Le strategie del Design Thinking per ridefinire la complessità

Analogical Reasoning (ragionamento analogico), Associative Thinking (pensiero associativo) e Abductive Reasoning (ragionamento abduttivo) sono le tre logiche creative che permettono di affrontare le sfide dell’innovazione. Si tratta del Design Thinking, e lo studio dell’Osservatorio Design Thinking for Business della School of Management del Politecnico di Milano, mostra come queste tre logiche vengono adottate a seconda della sfida di innovazione che ci si trova a dover fronteggiare.
In tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo, il Design Thinking può infatti dare un aiuto e una risposta, portando alla ridefinizione dei problemi tramite logiche creative che aiutino a capirne meglio la natura, e a trovare nuove soluzioni.

Accompagnare le aziende nel processo di innovazione

“Nei progetti innovativi la sfida da affrontare non è mai ben definita – afferma Claudio Dell’Era, Direttore dell’Osservatorio Design Thinking for Business -. È necessaria una maggiore comprensione. Lo scopo del Design Thinking è proprio quella di accompagnare per mano aziende e manager nel processo di innovazione, ridefinendo il reale e dandogli una nuova cornice. Tutto ciò nella consapevolezza che nel definire e ridefinire il problema, non si sta perdendo tempo, anzi si sta già approcciando la risoluzione delle sfide stesse”.

Come utilizzare le tre logiche creative

Il ragionamento analogico descrive come gli individui estraggano la conoscenza da una fonte e la trasferiscano a un obiettivo. Il pensiero associativo consiste invece nel creare e trovare link tra informazioni e conoscenze distanti che non sono collegate. Il ragionamento abduttivo crea nuova conoscenza attraverso la formazione di ipotesi esploratorie che pongono proposte plausibili di spiegazione, con lo scopo di conciliare le differenze tra diverse informazioni e conoscenze. Tutte e tre le logiche ottengono risultati simili quando il problema da affrontare è ben definito, ma il ragionamento analogico mostra valori significativamente inferiori nelle sfide dell’innovazione mal definite, in cui invece le operazioni di estrazione delle differenze, trasformazione dell’insieme di informazioni e costruzione immaginativa, appaiono particolarmente utili.

Aiutare manager e imprenditori a gestire sfide sempre più complesse

In un problema ben definito, invece, il ragionamento abduttivo è percepito come prezioso ed efficace, e soprattutto le operazioni di costruzione immaginativa di scenari what-if sono tra le più efficaci, e con molteplici spiegazioni possibili.
Le logiche creative sono perciò caratterizzate da una serie di operazioni creative che si differenziano a seconda delle logiche stesse.  A fronte di sfide di innovazione che differiscono per definizione e predisposizione all’innovazione, le logiche creative che abilitano e supportano i processi di Design Thinking nel fare framing e reframing cambiano per appropriatezza e valore. Questo aiuta manager e imprenditori che affrontano sfide sempre più complesse a gestirle e comprenderle meglio, facilitando quindi una riflessione iniziale che aiuta a valorizzare poi il processo risolutivo.

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Accelerano i contratti di rete in Lombardia: il totale sale a 4.410 (+12,5%)

Nel 2021 i contatti di rete in Lombardia hanno registrato un’accelerazione, con oltre 700 imprese lombarde che nel corso dell’anno li hanno sottoscritti. Una crescita netta rispetto agli ultimi anni, e un incremento del +12,5% rispetto al 2020.  Lo stock di imprese coinvolte in regione, comprese le reti cessate, sale così a 4.410. In pratica, per ogni mille imprese registrate in Camera di Commercio sono 4,6 quelle che partecipano ai contratti di rete.
Inoltre, con 1.513 reti, la Lombardia è la regione coinvolta nel maggior numero di contratti, il 20,4% del totale nazionale, anche se la quota di imprese partecipanti è inferiore alla media italiana. Sono alcuni dati emersi dal rapporto 2021 di Unioncamere Lombardia sui contratti di rete.

Il 24,2% riguarda imprese della stessa provincia

“Le imprese che partecipano ai contratti di rete sono ancora una minoranza, ma rappresentano un modello virtuoso di collaborazione per favorire la trasformazione tecnologica, l’innovazione e raggiungere nuovi mercati”, ha dichiarato il presidente di Unioncamere Lombardia, Gian Domenico Auricchio. Il 44% dei contratti che comprendono imprese lombarde vede la partecipazione di un massimo di tre imprese, e le reti con almeno 10 soggetti rappresentano il 14,9%. Considerando l’ambito territoriale dei contratti lombardi, il 24,2% risulta formato da imprese della stessa provincia, mentre il 17,6% vede la partecipazione di imprese con sede in diverse province della regione.

Si intensificano i legami con il Meridione

La maggior parte delle reti, il 58,2%, ha però un raggio di azione che si estende oltre i confini lombardi. In particolare, le collaborazioni sono particolarmente strette con il Lazio (247 contratti, di cui ben 224 con Roma), e con le grandi regioni industriali (Emilia Romagna 242, Veneto 238, Piemonte 202). Nel 2021 si sono intensificati poi i legami con il Meridione, in particolare con le regioni Campania, Puglia e Abruzzo.

Quasi metà delle aziende è attiva nei servizi

Nel complesso, dopo un avvio concentrato soprattutto nell’industria, i contratti di rete si stanno diffondendo in tutti i settori dell’economia regionale.
L’industria rimane il comparto con la maggior propensione all’aggregazione (8,8%), ma la crescita nel 2021 (+2,7%) conferma i ritmi bassi degli ultimi anni.  Per quanto riguarda gli altri settori di attività, quasi metà delle imprese è attiva nei servizi (46,6%), con un incremento significativo nel 2021, pari al +16,4%. In crescita anche il settore dell’agricoltura (+10%), dove il contratto di rete si è progressivamente diffuso raggiungendo una quota non trascurabile sul totale delle imprese del settore (8,0%), e le costruzioni (+19,8%).

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Nel 2021 quasi 4.000 nuovi domini legati al food 

Il food viaggia sul web, e diventa sempre più protagonista. Sono infatti quasi 4mila i nuovi domini .it afferenti al settore dell’agroalimentare registrati nel 2021. E per il 2022, tra gennaio, febbraio e marzo sono stati registrati “a ora ben 4.680 nuovi siti nel settore dell’agroalimentare”. Lo ha reso noto Registro .it, l’anagrafe del web a targa italiana e organo dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr (Cnr-Iit). Dal 2016 Registro .it, in collaborazione con il dipartimento di informatica dell’Università di Pisa e Infocamere, ha istituito ‘Fine’, un osservatorio permanente per analizzare la diffusione di internet tra i vari settori appartenenti all’agroalimentare e studiare la loro diffusione.

Il 41,94% dei siti web .it appartiene al settore della ristorazione

I nuovi siti .it legati al food nati nel 2021 sono esattamente 3834. Di questi, quasi il 41,94% appartiene al settore della ristorazione, il 12% ai farinacei e il 10,17% al vino.  Seguono i settori cosiddetti ‘altro agro’, come caccia, cattura di animali, silvicoltura e utilizzo di aree forestali, con il 9,05%, il comparto agriturismo, con il 5,63%, e quello coltivazioni, con il 4,90%.
Una situazione simile si riscontra anche su base totale: in generale dei 101.605 siti .it registrati finora il 37,8% appartiene sempre al settore ristorazione, il 12,3% al vino, e l’11,3% ai farinacei.

Dal 2016 a oggi circa 8.000 registrazioni in più 

Oltre alle prime tre voci, seguono, entrambi con una quota dell’8,3%, i settori ‘altro agro’ e agriturismo.
Più in generale, dall’inizio della rilevazione dell’osservatori Fine nel 2016, e al netto delle cancellazioni avvenute nel corso degli anni, si evidenzia un incremento di circa 8mila domini registrati per i siti web .it afferenti al settore agroalimentare, pari a un aumento dell’8,4%. Al momento della rilevazione iniziale, dei 93.730 siti registrati per l’agroalimentare il 36,1% apparteneva sempre alla categoria ristorazione, l’11,5% a quella del vino, mentre l’11,3% a quella dell’agriturismo.

Una fotografia attendibile del web agroalimentare a targa italiana

“Quello dell’agroalimentare è un settore fondamentale per l’economia italiana – ha commentato Marco Conti, responsabile di Registro .it e direttore di Cnr-Iit – ma siamo certi che questa circostanza trovi riscontro anche sul web? È per rispondere a domande come questa che, sei anni fa, è nato Fine”. Secondo Maurizio Martinelli, primo tecnologo di Cnr-Iit, la risposta è sì. L’Osserv atorio rappresenta, riferisce Ansa,, “una fotografia attendibile per osservare come la situazione cambi nel corso del tempo all’interno del web agroalimentare a targa italiana”.

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Lavoro, Great Resignation? No, grazie

Gli italiani dicono no alla Great Resignation, le dimissioni ‘al buio’ per cercare un altro impiego. Il 56,2% degli occupati non è infatti propenso a lasciare il proprio lavoro, convinto che non ne troverebbe uno migliore. Percentuale che sale al 62,2% tra i 35-64enni e al 63,3% tra gli operai.
Se è vero che nei primi nove mesi del 2021 sono 1.362.000 le dimissioni volontarie registrate, +29,7% rispetto al 2020, proprio nel 2020, con il mercato del lavoro paralizzato a causa del Covid, si era verificato un picco negativo di dimissioni: solo 1.050.000 nei primi tre trimestri (-18,0% rispetto al 2019). Secondo il 5° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale si conferma però un trend di più lungo periodo di crescita delle dimissioni, legato soprattutto all’aumento della precarietà dei rapporti di lavoro.

Il pragmatismo vince sulla tentazione dimissioni

Tra i lavoratori italiani il pragmatismo vince sulla tentazione della Great Resignation, fa più paura l’idea di ritrovarsi impantanati nella precarietà. Eppure l’82,3% (86,0% giovani, 88,8% operai) si dice insoddisfatto della propria occupazione e pensa di meritare di più. Infatti il 58,1% ritiene di ricevere una retribuzione non adeguata, percezione confermata dalle statistiche ufficiali: negli ultimi vent’anni le retribuzioni medie lorde annue si sono ridotte del 3,6% in termini reali. Pensando alla propria occupazione, il 68,8% si sente poi meno sicuro rispetto a due anni fa (72,0% operai, 76,8% donne). E nell’ultimo biennio il 66,7% (71,8% tra i millennial) ha vissuto uno stress aggiuntivo per il lavoro, e il 73,8% teme che in futuro dovrà fronteggiare nuove emergenze lavorative.

Il digitale non è stato indolore

Per il 51,3% degli occupati il proprio lavoro è cambiato molto durante la pandemia. Il digitale è stato determinante, ma non indolore. Complessivamente il 58,0% ha riscontrato difficoltà nell’utilizzo dei dispositivi digitali, in particolare, nella partecipazione ai meeting online (55,3%) e con la posta elettronica (46,1%). Sullo smart working poi i lavoratori italiani si dividono: il 25,1% non vorrebbe farlo, il 32,9% vorrebbe proseguire, il 42,0% opterebbe per una soluzione ibrida.
In ogni caso, il tempo di lavoro si è dilatato: il 39,7% degli occupati afferma di non disporre di sufficiente tempo libero (45,1% tra gli esecutivi), e il 23,0% prevede un ulteriore peggioramento nel futuro.

Come colmare il deficit di motivazione

Le richieste alle aziende sono chiare: il 91,2% dei lavoratori vorrebbe retribuzioni più alte, l’86,5% più servizi di welfare aziendale, e il 75,2% un maggiore supporto nel rispondere ai bisogni sociali.
Intanto aumentano le imprese che puntano sugli strumenti del welfare aziendale. Per il 62,5% di un panel di responsabili delle risorse umane di grandi imprese il welfare aziendale è una priorità, e il 71,9% si dice pronto ad attivare servizi ad hoc per rispondere ai bisogni dei lavoratori.
Piani di welfare ‘su misura’, fatti di servizi e supporti personalizzati, disegnati sui bisogni del singolo lavoratore, possono infatti dare un contributo decisivo alla domanda di riconoscimento dei lavoratori, stimolando un diverso rapporto con il lavoro e l’azienda.

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Head hunter, come riconoscere le skills dei candidati

Come condurre un colloquio di lavoro in modo corretto e soprattutto come riconoscere le competenze di un candidato? A questi quesiti risponde Riverse, società di headhunting attiva a livello internazionale, che ha introdotto il cosiddetto Recruiting Collaborativo. All’interno di questo modello, l’head hunter viene affiancato da una figura specializzata, dello stesso settore del persona ricercata ma con una seniority maggiore, in grado quindi di guidare un’intervista al fine di esaminare e valutare le competenze hard del candidato. Spesso, infatti, le competenze vengono considerate come strettamente legate all’intelligenza delle persone, ed è un errore. In realtà, secondo lo psicologo statunitense McClelland, le capacità umane, che siano hard o soft, nascono da “schemi cognitivi e comportamentali operativi casualmente collegati al successo nel lavoro”. Ecco perché secondo Reverse, parlare la stessa lingua dei candidati ha ottime implicazioni anche a livello di candidate experience. La persona colloquiata infatti, oltre ad avere la possibilità di confrontarsi con un esperto del settore, vivrà la sensazione di sentirsi finalmente capita e l’intero processo ne trarrà beneficio.

Le capacità intangibili

Chi si occupa di ricerca del personale, che sia HR, Recruiter, Head Hunter, sa che deve spingersi oltre questo tipo di valutazione, concentrandosi anche sulle capacità intangibili dei candidati. Vediamo quali sono quelle attualmente più richieste. In primo luogo è importante cercare persone abili nel confrontarsi con tutte le cariche aziendali. Può sembrare banale ma, soprattutto in un momento in cui i rapporti umani sul luogo di lavoro sono sempre più mediati dalla tecnologia, è essenziale saper comunicare al meglio, esprimere un’opinione in modo chiaro e avere una spiccata capacità di ascolto, scrittura e negoziazione. Le modalità di lavoro fluide hanno presentato la necessità di individuare anche un’altra soft skill: essere capaci di lavorare in team, anche da remoto. Per gli esperti di ricerca del personale è quindi essenziale ricercare onestà, trasparenza, senso del dovere e doti di leadership.

Sapersi adattare ai cambiamenti

C’è poi la capacità di adattarsi ai cambiamenti, considerandoli come parte integrante della routine lavorativa e non come qualcosa da evitare a tutti i costi. Questo aspetto, oltre a considerare il contesto aziendale come mutevole, si riflette anche sui singoli progetti, dove il singolo è chiamato a individuare le criticità rispondendo in modo proattivo con soluzioni alternative. Si parla quindi di apertura mentale, pensiero laterale e di un’attitudine a captare stimoli provenienti dai settori più disparati, facendoli propri e traducendoli in idee innovative. Infine, in un processo di ricerca e selezione è bene intervistare il candidato per approfondire il tema della risposta allo stress, testando le sue reazioni e individuando le principali cause di tensione.

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Perché spesso salta la corrente in casa

Nella società di oggi la corrente elettrica è un qualcosa della quale non riusciremo a fare a meno nemmeno per un minuto. Tutti i dispositivi di casa sono infatti alimentati ad energia elettrica, e quando questa per qualsiasi motivo dovesse saltare crea problemi non da poco in famiglia.

Senza corrente infatti non vi è semplicemente il problema del non poter accendere la luce, ma anche quello di non poter utilizzare eventuali PC, televisioni, elettrodomestici e simili. Inoltre non possiamo ricaricare le batterie degli smartphone così come quelle di tutti gli altri dispositivi mobili ed eventuali console di gioco presenti in casa.

Partiamo dal presupposto che è normale che di tanto in tanto possa saltare la corrente, soprattutto quando la società che eroga il servizio di energia elettrica effettua dei lavori di manutenzione alla rete.

Parliamo comunque di episodi sporadici nel corso dell’anno che vengono annunciati con largo anticipo, così da evitare sorprese.

Se invece la luce dovesse saltare soltanto nel nostro appartamento, e dunque non nell’intero condominio o strada, molto probabilmente il problema è dentro casa nostra. A quel punto bisogna cercare di capire cosa fare.

Individuare le cause

I motivi per i quali può saltare la corrente elettrica all’interno di un appartamento sono vari. Vi sono dei casi in cui la colpa potrebbe essere nostra, il classico sovraccarico, in altri casi invece è possibile che si tratti di un problema del nostro impianto.

Nel caso di un sovraccarico, ci riferiamo ad un episodio nel quale vengono accesi contemporaneamente più elettrodomestici, i quali tutti insieme richiedono più della potenza massima che è prelevabile dal proprio impianto.

Di norma c’è un limite, riferendosi alle abitazioni private, che è fissato a 3Kw. Ciò significa che se cerchiamo di prelevare energia per un totale superiore a 3Kw, automaticamente si verificherà il fenomeno per il quale la corrente salta.

In questo caso la soluzione semplice è quella di contattare il proprio gestore di energia elettrica per richiedere che la potenza disponibile possa essere aumentata.

Questa è la soluzione ideale se ti rendi conto che spesso salti la corrente in casa quando accendi più elettrodomestici contemporaneamente come ad esempio il forno ed il condizionatore, che tipicamente sono due tra quelli che assorbono maggior energia.

Puoi richiedere per questo al tuo fornitore di aumentare la potenza massima disponibile e passare ad esempio da 3 Kw a 5 Kw. Se il problema per il quale salta la corrente in casa con una certa frequenza era questo, richiedendo l’aumento della potenza massima disponibile avrai risolto.

Cosa succede se la corrente salta anche di notte?

Nel caso in cui la corrente sia solita saltare anche di notte, quando la richiesta di energia per forza di cose è minore, con ogni probabilità il problema non è legato al sovraccarico.

A quel punto è probabile che vi sia nell’impianto di casa tua una dispersione elettrica o eventuali sbalzi di tensione che inducono il salvavita a scattare. In questo caso si tratta di problematiche che non puoi gestire autonomamente e fai bene per questo a rivolgerti direttamente ad un tecnico specializzato, usufruendo magari di un servizio di pronto intervento 24 che possa raggiungere rapidamente casa tua.

L’impianto elettrico di un appartamento è infatti una delle questioni più delicate all’interno di una casa ed è bene per questo affidarsi ad una persona qualificata e competente.

Un tecnico specializzato sarà infatti in grado di individuare rapidamente il problema e risolverlo, garantendo a te e a tutta la tua famiglia la sicurezza di cui avete bisogno nell’usufruire dell’impianto elettrico di casa.

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Ultimo trimestre 2021 positivo per l’industria di Milano Monza Brianza Lodi 

La conferma arriva dalle elaborazioni del Servizio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi: i dati congiunturali dell’industria relativi al quarto trimestre 2021 sono positivi. A Milano, ad esempio, il quadro delineato evidenzia un aumento rispetto al terzo trimestre 2021, sia della produzione industriale sia del fatturato milanese (+2,2% e +5,1% destagionalizzato), maggiore rispetto al fatturato lombardo (+2,3% e +3,6% destagionalizzato). Per gli ordini, la progressione congiunturale è invece più marcata per l’industria lombarda rispetto alla manifattura locale, sia per il mercato interno (rispettivamente +5% e +3,5% destagionalizzato) sia estero (+3,9% e +1,6% destagionalizzato).

A Milano la produzione cresce dell’11,1% in un anno

Quanto all’analisi tendenziale, il quarto trimestre 2021 ha consentito all’area metropolitana milanese di crescere dell’11,1% in un anno per la produzione, in linea col dato lombardo (+11,2% in un anno). Se si considera la crescita netta del fatturato confrontata con il quarto trimestre 2020, l’aumento è pari al +20,4% rispetto al 19,8% regionale. In relazione al portafoglio ordini, a Milano si registra un livello superiore a quello relativo al quarto trimestre 2020 (+20,1% in un anno), con performance migliore della manifattura lombarda (+19%). Inoltre, i mercati interni hanno ripreso la crescita in modo molto più incisivo (+22,6%) rispetto alla componente estera (+15,9%). 

Monza e Brianza: crescono fatturato e commesse acquisite

Prosegue la crescita congiunturale anche per l’industria di Monza e Brianza: il quarto trimestre 2021 fa registrare un aumento consistente rispetto al terzo trimestre 2021 della produzione industriale (+2,4% destagionalizzato).  Cresce anche il fatturato (+1,1% destagionalizzato), così come le commesse acquisite dai mercati interni (+2,9% destagionalizzato) ed esteri, con +6,1% rispetto al trimestre precedente. La crescita tendenziale della capacità produttiva colloca i volumi prodotti a un livello superiore rispetto al quarto trimestre 2020 (+10,1%), ma inferiore al dato lombardo (+11,2%). Nello stesso periodo, i dati della manifattura brianzola per fatturato (+16,1%) sono inferiori al dato lombardo (+19,8%). Sempre rispetto al quarto trimestre 2020, il portafoglio ordini del manifatturiero brianzolo evidenzia un incremento reale inferiore a quanto registrato in Lombardia (rispettivamente +14,4% e +19%).

Lodi: ordini interni superiori al dato regionale

La crescita congiunturale nel quarto trimestre 2021 per l’industria lodigiana prosegue grazie a un aumento rispetto al terzo trimestre 2021 della produzione industriale (+1,4% destagionalizzato), accompagnato dalla crescita del fatturato (+3,3% destagionalizzato) e dalle commesse acquisite dai mercati interni (+7,6% destagionalizzato) ed esteri (+1,4%). Nel quarto trimestre 2021 rispetto all’anno precedente, si verifica un trend di crescita per produzione, fatturato e ordini. Relativamente all’analisi tendenziale, raffrontato al quarto trimestre 2020, la crescita della produzione si attesta a +8,2%, performance peggiore rispetto al dato lombardo (+11,2%). In relazione al fatturato, nel confronto con il quarto trimestre 2020, il recupero si attesta a +14,5%, inferiore per intensità al dato regionale (+19,8%), mentre gli ordini crescono in un anno del 16,2% rispetto al 19% lombardo. Superiore al dato lombardo la crescita degli ordini interni, con +20,4% rispetto a +19,5%. Inferiore invece la dinamica degli ordini esteri, pari a +6,8% rispetto a +18,3%.

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Body Positivity, il ruolo degli influencer sui social media

L’influencer è sempre più chiamato a dire la sua con cognizione di causa, poiché esposto in prima persona a un pubblico esigente che chiede serietà e sincerità. Ma qual è il ruolo dell’influencer in merito alla Body Positivity? Ipsos, in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Influencer Marketing (ONIM), ha realizzato un’indagine focalizzata proprio sul tema della Body Positivity e il ruolo di influencer e creator.

Oggi i social network sono una vera e propria agorà virtuale, dove si discutono i temi più sensibili dell’attualità, e il cosiddetto ‘social change’ e le battaglie di Diversity&Inclusion trovano terreno fertile proprio nel mondo dei like, share, reel. Ma soprattutto attraverso la voce più o meno autorevole di influencer e creator, tanto che nel 2021 il valore del mercato dell’influencer marketing ha raggiunto 270 milioni solo in Italia.

Il luogo elettivo di discussione è sui social network

A differenza di altri topic contemporanei, come la sostenibilità o la lotta all’omotransfobia, dibattuti di frequente anche su media più tradizionali, il tema della Body Positivity trova il suo luogo elettivo di discussione sui social network (87%). Sono soprattutto le donne ad animare il dibattito: il 65% delle intervistate dichiara che la Body Positivity ha un peso rilevante all’interno dell’universo social. La ricerca Ipsos ha però messo in luce una dicotomia. Da un lato, la coscienza sociale accoglie il movimento come una rivoluzione i cui valori sono condivisibili e positivi, dall’altro, la sfera individuale riflette la percezione di sé stessi e del proprio corpo che ancora ambisce alla bellezza stereotipata.

Il tema è delicato e le scelte di comunicazione devono essere etiche

Si tratta di una duplicità che si risolve nell’accettazione del conflitto, dove entrambe le dimensioni possono coesistere ed essere gestite. Il tema è delicato e le scelte di comunicazione da parte di influencer e aziende devono essere il più possibile etiche nel loro stesso interesse. Ma gli influencer sono legittimati a parlare di Body Positivity? Secondo l’80% del campione intervistato (il 90% tra gli appartenenti alla Gen Z) sì, ma a patto che lo facciano nel modo giusto, dimostrando autenticità e coerenza con il loro stile di vita. Pena la perdita di credibilità e la conseguente perdita di follower.

Il brand deve evitare ilBody washing

La genuinità dell’influencer si riverbera anche sulla immagine delle aziende che lo scelgono come ambassador. Anche il brand quindi deve risultare autentico nelle sue scelte evitando un approccio diBody washing. La scelta di un ambassador da parte di un‘azienda è delicata e strategica, soprattutto se si considera che il tema della Body Positivity funge da traino per l’interesse verso altri temi di ambito sociale, e meno su temi commerciali (lifestyle, abbigliamento e accessori, cosmetica).

Con o senza influencer e creator, nella narrazione i brand devono quindi sostenere l’accettazione delle diversità, delle varie tipologie di corpo, spostando il focus dall’accettazione delle imperfezioni all’accettazione/inclusione di tutte le diversità e dell’unicità di ogni persona.

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Cambiamenti climatici, l’86% dei cittadini del mondo è preoccupato

Il climate change è un tema sempre più sentito, che allarma i cittadini di tutto il modo. Lo conferma l’Annual WIN World Survey, raccogliendo le opinioni e le convinzioni di 33,236 cittadini di 39 paesi. L’indagine analizza le opinioni relative alla percezione dei cambiamenti climatici nel 2021, all’importanza dello sviluppo sostenibile a livello mondiale e al ruolo di governi e istituzioni. In Italia, secondo i dati BVA Doxa, membro per l’Italia e socio fondatore di WIN, la stragrande maggioranza dei cittadini è consapevole dell’entità del problema che rappresenta il riscaldamento globale, ma è elevata anche la consapevolezza che le azioni individuali di ognuno possano aiutare l’ambiente

Il riscaldamento globale

Per l’86% degli intervistati il riscaldamento globale è un fenomeno imminente che riguarda tutto il mondo e che rappresenta una seria minaccia per l’umanità (i risultati sono in linea con i dati ottenuti nel 2020). In America e in Africa, la percezione del rischio è più alta (89% e 87% rispettivamente).  La percezione in Europa è in linea con la percezione rilevata a livello mondiale: l’84% ritiene che il riscaldamento globale sia una minaccia per l’umanità, e in Italia è l’89% della popolazione che ne è convinta. Diretta conseguenza del riscaldamento globale sono i disastri naturali (incendi forestali, inondazioni, uragani, tornado, etc.) che, secondo 8 intervistati su 10 sono aumentati. Il dato globale è in linea con la media Europea (in Europa è il 79% che ritiene che i disastri naturali siano aumentati). In Italia ne sono convinti l’84% degli intervistati, percentuale più alta anche di altri paesi europei come Germania e UK (entrambe al 76%).

C’è ancora tempo per invertire il processo

Nell’ultima edizione dell’indagine c’è un po’ più di pessimismo rispetto a uqlla precedente in merito alla possibilità di invertire la rotta. La speranza che il cambiamento climatico possa ancora essere fermato ha avuto un leggero calo (è scesa dal 54% al 52% la percentuale di coloro che ritengono che c’è ancora tempo per fermarlo), ma la percezione rimane comunque positiva. Le donne sono leggermente più ottimiste, così come gli intervistati in America e in Europa (57% e 55% rispettivamente). Se considerati i singoli paesi, i più ottimisti sembrano essere il Brasile (70%) e il Messico (67%); i più pessimisti la Cina (38%), il Pakistan (34%) e l’India (31%). 

Tra gli europei gli italiani sono i più pessimisti

Come si posizionano gli italiani rispetto alla possibilità di fermare il cambiamento climatico? Sono i più pessimisti d”Europa, anche se più o meno la metà degli intervistati pensa che si possa ancora fare qualcosa. Per la precisione, il 48% di  italiani che pensano ci sia ancora tempo per arrestare il cambiamento climatico.

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Come aprire un salone da parrucchiere?

Aprire un salone da parrucchiere è un obiettivo per tantissime persone che lavorano già in questo ambito e vorrebbero mettersi in proprio. Altri invece stanno al momento studiando e progettano di avviare la propria attività a breve.

Ma cosa è necessario per aprire un salone da parrucchiere sia a livello burocratico che a livello pratico? Vediamolo insieme di seguito.

La burocrazia per aprire un salone da parrucchiere

Chiaramente la prima cosa è mettersi in regola con quanto previsto sia a livello nazionale che locale. La prima cosa necessaria per aprire questo tipo di attività è essere in possesso di un diploma di parrucchiere come previsto dalla Legge 174 del 2005.

Ci sono inoltre alcuni regolamenti regionali che possono individuare determinate specifiche relative al percorso di studi. In alcune regioni d’Italia è sufficiente a partecipare ad un corso di formazione, in altri casi a questo va associato un periodo di lavoro come apprendista o come dipendente.

In ultima analisi per ottenere la qualifica professionale di parrucchiere è necessario sostenere un esame teorico-pratico finale.

Aprire una partita IVA

Chiaramente per avviare un salone da parrucchiere è necessario aprire una partita IVA ed essere in possesso di una regolare licenza. Per aprire una partita IVA è sufficiente recarsi presso un consulente del lavoro, recarsi in camera di commercio o fare tutto direttamente online sul sito dell’agenzia delle entrate.

Autorizzazioni comunali

La licenza invece viene rilasciata direttamente dal comune in cui ha sede l’attività. In alternativa la licenza può anche essere ceduta da un altro salone che ha deciso di chiudere l’esercizio.

In ultima analisi è necessario ottenere la SCIA, ovvero la Segnalazione Certificata Inizio Attività Commerciale. Essa non è nulla di particolarmente complicato ma semplicemente una pratica da inoltrare al comune in cui ha sede l’attività da parte di chi voglia avviare un qualsiasi esercizio commerciale, come appunto anche il salone da parrucchiere.

Una volta ricevuta la SCIA, il comune andrà a verificare tutti i requisiti nell’arco di 60 giorni e, se questi saranno stati soddisfatti, rilascerà un numero di protocollo che consente di avviare l’attività.

La scelta della zona in cui aprire l’esercizio

La zona in cui andare fisicamente ad aprire l’attività può sembrare marginale rispetto alla burocrazia, ma invece è altrettanto importante.

Aprire un salone da parrucchiere in una strada in cui ci sono già altre attività di questo tipo ben avviate da anni può essere un salto nel buio. Alla stessa maniera lo è avviare questo tipo di attività in un quartiere in cui vi è già un eccessivo numero di saloni in proporzione al numero di abitanti.

Bisogna allora individuare all’interno della città quelle zone, quartieri o micro aree in cui una attività di questo tipo non c’è ancora ed i cittadini sono costretti a spostarsi di qualche km per raggiungere la più vicina.

Dunque questo tipo di indagine ha una importanza di grande rilievo e può determinare il successo o l’insuccesso della tua nuova impresa.

La scelta degli arredi

La scelta degli arredi è il modo stesso in cui clienti percepiranno il tuo salone. Gli arredi e le soluzioni adottate conferiranno alla tua attività una precisa etichetta, sta a te fare in modo che sia il più possibile positiva.

Tieni a mente che è importante ottimizzare gli spazi e renderli funzionali così da offrire il meglio ai clienti anche dal punto di vista del comfort. Prevedi una zona accoglienza in cui gli utenti possano attendere il proprio turno, un angolo dedicato alla cassa, una alla zona lavaggio e la zona dedicata al taglio dei capelli, che è la più importante.

Per quel che riguarda arredi e prodotti, considera che esistono tantissimi siti in cui puoi trovare forniture per parrucchieri e scegliere avendo la possibilità di vedere in anteprima ogni singolo pezzo.

Tenere a mente questi suggerimenti ti consentirà di cominciare al meglio la tua nuova attività e di aprire un salone da parrucchiere veramente apprezzato dagli utenti.

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