso le vendite del paniere dei prodotti di questa regione sono cresciute del +24,8%, con la pasta di semola a fare da traino, riferisce brand-news.it.

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Modelli organizzativi: per il 47% manager non sono agili

Per competere e creare valore l’impresa deve essere dotata di un management agile, in grado di cambiare strategie e metodologie aziendali. Ora più che mai la crisi generata dalla pandemia impone un cambiamento dei modelli aziendali, ma il ricorso allo smart working non si è ancora tradotto in un nuovo paradigma d’impresa. Dall’indagine dal titolo La scacchiera del valore, realizzata da Federmanager in collaborazione con Fondirigenti, il fondo per la formazione condiviso tra Federmanager e Confindustria, emerge uno scenario incerto: circa il 47% dei manager coinvolti ritiene di operare in un panorama aziendale “intermedio”, in cui approccio ordinario e nuovi paradigmi si incontrano. Il 37,1% però riporta esperienze con aziende ancora tradizionali e verticistiche, e solo il 16% considera tale paradigma una realtà già attuale in diversi contesti italiani.

Puntare su innovazione, crescita delle competenze e sostenibilità

Secondo il modello elaborato da Federmanager un’organizzazione aziendale agile si differenzia dal telelavoro perché si basa su 4 pilastri, autonomia, responsabilità, monitoraggio dei risultati e crescita delle competenze.

“Il modello – sottolinea il presidente di Federmanager, Stefano Cuzzilla – rappresenta uno strumento utile e funzionale per i manager e le aziende, oggi al centro di una sfida senza precedenti, ovvero far ripartire il sistema produttivo ripensando i processi organizzativi e puntando su tre ambiti fondamentali: innovazione, crescita delle competenze e sostenibilità”.

Un sistema di devolved-decision making è considerato un’utopia

Sebbene lo smart working sta diventando protagonista delle analisi economiche e sociologiche degli ultimi mesi, si tratta di soluzioni prevalentemente di facciata. Secondo i manager la cosiddetta connected leadership è infatti un modello molto raro. Per il 31,4% di loro ciò si deve a un deficit di comunicazione degli obiettivi da parte del top management e per il 28,9% al fatto che le aziende vivono day-by-day e hanno una governance talmente frammentata da rendere impossibile la conoscenza degli intenti strategici ai collaboratori e agli stessi manager. Un sistema di devolved-decision making, di delega e distribuzione delle responsabilità e  condivisione delle scelte strategiche, è considerato addirittura un’utopia per il 26,3% dei manager.

Un modello per transitare dallo smart working all’agile management 

Networking, lavoro in team e condivisione della conoscenza sono ritenuti elementi essenziali di un’organizzazione agile, e per il 56,8% dei manager sono ritenuti possibili, ma poco realistici. Colpa, in parte, della governance aziendale, poco propensa a sviluppare una leadership flessibile, facilitatrice e motivante. Per transitare dallo smart working all’agile management il modello Federmanager propone tre asset su cui investire: la filosofia aziendale deve abbandonare gli strumenti novecenteschi a favore di una maggiore fluidità, la strategia deve improntarsi a una pianificazione dei processi chiara e adattiva rispetto al contesto mutevole, riferisce Adnkronos, e la metodologia deve favorire la condivisione e lo scambio delle competenze all’interno dell’organizzazione.

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