Food&Beverage, gli italiani seguono i food influencer per i consigli culinari

Nell’ultimo anno i post sui social network a tema food sono aumentati del +57,4%, per un totale di 1,59 milioni di contenuti. Una crescita determinata probabilmente dal lockdown, che ha spinto gli utenti a dedicare più tempo alla cucina. Il 54% degli italiani, infatti, segue abitualmente i food influencer per i consigli culinari, e nuove celebrities allargano sempre più la propria platea di follower. Sono alcuni dati emersi dalla ricerca condotta a livello globale da Buzzoole, martech company specializzata in tecnologie e servizi per l’Influencer Marketing, su oltre 2 milioni di profili e 250 milioni di contenuti monitorati dalla piattaforma Buzzoole Discovery su Instagram, Facebook, Youtube, Twitter e TikTok nel 2020.

Il canale più utilizzato per condividere i contenuti è Instagram

I food influencer hanno un’audience per il 66,70% femminile, e per il 56,53% di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Il canale maggiormente utilizzato per condividere contenuti è Instagram (75,64%), seguito da Facebook e Twitter. TikTok, in coda, ma sempre più in crescita, ha raggiunto 11.800 post solo nell’ultimo anno. Se sui social spopolano i video di ricette ‘step by step’ da poter replicare in casa anche la sostenibilità è un tema molto sentito. Tanto che sui social sono sempre più presenti consigli per evitare sprechi in cucina, e ricette per riutilizzare in modo creativo gli scarti alimentari.

Non soltanto chef o appassionati di ricette ma anche creator

Gli influencer coinvolti per le campagne di questo settore sono molto eterogenei per dimensione e tipologia, con follower base che vanno dai 10mila a più di 500mila follower, includendo spesso le Celebrity.  All’interno della categoria si trovano non soltanto chef o appassionati di ricette, ma anche creator che riescono a toccare discipline quali sostenibilità, sport, arte e intrattenimento. La maggior parte dei creator italiani in ambito food sono donne (60,57%) mentre gli uomini rappresentano circa un quarto del totale (39,43%). E se l’86% dei food influencer rientra nella categoria micro e medium (dai 10 mila ai 100 mila follower), il resto del mercato è composto da social star e celebrità.

Beverage, 311mila contenuti di cui il 56% ha come focus il vino 

Nell’ultimo anno anche il settore Beverage ha riscontrato molto interesse: i contenuti generati hanno raggiunto quota 311mila, con un incremento del +36% rispetto all’anno precedente. In particolare, il 56% dei contenuti ha come focus il vino, tema in forte crescita con un incremento del +29,10%. I wine influencer in Italia sono così popolari da rappresentare il 68% del totale dei creator che trattano di beverage. In generale, gli influencer italiani che parlano di drink sono principalmente uomini (56%), mentre le donne rappresentano oltre il 40%. L’audience è per il 64% femminile con un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, e suddividendo per fasce di follower, se i Novice e Micro creator (10-30mila follower) risultano più numerosi (69,12%), le Social Star (più di 200mila follower) rappresentano il 4,78%.

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In Italia cresce lo streaming, ma la Tv linear resta (per ora) sul podio

La tv? Sempre più streaming, in tutto il mondo, complice anche la chiusura in casa imposta dalla pandemia nell’ultimo anno e mezzo. I nuovi modi di fruizione dei programmi televisivi sono radicalmente cambiati nel giro di poco tempo: solo per fare un esempio, negli Stati Uniti la visione di tv streaming ha doppiato quella della tv tradizionale (definita linear). E il trend è ormai segnato in ogni angolo del Globo. E in Italia? Smart Tv e streaming crescono, ovvio, ma nel nostro Paese ci sono ancora delle resistenze nell’abbandonare il passato. A dirlo dai dati raccolti e diffusi da Samsung Ads Europe, la divisione Samsung Electronics dedicata a media e pubblicità, in relazione al periodo della pandemia di covid, tra gennaio 2020 e luglio 2021. L’analisi – che si sofferma sul comportamento degli utenti di smart TV Samsung – ha un respiro internazionale: dagli Usa al Canada, dal Regno Unito alla Germania, dalla Francia alla Spagna fino, appunto, al nostro paese. 

In Italia “vince” ancora la tv tradizionale

Nel nostro Paese la tv lineai si conferma a oggi quella più vista, anche se la forbice si sta assottigliando. Per citare i dati dello studio, si scopre che alla fine di giugno 2021 le Smart TV Samsung presenti in Italia trascorrevano giornalmente in media 1 ora e 52 minuti sulla TV lineare e 1 ora e 32 minuti in streaming. Dati che se confrontati con gennaio 2020, registrano un aumento del 43% dello streaming contro solo un +29% della TV lineare. Tra l’altro, cresce anche il gaming, con la Smart TV come strumento del gioco,

Dati in forte aumento per Svod e Avod 

Ma gli incrementi riguardano tutte le modalità di fruizione. Ad esempio, lo studio segnala – sempre nel periodo compreso tra gennaio 2020 e giugno 2021 – un incremento continuativo pari al 46% del “Subscription video on demand”, più comunemente noto con il termine Svod, a cui si affianca però anche l’aumento dell’Avod (ad-supported video on demand). Quest’ultimo, da gennaio 2020, ha registrato in Italia un +115% – la crescita percentuale più alta rispetto agli altri Paesi europei considerati – con un tempo medio di visione giornaliero di 43 minuti. Si tratta di un dato, questo, che riflette lo sviluppo sia dei servizi Avod tradizionali come YouTube sia il successo delle piattaforme fast come Roku e Samsung TV Plus.

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Moda, Milano esporta 3,8 miliardi di euro nel primo trimestre 2021

Nel primo trimestre del 2021 Milano ha esportato solo nel settore moda 3,8 miliardi di euro, pari al 15% del totale nazionale. Solo a Milano si contano 10.410 imprese del settore, sulle 26.876 della Lombardia e le 191.148 in Italia, e 73.625 addetti, rispetto ai 156.139 della Lombardia e ai 717.948 dell’intero territorio nazionale.  I dati della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi confermano la moda come il settore che meglio connota Milano, e che più rappresenta il Made in Italy nel mondo. Secondo l’ultimo Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano, nel 2020 il settore dell’abbigliamento è valso 3,9 miliardi di euro (+22% rispetto all’anno precedente). E in valore assoluto, la moda è stato uno dei tre comparti che lo scorso anno ha contribuito maggiormente alla crescita economica del Paese, con 700 milioni di euro sui 5,5 miliardi di euro di incremento totale.

Nel 2019 il fatturato a Milano è il 17% del totale nazionale

“Nel 2019, a Milano, il fatturato della moda, industria e commercio ha sfiorato i 21 miliardi di euro, pari al 17% del totale nazionale, un valore cresciuto del 34% rispetto al 2010 – spiega Elena Vasco, Segretario generale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. All’interno del comparto, la voce più rilevante è costituita dal commercio al dettaglio e all’ingrosso, che vale infatti quasi 13 miliardi di euro, ed è anche quella che è cresciuta maggiormente (+45%). La produzione di tessile-abbigliamento e pelletteria – continua Vasco – con un fatturato di 7,6 miliardi, ha riportato ugualmente un risultato positivo negli anni considerati (+17,5%)”. 

Un settore in trasformazione

La moda però sta vivendo un momento complesso e sta facendo i conti con cinque forze che stanno portando il settore a una profonda e radicale trasformazione, accelerata ulteriormente dalla pandemia. Tra queste sfide spicca quella della sostenibilità, parametro richiesto sempre più dagli stessi consumatori, come si evince dal proliferare di piattaforme di vendita di usato.
“La moda è uno dei settori che, negli ultimi anni, ha subito le maggiori trasformazioni, già prima della pandemia – commenta Giuseppe Stigliano, esperto di marketing, di trasformazione digitale e innovazione aziendale -. L’onlife fashion è la rappresentazione di come il mondo della moda ha dovuto fare i conti con le 5 forze: accelerazione, ibridazione, disintermediazione, sostenibilità e democratizzazione.

Il mercato chiede alle aziende di fare scelte sostenibili

“A queste, nel 2020, si è aggiunta una sesta forza, il Covid-19, che ha contribuito a riscriverne le regole – continua Stigliano -. Soprattutto entrando nel merito della quarta forza, la sostenibilità appunto, la moda è il settore più inquinante dopo quello del petrolio, ed è vissuta per anni di azioni di compensazione, ma oggi non basta più. Il mercato chiede alle aziende di essere coerenti – sottolinea Stigliano – e fare scelte realmente sostenibili, ed è per questo che il comparto della moda è oggi costretto a ripensarsi”.

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Un solo caricabatterie per tutti i device: lo ha deciso l’Europa

Addio a un caricatore a me e uno a te, uno per il cellulare e uno per il tablet, un altro per la macchina fotografica e uno in più per la cassa… A breve ci sarà un caricabatterie unico per tutti i device elettronici. Lo ha reso noto la Commissione Europea che, dopo anni di incompatibilità fra i diversi sistemi, ha deciso di proporre una revisione della direttiva sugli apparecchi radio che imporrà, a partire da 24 mesi dall’approvazione della norma, l’adozione di una singola porta di ricarica per tutti gli smartphone, i tablet, le macchine fotografiche, le cuffie, le casse portatili e le consolle per i videogiochi. Sarà quella attualmente più comune, cioè una porta Usb di tipo C, che diventerà lo standard. Negli ultimo tempi, va però ricordato, c’era già stata una sensibile riduzione dei sistemi di ricarica: si è infatti passati da circa 30 a sole 3 soluzioni, ricorda l’Ansa. Resta comunque il fatto che ancora oggi gli utenti si trovano a dover “combattere” con differenti standard.  

Obiettivo: ridurre la “spazzatura elettronica”

Poiché ogni anno vengono venduti in Europa circa 420 milioni di telefonini e altri apparecchi portatili, è facile immaginare la quantità enorme di cavi e cavetti per ricaricarli che popola le nostre case e i nostri uffici. In media, ogni europeo possiede tre caricatori, due dei quali utilizza regolarmente. Il 38% dei consumatori europei, secondo la Commissione, ha vissuto almeno una volta l’esperienza di non poter ricaricare il cellulare, perché i caricatori disponibili al momento non erano compatibili con il telefonino da ricaricare. Oltre che all’ambiente, la situazione nuoce al portafoglio dei clienti (non a quello dei produttori): i consumatori europei spendono circa 2,4 miliardi di euro l’anno in caricatori acquistati separatamente dagli apparecchi. Per quanto riguarda la sostenibilità, la nuova norma consentirebbe di risparmiare almeno 1.000 tonnellate annue di spazzatura elettronica: i caricatori inutilizzati e gettati via nel Vecchio Continente ammontano a 11mila tonnellate all’anno.

Un passo importante

“Con la nostra proposta – dice il commissario europeo all’Industria Thierry Breton – i consumatori europei potranno utilizzare un singolo caricatore per tutti i loro apparecchi elettronici portatili, un passo importante per aumentare la comodità e per ridurre i rifiuti”. Al momento la proposta non riguarda i pc portatili né i sistemi di ricarica wireless, ma non è escluso che la Commissione possa decidere di intervenire anche in questi ambiti in futuro. 

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L’Italia dice addio a un frutto su quattro per colpa del clima impazzito

In un 2021 segnato in media da quasi sei eventi estremi al giorno, tra siccità, bombe d’acqua, violente grandinate e gelo, che hanno compromesso pesantemente i raccolti, il clima pazzo sconvolge la natura. E per il crollo di oltre il 27% della produzione nazionale l’Italia dice addio a quasi un frutto su quattro.  È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti dal titolo: 2021, l’anno nero della frutta Made in Italy, diffusa in occasione del Macfrut di Rimini, il grande salone della frutta e verdura Made in Italy, sulla base della banca dati dell’European Severe Weather Database (Eswd).

I raccolti Made in Italy sono scesi al minimo

Con l’inverno bollente, il gelo in primavera e una estate divisa tra caldo africano, siccità e violenti temporali, l’andamento climatico anomalo, sottolinea la Coldiretti, ha prima danneggiato le fioriture e poi i frutti, con i raccolti Made in Italy scesi al minimo da inizio secolo. Secondo l’analisi della Coldiretti rispetto alla media dei cinque anni precedenti, il risultato è un calo che riguarda tutti i prodotti, dalle mele (-12%) alle pere (-69%), dalle susine (-33%) ai kiwi (-29%), dalle albicocche (-37%) alle pesche (-48%) fino alle ciliegie (-20%). Una situazione drammatica per i produttori colpiti dalle calamità, che in molti casi hanno perso un intero anno di lavoro, ma che riguarda anche i consumatori, che hanno dovuto affrontare un carrello della spesa più costoso.

Oltre 300mila aziende agricole per più di un milione di ettari coltivati

Il settore ortofrutticolo nazionale, spiega la Coldiretti, garantisce all’Italia 440 mila posti di lavoro, pari al 40% del totale in agricoltura, con un fatturato di 15 miliardi di euro all’anno tra fresco e trasformato grazie all’attività di oltre 300 mila aziende agricole su più di un milione di ettari coltivati in Italia. L’Italia della frutta vanta ben 113 prodotti ortofrutticoli Dop e Igp, e primeggia in Europa con molte produzioni importanti, dalle mele alle pere, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne. Ma il nostro paese primeggia anche per molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea, come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi.

Come difendere le colture e tutelare le imprese?

Per difendere questo patrimonio nazionale dagli effetti dei cambiamenti climatici, e tutelare le imprese e le famiglie italiane, promuovere l’applicazione e la diffusione di misure di gestione del rischio risulta strategico.
“Sostenere l’adesione delle aziende agricole a questi strumenti è un’esigenza imprescindibile, considerato che a oggi meno del 20% della produzione lorda vendibile agricola nazionale risulta assicurata – afferma Ettore Prandini, presidente della Coldiretti, – questo, nonostante la maggiore frequenza e intensità di eventi climatici estremi ai quali si aggiunge la volatilità dei prezzi che caratterizza il mercato globalizzato. Con la collaborazione fra Stato e Regioni – aggiunge Prandini – è necessario promuovere strumenti di gestione del rischio moderni, riguardanti sia la difesa attiva sia passiva delle colture, e volti a tutelare le imprese e i loro redditi”.

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Specialità regionali, +6,4% di fatturato. Sul podio Trentino, Sicilia e Piemonte

Le specialità regionali diventano protagoniste nel carrello della spesa degli italiani, con un giro d’affari da 2,6 miliardi di euro, in crescita del 6,4% annuo. Nel corso del 2020 supermercati e ipermercati segnalano infatti oltre 9.200 prodotti food & beverage con l’origine di provenienza riportata in etichetta. Lo rileva la nona edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, secondo la quale al primo posto per valore delle vendite c’è il Trentino-Alto Adige (+7%) seguito da Sicilia (+5,1%) e Piemonte (+3,7%), che però è la regione presente sul maggior numero di prodotti (1.152 referenze). L’Osservatorio traccia una vera e propria mappa del regionalismo in tavola, dove per la prima volta compare anche la geografia delle vendite dei panieri regionali all’interno del territorio nazionale per individuare dove sono più apprezzati, riferisce Ansa.

I consumi regionali

Il sovranismo alimentare regna in Sardegna, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, mentre in Lombardia, Emilia-Romagna, Campania, Molise e Calabria i prodotti del territorio locale restano preponderanti e sviluppano più vendite rispetto alla media nazionale.
Ma ci sono anche regioni dove i prodotti locali non sono ai primi posti per incidenza sugli acquisti, come accade in Valle d’Aosta e Basilicata. Nel resto del paese il carrello della spesa è più interregionale.
Ad esempio, in Liguria il consumo dei prodotti piemontesi è superiore del 69% alla media italiana e quello dei prodotti campani lo è del 12%, mentre in Piemonte l’indice di allocazione dei consumi è maggiore per i prodotti liguri e per quelli pugliesi.

La classifica delle regioni in etichetta

Ancora una volta il primo posto, per valore delle vendite, spetta al Trentino-Alto Adige, grazie a un ampio paniere di prodotti, in particolare vini e spumanti, speck, yogurt, mozzarelle e latte. Una leadership che nel 2020 si è ancor più consolidata, sostenuta in particolare dall’apporto positivo di speck e vini. Il secondo posto va alla Sicilia, il cui paniere di specialità regionali (tra cui spiccano il vino, i sughi pronti e le arance) ha visto aumentare le vendite soprattutto grazie all’apporto di birre, arance, sughi pronti, passate di pomodoro e bevande gassate.

L’exploit del Molise

Al terzo posto per valore delle vendite si insedia il Piemonte, davanti a Sicilia e Toscana. Nel 2020 il paniere dei prodotti piemontesi, composto soprattutto da vini, formaggi freschi, carne, acqua minerale e latte, ha ottenuto un aumento delle vendite a cui ha contribuito soprattutto carne bovina, vini Docg, latte Uht, miele e mozzarelle. Confrontando l’andamento delle vendite realizzate nel 2020 con quelle dell’anno precedente, emerge che i panieri regionali più dinamici sono stati quelli di Puglia (+14,4%) e Calabria (+12,5%), seguiti da quelli di Veneto (+9,6%) Sardegna (+8,6%), Abruzzo (+8,5%) e Marche (+8,4%). Il fenomeno del 2020 è stato l’exploit del Molise, che continua a guadagnare spazio nel carrello della spesa degli italiani: l’anno scorso le vendite del paniere dei prodotti di questa regione sono cresciute del +24,8%, con la pasta di semola a fare da traino, riferisce brand-news.it.

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Italia e vacanze: i prezzi delle seconde case in crescita del +3,1%

Dopo l’annus horribilis 2020, il mercato immobiliare dedicato alle case vacanza riprende fiato e nuovo slancio. Tanto che nel 2021 il prezzo medio per l’acquisto di un’abitazione nelle località turistiche in Italia si attesta a 2.730 euro al mq commerciale, con un trend dei prezzi di vendita delle case per vacanza in aumento del +3,1% su base annua e un campo di oscillazione compreso tra -1,2% e +5,5%. Si tratta di una decisa escalation dopo la battuta di arresto dello scorso anno (-0,8% su base annua). Per le abitazioni top nuove nelle località turistiche, le quotazioni medie si attestano su valori che superano i 3.700 euro al mq (con un range di oscillazione dei valori medi tra 2.900 e 4.200 euro al mq); per le abitazioni centrali usate i valori medi oscillano tra 2.110 e 3.160 euro al mq, mentre per le abitazioni periferiche usate si mantengono tra 1.520 e 2.200 euro al mq.

Ottimisti anche gli agenti immobiliari

I dati sull’andamento delle compravendite nelle località di vacanza sono il frutto dell’Osservatorio Nazionale Immobiliare Turistico di Fimaa (Federazione italiana mediatori agenti d’affari) con la collaborazione della Società di Studi Economici Nomisma. E il trend è confermato anche sul campo: sette agenti immobiliari su dieci hanno percepito un sostanziale aumento delle compravendite di abitazioni per vacanza rispetto al 2020. 

Cortina, Madonna di Campiglio e Forte dei Marmi le location più care

Ai primi posti della classifica delle località di villeggiatura più costose si piazzano due centri di montagna: Cortina d’Ampezzo (BL) si posiziona in vetta alla classifica con valori che raggiungono i 13.500 €/mq, superando Madonna di Campiglio (Tn) con 13.000 €/mq. Al terzo e quarto posto, invece, troviamo due location al mare: Forte dei Marmi (LU) e Capri (NA), rispettivamente con un prezzo per abitazioni di 13.000 €/mq e 12.500 €/mq. In quinta posizione Courmayeur (AO) con un valore di 11.000 €/mq, arretrando rispetto allo scorso anno, seguita da Santa Margherita Ligure (GE) che con un valore di 10.500 €/mq mantiene la stessa posizione del 2020.

Si compra per utilizzo diretto

Secondo gli operatori del settore, anche quest’anno il mercato residenziale nelle località turistiche è alimentato principalmente dagli acquisti per utilizzo diretto (65,2%), con maggiore intensità rispetto allo scorso anno, a fronte di una flessione della componente che esprime la duplice finalità (investimento ed uso personale), che passa dal 26% al 18%. La quota restante è riconducibile a finalità unicamente di investimento (16,8%).

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Tavoli di design, come scegliere quelli migliori

Avete mai sentito parlare dei tavoli di design? Sono dei tavoli che realizzano pattern perfetti nella sala da pranzo o in altri contesti. Mettono a proprio agio tutti i commensali ed inoltre riescono a dare uno stile di arredo davvero unico ad ogni ambiente.

Rettangolari, rotondi, ovali o quadrati: si tratta di prodotti in grado di trasformare completamente un intera stanza. I tavoli di design vengono realizzati nei materiali più disparati e talvolta non vanno usati solo per il momento della condivisione delle pietanze, ma possono essere anche utilizzati come piani da lavoro o semplici angoli da arredare con stile.

Le caratteristiche di un tavolo di design

I tavoli possono essere considerati un po’ come i protagonisti di una casa, di uno studio o di un’attività commerciale. Sul tavolo infatti, si avviano conversazioni, confronti, si appoggiano oggetti e si condividono pietanze. Talvolta sono piani del lavoro, oppure dei totem confortevoli e anche spaziosi realizzati con i materiali più diversi e fantasiosi.

Si possono posizionare in sala da pranzo oppure in uno spazio per creare un pattern ideale ad una soluzione di arredo complessiva. Molto spesso, vengono posizionati al centro di una stanza.

Se si sceglie un tavolo di design, allora si troverà una soluzione che di certo sarà in grado di fare la differenza perché non solo renderà la sua funzione pratica ma inoltre, donerà allo spazio anche un effetto di stile importante.

La scelta dei tavoli da design

Scegliere un tavolo di design significa però anche non trascurare quella che è la sua funzione. Ad esempio, i tavoli da pranzo devono essere sufficientemente grandi e certamente in grado di trasformarsi.

Tra i migliori tavoli di design vi sono quelli realizzati in legno, altri in metallo o con degli inserti in vetro. Talvolta, è bene magari optare per una soluzione rotonda piuttosto che rettangolare, anche in virtù delle proprie esigenze.

L’unico limite è quello della fantasia. È bene sapere che però, che la scelta del tavolo darà un input all’arredo complessivo di una stanza.

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Oltre la metà degli europei è in sovrappeso

Finalmente una buona notizia per gli italiani: sono i più in forma d’Europa, almeno per quanto riguarda il peso. Lo stabilisce la nuova European Health Survey pubblicata da Eurostar, l’analisi statistica che periodicamente misura lo stato di salute e l’utilizzo dei servizi sanitari dei cittadini dell’UE. L’ultimo documento – riferito alle rilevazione del 2019 – rivela che negli stai membri dell’Ue la media di persone in sovrappeso è di circa il 50%, anche se esistono delle differenze fra Paese e Paese. Si scopre infatti che i maggiori problemi con la bilancia vengono registrati in Croazia e Malta, dove il 65% degli adulti risultava in sovrappeso. Al contrario, le quote più basse sono state registrate in Italia (46%, ovvero i valori migliori d’Europa), Francia (47%) e Lussemburgo (48%). 

Donne più in forma degli uomini 

In generale, sono gli uomini ad avere più problemi legati al peso rispetto alle donne, fenomeno che si presenta in tutti gli stati membri. I divari maggiori sono stati registrati in Lussemburgo (59% degli uomini contro 38% delle donne), Repubblica Ceca (70% contro 51%) e Cipro ( 59% contro 41%).

Una vera epidemia che riguarda un europeo su due

La ricerca di Eurostat ha evidenziato che circa il 45% degli europei adulti ha un peso normale, ma è altissima la percentuale di quelli che hanno chili di troppo: 53%. Di euesti ultimi, il 36% è pre-obeso, il 17%  risulta obeso. Infine, poco meno del 3% della popolazione europea è sottopeso.  Le stime sono state stilate utilizzando come indicatore il BMI, l’indice di massa corporea, che attraverso l’analisi di altezza e peso consente id misurare la percentuale di grasso presente nel corpo.

Più si alza l’età, più aumenta il BMI 

Ad eccezione degli ultrasettantacinquenni, più anziana è la fascia di età, maggiore è la quota di persone in sovrappeso: la quota più bassa si registra tra i 18-24enni (25%), mentre quelli tra i 65 e i 74 anni hanno la quota più alta (66%). Anche il tasso di obesità segue un analogo andamento: tra i 65-74 anni arriva al 22%, contro il 6% dei più giovani. L’analisi mostra infine quanto conti anche il livello socioculturale: la percentuale di persone in sovrappeso diminuisce all’aumentare del livello di istruzione. Mentre la percentuale di europei in sovrappeso è del 59% fra quanti hanno un basso livello di istruzione, si riduce drasticamente al 44% fra quanti hanno un livello di scolarizzazione elevato. Anche i casi più gravi di sovrappeso, ovvero di obesità, seguono il medesimo andamento.

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Su Amazon le Pmi italiane crescono, e nel 2020 arrivano a quota 18 mila

Le Piccole e medie imprese italiane presenti su Amazon nel 2020 hanno raggiunto quota 18 mila, e più di 4 mila fra loro hanno superato per la prima volta i 100 mila euro di vendite, mentre 200 di loro hanno addirittura superato la soglia di un milione di euro.
Si tratta di alcuni dati emersi dal Report 2021 di Amazon sulle Piccole e medie imprese italiane che vendono i loro prodotti e servizi sul colosso internazionale dell’e-commerce. Il Report evidenzia inoltre come nel 2020 queste realtà in Italia hanno creato oltre 50.000 posti di lavoro, e abbiano registrato vendite all’estero per più di 600 milioni di euro.

Le 5 categorie di prodotto più vendute dalle Pmi

Le PMI in Italia sviluppano il loro business online e supportano l’economia delle regioni e delle comunità locali. Molte di queste sono situate in Lombardia (+2.750), Campania (+2.500), Lazio (+1.750+), Puglia (+1.500+), Emilia-Romagna (+1.300), Veneto (+1.300), Piemonte (+1.100), Sicilia (+1.100), Toscana (+1.100), Marche (+500). Le 5 categorie di prodotto di maggior successo per le Pmi italiane che vendono su Amazon nel 2020 sono state Casa e cucina, Salute e cura della persona, Bellezza, Alimentari e Abbigliamento. Tra le prime 10 regioni con il più alto numero di vendite all’estero nel 2020 figurano la Lombardia, Campania, Veneto, Lazio, Toscana, Piemonte, Puglia, Emilia-Romagna, Sicilia, e Trentino-Alto Adige.

Oltre 150 prodotti venduti ogni minuto

Nel 2020 le Pmi italiane hanno avuto accesso a centinaia di milioni di clienti Amazon in tutto il mondo. Dal Report di Amazon risulta infatti che nel 2020 le Pmi italiane complessivamente hanno venduto più di 80 milioni di prodotti sulla piattaforma, 30 milioni in più rispetto all’anno precedente. In media, si tratta di più di 150 prodotti al minuto, per un totale di vendite registrate pari a una media di oltre 200.000 euro, 50.000 euro in più rispetto al 2019, riporta una notizia Ansa.

“Continueremo a fornire un’eccellente esperienza di acquisto per i clienti”

Amazon intende continuare a sostenere le Pmi italiane sulla propria piattaforma, fornendo logistica, strumenti, servizi, programmi e formazione per un investimento di circa 2,8 miliardi di euro in Europa nel 2020.
“Ogni giorno collaboriamo con migliaia di piccole e medie imprese e le aiutiamo a espandere la propria attività oltre i loro confini – ha dichiarato Xavier Flamand, Director, EU Seller Services di Amazon -. Continueremo a innovare per le Pmi aiutandole a fornire un’eccellente esperienza di acquisto per i nostri clienti”.
Questo perché “Oltre la metà del totale delle vendite effettuate su Amazon arriva da piccole e medie imprese italiane – ha aggiunto Ilaria Zanelotti, Director of Marketplace Amazon Italia – che rappresentano il motore per la ripresa e lo sviluppo dell’economia locale”. 

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