Head hunter, come riconoscere le skills dei candidati

Come condurre un colloquio di lavoro in modo corretto e soprattutto come riconoscere le competenze di un candidato? A questi quesiti risponde Riverse, società di headhunting attiva a livello internazionale, che ha introdotto il cosiddetto Recruiting Collaborativo. All’interno di questo modello, l’head hunter viene affiancato da una figura specializzata, dello stesso settore del persona ricercata ma con una seniority maggiore, in grado quindi di guidare un’intervista al fine di esaminare e valutare le competenze hard del candidato. Spesso, infatti, le competenze vengono considerate come strettamente legate all’intelligenza delle persone, ed è un errore. In realtà, secondo lo psicologo statunitense McClelland, le capacità umane, che siano hard o soft, nascono da “schemi cognitivi e comportamentali operativi casualmente collegati al successo nel lavoro”. Ecco perché secondo Reverse, parlare la stessa lingua dei candidati ha ottime implicazioni anche a livello di candidate experience. La persona colloquiata infatti, oltre ad avere la possibilità di confrontarsi con un esperto del settore, vivrà la sensazione di sentirsi finalmente capita e l’intero processo ne trarrà beneficio.

Le capacità intangibili

Chi si occupa di ricerca del personale, che sia HR, Recruiter, Head Hunter, sa che deve spingersi oltre questo tipo di valutazione, concentrandosi anche sulle capacità intangibili dei candidati. Vediamo quali sono quelle attualmente più richieste. In primo luogo è importante cercare persone abili nel confrontarsi con tutte le cariche aziendali. Può sembrare banale ma, soprattutto in un momento in cui i rapporti umani sul luogo di lavoro sono sempre più mediati dalla tecnologia, è essenziale saper comunicare al meglio, esprimere un’opinione in modo chiaro e avere una spiccata capacità di ascolto, scrittura e negoziazione. Le modalità di lavoro fluide hanno presentato la necessità di individuare anche un’altra soft skill: essere capaci di lavorare in team, anche da remoto. Per gli esperti di ricerca del personale è quindi essenziale ricercare onestà, trasparenza, senso del dovere e doti di leadership.

Sapersi adattare ai cambiamenti

C’è poi la capacità di adattarsi ai cambiamenti, considerandoli come parte integrante della routine lavorativa e non come qualcosa da evitare a tutti i costi. Questo aspetto, oltre a considerare il contesto aziendale come mutevole, si riflette anche sui singoli progetti, dove il singolo è chiamato a individuare le criticità rispondendo in modo proattivo con soluzioni alternative. Si parla quindi di apertura mentale, pensiero laterale e di un’attitudine a captare stimoli provenienti dai settori più disparati, facendoli propri e traducendoli in idee innovative. Infine, in un processo di ricerca e selezione è bene intervistare il candidato per approfondire il tema della risposta allo stress, testando le sue reazioni e individuando le principali cause di tensione.

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Food&Beverage, gli italiani seguono i food influencer per i consigli culinari

Nell’ultimo anno i post sui social network a tema food sono aumentati del +57,4%, per un totale di 1,59 milioni di contenuti. Una crescita determinata probabilmente dal lockdown, che ha spinto gli utenti a dedicare più tempo alla cucina. Il 54% degli italiani, infatti, segue abitualmente i food influencer per i consigli culinari, e nuove celebrities allargano sempre più la propria platea di follower. Sono alcuni dati emersi dalla ricerca condotta a livello globale da Buzzoole, martech company specializzata in tecnologie e servizi per l’Influencer Marketing, su oltre 2 milioni di profili e 250 milioni di contenuti monitorati dalla piattaforma Buzzoole Discovery su Instagram, Facebook, Youtube, Twitter e TikTok nel 2020.

Il canale più utilizzato per condividere i contenuti è Instagram

I food influencer hanno un’audience per il 66,70% femminile, e per il 56,53% di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Il canale maggiormente utilizzato per condividere contenuti è Instagram (75,64%), seguito da Facebook e Twitter. TikTok, in coda, ma sempre più in crescita, ha raggiunto 11.800 post solo nell’ultimo anno. Se sui social spopolano i video di ricette ‘step by step’ da poter replicare in casa anche la sostenibilità è un tema molto sentito. Tanto che sui social sono sempre più presenti consigli per evitare sprechi in cucina, e ricette per riutilizzare in modo creativo gli scarti alimentari.

Non soltanto chef o appassionati di ricette ma anche creator

Gli influencer coinvolti per le campagne di questo settore sono molto eterogenei per dimensione e tipologia, con follower base che vanno dai 10mila a più di 500mila follower, includendo spesso le Celebrity.  All’interno della categoria si trovano non soltanto chef o appassionati di ricette, ma anche creator che riescono a toccare discipline quali sostenibilità, sport, arte e intrattenimento. La maggior parte dei creator italiani in ambito food sono donne (60,57%) mentre gli uomini rappresentano circa un quarto del totale (39,43%). E se l’86% dei food influencer rientra nella categoria micro e medium (dai 10 mila ai 100 mila follower), il resto del mercato è composto da social star e celebrità.

Beverage, 311mila contenuti di cui il 56% ha come focus il vino 

Nell’ultimo anno anche il settore Beverage ha riscontrato molto interesse: i contenuti generati hanno raggiunto quota 311mila, con un incremento del +36% rispetto all’anno precedente. In particolare, il 56% dei contenuti ha come focus il vino, tema in forte crescita con un incremento del +29,10%. I wine influencer in Italia sono così popolari da rappresentare il 68% del totale dei creator che trattano di beverage. In generale, gli influencer italiani che parlano di drink sono principalmente uomini (56%), mentre le donne rappresentano oltre il 40%. L’audience è per il 64% femminile con un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, e suddividendo per fasce di follower, se i Novice e Micro creator (10-30mila follower) risultano più numerosi (69,12%), le Social Star (più di 200mila follower) rappresentano il 4,78%.

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Specialità regionali, +6,4% di fatturato. Sul podio Trentino, Sicilia e Piemonte

Le specialità regionali diventano protagoniste nel carrello della spesa degli italiani, con un giro d’affari da 2,6 miliardi di euro, in crescita del 6,4% annuo. Nel corso del 2020 supermercati e ipermercati segnalano infatti oltre 9.200 prodotti food & beverage con l’origine di provenienza riportata in etichetta. Lo rileva la nona edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, secondo la quale al primo posto per valore delle vendite c’è il Trentino-Alto Adige (+7%) seguito da Sicilia (+5,1%) e Piemonte (+3,7%), che però è la regione presente sul maggior numero di prodotti (1.152 referenze). L’Osservatorio traccia una vera e propria mappa del regionalismo in tavola, dove per la prima volta compare anche la geografia delle vendite dei panieri regionali all’interno del territorio nazionale per individuare dove sono più apprezzati, riferisce Ansa.

I consumi regionali

Il sovranismo alimentare regna in Sardegna, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, mentre in Lombardia, Emilia-Romagna, Campania, Molise e Calabria i prodotti del territorio locale restano preponderanti e sviluppano più vendite rispetto alla media nazionale.
Ma ci sono anche regioni dove i prodotti locali non sono ai primi posti per incidenza sugli acquisti, come accade in Valle d’Aosta e Basilicata. Nel resto del paese il carrello della spesa è più interregionale.
Ad esempio, in Liguria il consumo dei prodotti piemontesi è superiore del 69% alla media italiana e quello dei prodotti campani lo è del 12%, mentre in Piemonte l’indice di allocazione dei consumi è maggiore per i prodotti liguri e per quelli pugliesi.

La classifica delle regioni in etichetta

Ancora una volta il primo posto, per valore delle vendite, spetta al Trentino-Alto Adige, grazie a un ampio paniere di prodotti, in particolare vini e spumanti, speck, yogurt, mozzarelle e latte. Una leadership che nel 2020 si è ancor più consolidata, sostenuta in particolare dall’apporto positivo di speck e vini. Il secondo posto va alla Sicilia, il cui paniere di specialità regionali (tra cui spiccano il vino, i sughi pronti e le arance) ha visto aumentare le vendite soprattutto grazie all’apporto di birre, arance, sughi pronti, passate di pomodoro e bevande gassate.

L’exploit del Molise

Al terzo posto per valore delle vendite si insedia il Piemonte, davanti a Sicilia e Toscana. Nel 2020 il paniere dei prodotti piemontesi, composto soprattutto da vini, formaggi freschi, carne, acqua minerale e latte, ha ottenuto un aumento delle vendite a cui ha contribuito soprattutto carne bovina, vini Docg, latte Uht, miele e mozzarelle. Confrontando l’andamento delle vendite realizzate nel 2020 con quelle dell’anno precedente, emerge che i panieri regionali più dinamici sono stati quelli di Puglia (+14,4%) e Calabria (+12,5%), seguiti da quelli di Veneto (+9,6%) Sardegna (+8,6%), Abruzzo (+8,5%) e Marche (+8,4%). Il fenomeno del 2020 è stato l’exploit del Molise, che continua a guadagnare spazio nel carrello della spesa degli italiani: l’anno scorso le vendite del paniere dei prodotti di questa regione sono cresciute del +24,8%, con la pasta di semola a fare da traino, riferisce brand-news.it.

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Modelli organizzativi: per il 47% manager non sono agili

Per competere e creare valore l’impresa deve essere dotata di un management agile, in grado di cambiare strategie e metodologie aziendali. Ora più che mai la crisi generata dalla pandemia impone un cambiamento dei modelli aziendali, ma il ricorso allo smart working non si è ancora tradotto in un nuovo paradigma d’impresa. Dall’indagine dal titolo La scacchiera del valore, realizzata da Federmanager in collaborazione con Fondirigenti, il fondo per la formazione condiviso tra Federmanager e Confindustria, emerge uno scenario incerto: circa il 47% dei manager coinvolti ritiene di operare in un panorama aziendale “intermedio”, in cui approccio ordinario e nuovi paradigmi si incontrano. Il 37,1% però riporta esperienze con aziende ancora tradizionali e verticistiche, e solo il 16% considera tale paradigma una realtà già attuale in diversi contesti italiani.

Puntare su innovazione, crescita delle competenze e sostenibilità

Secondo il modello elaborato da Federmanager un’organizzazione aziendale agile si differenzia dal telelavoro perché si basa su 4 pilastri, autonomia, responsabilità, monitoraggio dei risultati e crescita delle competenze.

“Il modello – sottolinea il presidente di Federmanager, Stefano Cuzzilla – rappresenta uno strumento utile e funzionale per i manager e le aziende, oggi al centro di una sfida senza precedenti, ovvero far ripartire il sistema produttivo ripensando i processi organizzativi e puntando su tre ambiti fondamentali: innovazione, crescita delle competenze e sostenibilità”.

Un sistema di devolved-decision making è considerato un’utopia

Sebbene lo smart working sta diventando protagonista delle analisi economiche e sociologiche degli ultimi mesi, si tratta di soluzioni prevalentemente di facciata. Secondo i manager la cosiddetta connected leadership è infatti un modello molto raro. Per il 31,4% di loro ciò si deve a un deficit di comunicazione degli obiettivi da parte del top management e per il 28,9% al fatto che le aziende vivono day-by-day e hanno una governance talmente frammentata da rendere impossibile la conoscenza degli intenti strategici ai collaboratori e agli stessi manager. Un sistema di devolved-decision making, di delega e distribuzione delle responsabilità e  condivisione delle scelte strategiche, è considerato addirittura un’utopia per il 26,3% dei manager.

Un modello per transitare dallo smart working all’agile management 

Networking, lavoro in team e condivisione della conoscenza sono ritenuti elementi essenziali di un’organizzazione agile, e per il 56,8% dei manager sono ritenuti possibili, ma poco realistici. Colpa, in parte, della governance aziendale, poco propensa a sviluppare una leadership flessibile, facilitatrice e motivante. Per transitare dallo smart working all’agile management il modello Federmanager propone tre asset su cui investire: la filosofia aziendale deve abbandonare gli strumenti novecenteschi a favore di una maggiore fluidità, la strategia deve improntarsi a una pianificazione dei processi chiara e adattiva rispetto al contesto mutevole, riferisce Adnkronos, e la metodologia deve favorire la condivisione e lo scambio delle competenze all’interno dell’organizzazione.

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