Italia tra resilienza e sfide strutturali: perché la crescita resta fragile

L’economia italiana mostra segnali contrastanti: dopo la fase acuta della pandemia e lo shock energetico legato alla guerra in Ucraina, nel 2023 e nella prima parte del 2024 si è registrata una ripresa lenta ma disomogenea. Settori come il manifatturiero avanzato e l’export hanno tenuto grazie alla qualità delle filiere, mentre consumi interni e investimenti privati faticano a raggiungere livelli tali da imprimere una crescita robusta e sostenibile. In questo contesto, il Paese affronta problemi strutturali che richiedono interventi mirati su investimenti, mercato del lavoro e demografia.

Contesto e indicatori chiave

I principali indicatori macroeconomici mostrano una situazione di stallo con elementi positivi. Il PIL ha mostrato una crescita modesta, intorno a poco meno di un punto percentuale nell’ultimo anno, segno di una ripresa presente ma limitata. Il tasso di disoccupazione complessivo si mantiene su livelli inferiori rispetto al picco post-crisi, circa tra il 7 e l’8 percento, mentre la disoccupazione giovanile resta elevata, attorno al 20-25 percento nelle stime recenti, a riprova di un mismatch tra domanda e offerta di competenze.

La competitività esterna rimane un punto di forza: le esportazioni italiane, trainate da beni ad alto valore aggiunto come macchinari, moda e agroalimentare, hanno contribuito a sostenere il ciclo produttivo. Tuttavia, la bilancia commerciale è soggetta alla volatilità dei prezzi dell’energia e alla domanda internazionale. Allo stesso tempo il rapporto debito/PIL resta elevato, sopra il 130 percento, imponendo vincoli di bilancio e rendendo la politica fiscale più complessa.

Analisi: dove si concentrano le opportunità e i rischi

Tre aree chiave emergono come fattori critici per il futuro dell’economia italiana: digitalizzazione e innovazione, transizione energetica, e mercato del lavoro. Sul fronte dell’innovazione, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha portato risorse significative orientate a digitalizzazione, infrastrutture e ricerca. Esempi concreti si vedono nelle aree metropolitane come Milano e nelle filiere dell’industria 4.0 in Emilia-Romagna, dove imprese di piccole e medie dimensioni investono in automazione e tecnologie additive per restare competitive.

La transizione energetica rappresenta sia un’opportunità strategica sia una sfida finanziaria. Investimenti in fonti rinnovabili, efficienza energetica e reti intelligenti possono ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia e creare nuovi posti di lavoro qualificati, soprattutto nel Sud, dove il potenziale solare ed eolico è più elevato. Tuttavia, la realizzazione di infrastrutture richiede semplificazione delle procedure e capacità di attirare capitale privato.

Sul mercato del lavoro il problema principale è la difficile riconversione delle competenze. Molte imprese segnalano difficoltà a reperire figure tecniche specializzate, mentre la domanda di lavoro nel settore dei servizi cresce con la digitalizzazione. Le politiche attive, la formazione continua e il rafforzamento degli Istituti Tecnici Superiori possono mitigare il divario tra domanda e offerta.

Esempi pratici

Progetti pilota finanziati dal PNRR mostrano come interventi mirati possano generare risultati: iniziative per la rigenerazione urbana e la riqualificazione energetica di condomini hanno creato domanda per imprese edili locali, accoppiando efficienza energetica a occupazione. Allo stesso modo, consorzi di PMI nell’export hanno adottato piattaforme digitali condivise per accedere a nuovi mercati, amplificando la capacità di penetrazione internazionale senza perdite di identità produttiva.

Implicazioni future

Per consolidare la crescita servono tre direttrici d’intervento: rafforzare la capacità di investimento pubblico e privato in capitale umano e tecnologico; accelerare la transizione energetica con regole chiare che riducano tempi e costi autorizzativi; promuovere politiche fiscali e di incentivi mirati per favorire innovazione e investimenti produttivi. A medio termine, il Paese deve anche affrontare la questione demografica: l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite aggravano la pressione sul sistema pensionistico e sul mercato del lavoro.

In conclusione, l’economia italiana dispone di punti di forza importanti — qualità produttiva, capacità di export e risorse umane qualificate — ma la crescita rimarrà fragile finché non si affronteranno i nodi strutturali. Il percorso di sviluppo richiede visione integrata, coordinamento istituzionale e una strategia di lungo periodo che metta al centro investimenti, formazione e sostenibilità ambientale per trasformare la resilienza dimostrata in una crescita inclusiva e duratura.

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L’industria italiana tra transizione energetica e competitività: opportunità e rischi per la ripresa

Nel dibattito economico italiano il tema della competitività industriale torna a essere centrale: da un lato la necessità di accelerare la transizione energetica per rispettare gli obiettivi climatici e ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia; dall’altro la pressione sui costi e sulla tenuta delle filiere produttive, in particolare per le piccole e medie imprese che rappresentano il cuore del sistema produttivo nazionale. Questo articolo analizza contesto, dati ed esempi concreti per capire come l’industria italiana può trasformare la sfida in opportunità.

Introduzione: il contesto attuale

L’Italia arriva a questa fase con una struttura produttiva caratterizzata da un forte peso del manifatturiero specializzato, elevate esportazioni di beni ad alto valore aggiunto e una rete diffusa di PMI. Allo stesso tempo è un Paese vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi energetici e con ritardi strutturali su digitalizzazione e investimenti in R&S rispetto ad altri grandi partner europei. Negli ultimi anni, gli shock energetici e la scarsità delle materie prime hanno evidenziato l’urgenza di modernizzare linee produttive, diversificare le fonti e rafforzare la capacità di innovazione.

Analisi: dati, trend e casi concreti

Se si osservano i dati macro, il contributo dell’industria al valore aggiunto italiano resta significativo, con settori come automotive, macchinari, moda e agroalimentare che pesano ancora in modo rilevante sull’export. Tuttavia la produttività e la spesa in ricerca rimangono inferiori alla media UE in termini pro capite: questo rende l’economia italiana più esposta a concorrenti che competono sul prezzo e più lenta a sfruttare le nuove tecnologie.

Un elemento chiave è l’energia: molte imprese hanno risposto all’aumento dei costi energetici adottando interventi di efficienza, contratti energetici aggregati e investimenti in fotovoltaico e cogenerazione. Alcuni distretti produttivi hanno sperimentato soluzioni collettive per l’approvvigionamento energetico, ottenendo riduzioni di costo e maggiore resilienza. Esempi virtuosi emergono nel nord-est per la meccanica avanzata e nel distretto del tessile tra Toscana e Prato, dove investimenti in tecnologia e design hanno permesso di mantenere quote di mercato nonostante la concorrenza low-cost.

Sul fronte degli investimenti pubblici, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha stanziato risorse significative per digitalizzazione, transizione verde e infrastrutture. Questi fondi, se canalizzati in progetti strutturali e accompagnati da politiche attive per la formazione, possono accelerare la trasformazione delle imprese. Tuttavia permangono criticità: l’assorbimento dei fondi, la burocrazia e la capacità manageriale delle imprese restano colli di bottiglia che rischiano di diluire l’impatto atteso.

Infine, la dimensione delle imprese è cruciale. Le PMI italiane, spesso a conduzione familiare, necessitano di supporto per accedere al credito, attrarre competenze e intraprendere processi di digitalizzazione. Start-up e scale-up tecnologiche possono giocare un ruolo di cerniera, introducendo soluzioni per l’automazione, l’analisi dati e la sostenibilità delle filiere.

Implicazioni future: scenari e priorità politiche

Guardando avanti, emergono almeno quattro linee strategiche che decisori pubblici e imprese dovrebbero perseguire in modo coordinato. Primo: accelerare la transizione energetica con investimenti in efficienza e fonti rinnovabili distribuite, anche attraverso aggregazioni territoriali che consentano economie di scala. Secondo: promuovere la digitalizzazione produttiva e la formazione di capitale umano specializzato, per aumentare la produttività e ridurre il gap con i partner europei.

Terzo: rafforzare gli strumenti finanziari a supporto delle PMI, semplificando l’accesso al credito e favorendo strumenti di venture capital e private equity che sostengano le fasi di crescita. Quarto: potenziare la governance dei fondi pubblici e accelerare procedure autorizzative, riducendo i tempi di realizzazione dei progetti e assicurando valutazioni di impatto efficaci.

Per le imprese italiane la sfida sarà trasformare la necessità in leva competitiva: investire in prodotti ad alto contenuto tecnologico e sostenibile, integrare le filiere e puntare su qualità e servizio. Per il sistema-paese, l’obiettivo è creare un ecosistema che riduca i costi di transizione per le PMI, premi l’innovazione e attragga talenti. Solo così l’Italia potrà non solo resistere agli shock, ma avanzare nella gerarchia delle economie manifatturiere europee.

In sintesi, tra rischi e opportunità la strada per la competitività passa da una gestione integrata di energia, tecnologia e capitale umano: le scelte fatte nel prossimo biennio determineranno la capacità dell’industria italiana di sfruttare la ripresa per un salto qualitativo e sostenibile.

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Il futuro del lavoro: tra smart working, automazione e reskilling

Negli ultimi anni il mondo del lavoro ha attraversato una fase di trasformazione rapida e spesso imprevedibile. La pandemia ha accelerato processi già in corso, come la diffusione del lavoro da remoto, ma ha anche evidenziato fragilità strutturali: gap di competenze, disallineamento tra domanda e offerta e la crescente influenza delle tecnologie digitali. Questo articolo analizza lo stato attuale del mercato del lavoro, integrando dati e casi concreti, e propone le implicazioni per lavoratori, imprese e politiche pubbliche.

Contesto: che cosa è cambiato e perché

Il cambiamento è stato spinto da tre forze principali: la digitalizzazione accelerata, la necessità di flessibilità organizzativa e l’adozione di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale. In molte economie europee, tra cui l’Italia, il lavoro ibrido è diventato una modalità stabile, non più una mera eccezione. Parallelamente, i processi produttivi stanno incorporando automazione avanzata e strumenti di analytics che modificano ruoli e competenze richieste.

Analisi: dati, trend e esempi

Le statistiche raccolte negli ultimi anni mostrano trend coerenti: aumento del lavoro da remoto rispetto al periodo pre-pandemico, crescita della domanda di profili digitali (data analyst, sviluppatori, specialisti in cybersecurity) e persistenza di livelli elevati di disoccupazione giovanile in vari territori. Secondo dati istituzionali e studi internazionali, una quota significativa delle attività lavorative potrebbe essere automatizzata nei prossimi 10–20 anni, ma l’impatto varierà molto per settore e per regione.

In Italia, ad esempio, il passaggio verso il lavoro ibrido ha riguardato inizialmente professioni impiegatizie e servizi; nel tempo si sono sviluppati modelli specifici per il manifatturiero e per i servizi alla persona, con soluzioni che combinano presenza fisica e compiti digitali. Un caso emblematico è quello di una PMI manifatturiera dell’Emilia-Romagna che ha introdotto postazioni ibride per gli uffici tecnici, strumenti di monitoraggio remoto per la produzione e programmi interni di formazione digitale: il risultato è stato un aumento dell’efficienza operativa e una maggiore attrattività per i talenti giovani.

Tuttavia, accanto a queste opportunità emergono criticità: la polarizzazione delle competenze, con ruoli altamente specializzati ben retribuiti e lavori routinari a rischio; la necessità di politiche attive per il ricollocamento professionale; e il divario territoriale che penalizza le aree con minore accesso a infrastrutture digitali e formazione di qualità. In questo contesto, il reskilling e l’upskilling diventano strumenti chiave: aziende, istituzioni formative e sistemi di welfare devono cooperare per costruire percorsi di formazione continua e credibili.

Implicazioni future: cosa aspettarsi e come prepararsi

Per i lavoratori: la capacità di adattamento sarà determinante. Competenze digitali di base, alfabetizzazione dati, competenze trasversali (problem solving, comunicazione, gestione del cambiamento) e disponibilità a percorsi di formazione continua saranno i principali fattori di protezione contro il rischio di esclusione lavorativa.

Per le imprese: investire in capitale umano e in tecnologie complementari al lavoro umano è strategico. Le aziende che implementano modelli ibridi con politiche di formazione interna e piani chiari di riqualificazione ottengono non solo maggiore produttività ma anche migliori tassi di retention. Inoltre, l’adozione etica e trasparente dell’AI e dell’automazione contribuisce a costruire fiducia interna ed esterna.

Per le istituzioni: servono politiche integrate che favoriscano la transizione, con incentivi per la formazione, sostegno alla digitalizzazione delle PMI e programmi mirati per i giovani e per i lavoratori a rischio di disoccupazione. Inoltre, è fondamentale rafforzare infrastrutture digitali e servizi per il lavoro a livello territoriale per ridurre le disuguaglianze.

In sintesi, il mercato del lavoro sta evolvendo verso configurazioni più flessibili e tecnologiche, ma la transizione non è neutra: produce vincitori e perdenti se non accompagnata da interventi mirati. Il prossimo decennio sarà cruciale per tradurre l’innovazione in crescita inclusiva: il successo dipenderà dalla capacità di combinare investimenti tecnologici, politiche formative efficaci e scelte aziendali lungimiranti.

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Transizione energetica in Italia: tra opportunità economiche e ostacoli strutturali

La transizione energetica è diventata un tema centrale per l’economia italiana: non solo una necessità ambientale, ma anche un driver di crescita, innovazione e occupazione. Negli ultimi anni l’Italia ha visto un’accelerazione degli investimenti in energie rinnovabili e efficienza energetica, spinta da politiche europee, dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dall’aumento dei prezzi dell’energia che ha reso più conveniente l’autoproduzione. Questo articolo analizza lo stato attuale, i numeri più rilevanti, esempi concreti e le implicazioni future per imprese, territori e mercato del lavoro.

Il contesto: investimenti e strumenti finanziari. Il PNRR ha assegnato all’Italia una fetta consistente dei fondi NextGenerationEU, con una porzione rilevante destinata alla transizione ecologica: tra le quote stanziate si stimano circa 60–75 miliardi di euro indirizzati a interventi che vanno dalle rinnovabili all’efficienza degli edifici e alla mobilità sostenibile. A livello privato, grandi utility come Enel hanno accelerato i piani di investimento nelle rinnovabili e nelle reti intelligenti, mentre cresce l’interesse degli investitori istituzionali verso progetti ESG. Nel complesso, il binomio fondi pubblici e capitale privato crea un’opportunità concreta per modernizzare il sistema energetico nazionale.

Analisi con dati ed esempi. Dal punto di vista della capacità installata, l’Italia ha registrato una crescita significativa nel fotovoltaico e nel solare distribuito: le installazioni domestiche e commerciali hanno beneficiato di incentivi e semplificazioni autorizzative. Sul fronte eolico, alcune regioni del Sud offrono potenzialità elevate, ma le limitazioni della rete e i vincoli paesaggistici rallentano lo sviluppo. Esempi pratici includono progetti pilota di comunità energetiche nel Nord e nelle isole minori, dove l’accoppiamento tra rinnovabili e accumulo ha ridotto i costi e migliorato l’affidabilità. Aziende manifatturiere in regioni come Lombardia e Veneto stanno investendo in efficienza energetica per contenere i costi, mentre imprese nel settore dell’elettromobilità e dell’accumulo creano nuove filiere produttive.

Occupazione e competenze: una sfida concreta. La transizione crea posti di lavoro, ma richiede competenze nuove e una riqualificazione estesa. Il settore delle ‘green jobs’—dalla progettazione e installazione di impianti rinnovabili alla manutenzione delle reti e alla gestione energetica degli edifici—è in crescita, ma molte aziende segnalano difficoltà nel trovare profili specializzati. È quindi fondamentale accompagnare gli investimenti infrastrutturali con programmi di formazione professionale, incentivi per il lifelong learning e partnership tra imprese e centri di ricerca per colmare il divario tra domanda e offerta di competenze.

Ostacoli strutturali. Non mancano freni alla rapida diffusione delle tecnologie pulite. La burocrazia e i tempi di autorizzazione restano tra i principali problemi, in particolare per impianti di grandi dimensioni e per le connessioni di nuova generazione alla rete elettrica. Anche la capacità di rigenerare le reti di trasmissione e distribuzione richiede investimenti significativi e pianificazioni a lungo termine. Infine, la frammentazione territoriale e le disparità regionali possono creare un effetto di disomogeneità nello sviluppo: alcune regioni attraggono capitoli e progetti, altre rischiano di restare ai margini.

Implicazioni future per imprese e politica. Nei prossimi anni la transizione energetica potrà contribuire a rilanciare la competitività dell’industria italiana se accompagnata da politiche coerenti. Priorità operative includono: semplificare le procedure autorizzative; velocizzare gli investimenti in rete e accumulo; sostenere la formazione tecnica; creare strumenti finanziari che riducano il rischio per gli investitori privati; favorire le filiere locali per massimizzare l’impatto occupazionale. Inoltre, una governance chiara a livello regionale e nazionale faciliterà la coesione degli interventi e ridurrà i conflitti tra obiettivi ambientali e paesaggistici.

Conclusione. La transizione energetica rappresenta per l’Italia un’opportunità storica per modernizzare il sistema produttivo, ridurre la dipendenza energetica e generare nuova occupazione. Tuttavia, la bontà degli investimenti non dipenderà solo dalla disponibilità di fondi, ma dalla capacità di rimuovere gli ostacoli istituzionali, formare risorse umane adeguate e pianificare una strategia coerente tra Stato, regioni e imprese. Per gli stakeholder economici, il messaggio è chiaro: investire oggi nelle infrastrutture e nelle competenze della transizione significa posizionare il Paese su un sentiero di crescita più sostenibile e resiliente domani.

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Il mercato del lavoro che cambia: tendenze, numeri e cosa aspettarsi

Negli ultimi anni il mercato del lavoro ha subito trasformazioni rapide e spesso sovrapposte: la spinta verso il lavoro ibrido, la crescita della gig economy, l’avanzare dell’automazione e la pressione demografica hanno ridefinito offerte, competenze richieste e rapporti di forza tra lavoratori e imprese. Questo articolo sintetizza i trend statistici più rilevanti, illustra casi ed esempi concreti e valuta le implicazioni per i prossimi anni.

Introduzione: contesto e segnali principali

La pandemia ha accelerato processi già in atto: ciò che era una sperimentazione è diventato norma. Le aziende hanno adottato modalità ibride per trattenere talenti e contenere costi; parallelamente, la domanda di competenze digitali e di gestione dei dati è esplosa. Allo stesso tempo, l’introduzione diffusa di strumenti basati sull’intelligenza artificiale ha sollevato domande sulla sostituzione di mansioni routinarie e sulla necessità di riqualificazione dei lavoratori. A livello territoriale, si percepiscono divari: settori come salute, costruzioni e tecnologia faticano a reperire personale, mentre altre aree registrano eccesso di offerta.

Analisi con dati ed esempi

1) Lavoro ibrido e digitale: dopo il picco remoto, molte imprese hanno stabilizzato modelli ibridi. Indagini europee mostrano che una quota significativa di grandi aziende offre ancora giorni di smart working alla settimana, con differenze tra settori: servizi professionali e tecnologia registrano la più alta adozione, mentre manifattura e turismo restano legate alla presenza fisica. Il risultato è una maggiore ricerca di spazi flex e una nuova competizione territoriale tra città che attraggono professionisti digitali e borghi che offrono qualità della vita e costi inferiori.

2) Gig economy e lavoro autonomo: la piattaforma-economy continua a crescere in termini di offerta di lavoro flessibile. In alcuni paesi europei la quota di lavoratori che svolgono attività freelance come principale o secondaria fonte di reddito è aumentata, con impatti significativi sulla sicurezza sociale e sulle tutele contrattuali. Le policy pubbliche cercano un equilibrio tra flessibilità e protezione, ma restano criticità su reddito minimo e previdenza.

3) Automazione e AI: studi recenti stimano che una porzione rilevante delle attività lavorative possa essere automatizzata nelle prossime due decadi. Non significa la scomparsa dei posti di lavoro in senso stretto, ma una trasformazione dei contenuti delle mansioni: diminuiscono attività ripetitive mentre aumentano compiti di supervisione, creatività e gestione dei sistemi automatizzati. Aziende di servizi e finance sono attualmente le più investitrici in soluzioni AI per ottimizzare processi e customer experience.

4) Carenza di competenze e mismatch: uno degli effetti più chiari è il crescente mismatch tra competenze offerte e competenze richieste. Settori come sanitario, tech e costruzioni indicano difficoltà di reclutamento. Contestualmente, gli indicatori di formazione continua restano bassi in molte economie, ampliando il gap. Alcune imprese rispondono con partnership con università e programmi di reskilling interni; esempi virtuosi includono programmi aziendali che trasformano personale amministrativo in profili data-literate.

5) Dimensione geografica e demografica: l’invecchiamento della popolazione in molti paesi europei crea pressione sulla forza lavoro attiva. In Italia, tassi di occupazione e partecipazione femminile restano sotto la media UE, con differenze marcate tra Nord e Sud. Questi elementi influenzano le politiche di sostegno alla natalità, l’immigrazione lavorativa e gli incentivi alla partecipazione femminile.

Implicazioni future

Le tendenze sopra delineate portano a conclusioni chiare e ad azioni raccomandate. Primo: la riqualificazione sarà cruciale; politiche pubbliche e piani aziendali devono investire in formazione continua, con particolare focus su digital literacy, competenze trasversali e capacità di lavorare con tecnologie emergenti. Secondo: serve una riforma delle tutele per adattarle alla maggiore flessibilità del lavoro, garantendo comunque strumenti di sicurezza sociale per freelancer e lavoratori atipici. Terzo: le imprese che vinceranno la competizione per i talenti combineranno modelli di lavoro ibrido attrattivi con percorsi di carriera chiari e benefit legati a salute e work-life balance.

Infine, a livello macroeconomico, le nazioni con politiche migratorie orientate alle competenze, investimenti in istruzione e infrastrutture digitali saranno avvantaggiate. In Italia, rispondere alla sfida significa migliorare la partecipazione femminile, sostenere il reskilling e favorire la connessione tra sistema educativo e bisogni reali delle imprese. Solo così il mercato del lavoro potrà trasformare rischi in opportunità, mantenendo competitività e coesione sociale nei prossimi anni.

In sintesi: il mercato del lavoro non sta scomparendo, ma cambiando contenuti. Chi saprà anticipare questi cambiamenti — pubbliche amministrazioni, imprese e singoli lavoratori — potrà trarre vantaggio dalla nuova economia delle competenze.

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Prezzi al consumo: a gennaio 2026 aumentano dello 0,4% rispetto a dicembre

Secondo i dati Istat, a gennaio 2026 i prezzi al consumo aumentano dell’1,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, il livello più basso registrato da novembre 2024 (+1,3%).

Sulla crescita dei prezzi al consumo pesa principalmente l’andamento dei prezzi degli Alimentari, non lavorati (+2,5%) e lavorati (+1,9%), dei Servizi relativi all’abitazione (+4,4%), dei Tabacchi (+3,3%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,0%).
Il tasso di crescita su base annua dei prezzi del “carrello della spesa” è pari a +1,9%, mentre l’inflazione di fondo si attesta al +1,7%.

Su base annua l’aumento è del +1,0%

Nel mese di gennaio 2026, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una variazione del +0,4% su base mensile e del +1,0% su base annua (da +1,2% di dicembre), confermando la stima preliminare.

La crescita tendenziale dell’indice generale si deve prevalentemente alla dinamica dei prezzi dei Beni alimentari, non lavorati (+2,5%) e lavorati (+1,9%), a quella dei prezzi dei Servizi relativi all’abitazione (+4,4%), dei Tabacchi (+3,3%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,0%).
Nel mese di gennaio l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +1,7% e quella al netto dei soli beni energetici a +1,9%.

L’unico calo su base mensile è per i Servizi di trasporto:  -3,8%

A gennaio 2026 i prezzi dei beni registrano una variazione su base tendenziale del -0,2%, mentre i prezzi dei servizi risultano in crescita del +2,5%.
Il differenziale tra il comparto dei servizi e quello dei beni, dunque, è pari a +2,7 punti percentuali.
I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dell’1,9% rispetto a gennaio 2025 così come quelli ad alta frequenza d’acquisto.

La variazione congiunturale dell’indice generale (+0,4%) risente principalmente dell’aumento dei prezzi degli Energetici regolamentati (+8,9%), dei Servizi relativi all’abitazione (+1,9%), degli Alimentari, non lavorati (+1,2%) e lavorati (+0,6%), degli Energetici non regolamentati (+1,1%), dei Beni durevoli (+0,8%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,7%).
L’unico calo su base congiunturale si registra per i prezzi dei Servizi di trasporto (-3,8%).

Inflazione al +0,4%

L’inflazione acquisita per il 2026 è pari a +0,4% sia per l’indice generale (a dicembre era nulla) sia per la componente di fondo (+0,2% a dicembre).
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione pari a -1,0% su base mensile, per effetto dell’avvio dei saldi invernali di abbigliamento e calzature (non considerati per l’indice NIC), e a +1,0% su base annua (da +1,2% del mese precedente), confermando la stima preliminare.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale pari a +0,3% e una tendenziale del +0,8%.

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Sanità in Lombardia: nel 2025 rinunciano alle cure 2,1 milioni di pazienti 

Molti cittadini in Lombardia a causa della difficoltà nel prenotare una visita con il SSN si sono spostati verso la sanità privata. Nel 2025, 3 pazienti lombardi su 4 hanno dovuto fare i conti almeno una volta con l’assenza di disponibilità per prenotare la prestazione richiesta, scontrandosi con il fenomeno delle “liste d’attesa chiuse”.
E nel 79% dei casi hanno fatto ricorso, almeno una volta, al regime di solvenza.

Sempre nel 2025, 2,1 milioni di pazienti hanno addirittura rinunciato a curarsi per ragioni economiche o a causa di tempi d’attesa troppo lunghi.
È il dato più allarmante emerso dall’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research.

I costi non trascurabili del regime di solvenza

Coloro che hanno optato per le cure in regime di solvenza, ovvero, presso una struttura privata, ma anche pubblica che lo consente, hanno dovuto affrontare una spesa media a prestazione di quasi 365 euro.
Sono invece quasi 190mila i pazienti che pur di non rinunciare a curarsi o per non appesantire troppo il budget familiare, hanno chiesto un prestito a finanziarie, amici o parenti.

“Il credito al consumo è uno strumento importante che può aiutare le famiglie ad affrontare con maggiore serenità alcune spese rilevanti – spiegano gli esperti di Facile.it -, e magari impreviste, come possono essere quelle per le cure mediche rivolgendosi alla sanità privata”. 

Un modo per non appesantire il budget familiare

“Dilazionare il pagamento consente di alleggerire l’impatto sui budget mensili senza dover rimandare, o peggio rinunciare, a visite, esami o cure per patologie che, se trascurate, potrebbero peggiorare”, aggiungono gli esperti.

Secondo l’osservatorio congiunto Facile.it – Prestiti.it, la richiesta di prestiti personali per spese mediche in Lombardia ha rappresentato il 4,6% del totale delle domande di finanziamento nella Regione.
Chi ha presentato domanda ha cercato di ottenere, in media, 5.987 euro, pari a una rata media di 133 euro da restituire in 53 rate.

Il profilo di chiede un prestito per potersi curare

Analizzando il profilo dei richiedenti si scopre che chi ha presentato domanda di prestito personale per far fronte alle spese mediche aveva, all’atto della firma, mediamente, 48 anni. Un valore piuttosto alto se confrontato con quello in cui, in generale, si chiede un prestito personale in Lombardia, che è pari a 43 anni.

Nel 46% dei casi a presentare domanda di finanziamento è una donna, percentuale più elevata rispetto alle richieste di prestito totali in Lombardia, dove la quota femminile si ferma al 32%.

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Business del vino negli Stati Uniti: perché si brinda meno?

Negli Stati Uniti non si brinda più come un volta. Il vino, forse, non piace più come prima. Ed è un trend che dura ormai da cinque anni. Fa un certo effetto, perché parliamo del primo mercato mondiale per valore: circa 60 miliardi di dollari l’anno, di cui 8 legati ai vini italiani. Eppure, nel 2025, qualcosa scricchiola.

Secondo le elaborazioni di Unione italiana vini su dati Sipsource, le vendite complessive di vino nella distribuzione americana – dai supermercati ai ristoranti – sono scese dell’8,8% nei volumi e del 7,2% a valore. Un segnale chiaro: non è solo una questione di prezzi, è proprio il consumo a rallentare.

I vini italiani tengono botta

Anche il vino italiano chiude l’anno in territorio negativo, ma con perdite più contenute rispetto alla media: -5,2% a volume e -3% a valore. In un contesto così fragile, è quasi una prova di resistenza. A pesare sul dato generale sono soprattutto i vini statunitensi, che segnano cali vicini al 10% e trascinano verso il basso l’intero mercato.

A fare da argine, per l’Italia, è ancora una volta il Prosecco. Le bollicine continuano a piacere e crescono del 3,7% a valore. Tengono bene anche alcune grandi denominazioni rosse, come Chianti Classico e Brunello di Montalcino. Più complicata la situazione per molte altre Dop, che faticano a trovare spazio sugli scaffali.

L’anno delle bollicine

Il 2025 consacra definitivamente gli spumanti italiani negli Usa. Sono l’unica tipologia a crescere nei valori commercializzati (+2,1%) e conquistano la leadership nella categoria sparkling, superando la Francia: 47,5% contro 46%. Oggi le bollicine valgono il 40% della spesa americana per il vino italiano. Un dato che racconta molto di come stanno cambiando gusti e abitudini.

I rossi limitano le perdite, i bianchi arretrano un po’ di più, mentre rosati e vini aromatizzati segnano un netto passo indietro. Anche la geografia dei consumi resta stabile: il Sud degli Stati Uniti guida la domanda, seguito da Nord-Est, West e Midwest.

I prezzi salgono e i consumi scendono

Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione italiana vini, lo dice senza giri di parole: in quattro anni i consumi di vino negli Usa sono scesi del 20%. Quelli italiani hanno fatto meglio, ma il contesto resta complicato. Il potere d’acquisto cala, i dazi pesano e sugli scaffali i prezzi iniziano a salire: +4% a dicembre, nonostante i produttori italiani abbiano ridotto i listini.

Gli Stati Uniti restano un mercato fondamentale, ma non più sufficiente. Con un export che nel 2025 chiuderà in calo del 9% a valore, guardare a nuove rotte commerciali non è più una scelta strategica: è una necessità. Mercosur e India non sono nomi lontani, ma possibili risposte a un mercato che, anche nel bicchiere, sta cambiando.

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 Mutui: nel 2025 richiesta media +3,0% 

Nel 2025 l’importo medio richiesto dagli aspiranti mutuatari cresce del 3% su base annua, arrivando a 138.538 euro. Positivi anche i dati legati ai più giovani, che continuano a rappresentare una fetta fondamentale per il settore dei mutui.

Nel 2025 il 39% delle richieste totali di finanziamento arriva da un under36, +7% rispetto al 2024. Così è anche guardando alle richieste di mutui prima casa, dove una su due proviene da un aspirante mutuatario con meno di 36 anni di età.
Fondamentale, in questo senso, il Fondo Garanzia Prima Casa. Secondo i dati dell’Osservatorio congiunto Facile.it-Mutui.it, più di un under36 su tre (35%) fa ricorso alla garanzia statale per presentare domande di finanziamento. 

Le banche mantengono condizioni favorevoli

Il tasso variabile, a seguito dei tagli della BCE, diminuisce diventando l’opzione più conveniente del mercato. Il fisso, mosso al rialzo poiché trainato dall’andamento dell’IRS  rimane comunque su livelli sostenibili ed è scelto da più di 9 italiani su 10 anche grazie alle politiche degli istituti di credito che limitano gli spread applicati.

Di conseguenza, nel 2025 aumenta il numero di compravendite, che secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate nei primi 9 mesi dell’anno crescono del 9%.
Fondamentale nel sostenere il mercato è appunto il settore dei mutui: la percentuale di chi compra casa tramite finanziamento nel terzo trimestre dello scorso anno supera il 47%.

Valore degli immobili, surroghe, prima casa

Nel 2025, il valore medio dell’immobile oggetto di mutuo è stabilmente pari a circa 208.500 euro, mentre aumentano durata media del finanziamento (da 24 a 25 anni), e LTV (Loan to Value, da 71% a 73%).
A seguito dell’andamento dei tassi si riduce il peso percentuale delle richieste di surroghe, -20% sul 2024. La diminuzione del tasso variabile e le oscillazioni del tasso fisso riducono i benefici legati a questa operazione.

Limitando l’analisi ai soli mutui richiesti per la prima casa emerge l’aumento sia dell’importo medio richiesto (145.018 euro, +4%), sia del valore medio dell’immobile, (198.728 euro, +4%).
Rimangono stabili, invece, età media del richiedente (37 anni e mezzo) e durata del piano di ammortamento (26 anni).

Le offerte migliori

Secondo le simulazioni di Facile.it e Mutui.it oggi per un finanziamento medio di 126.000 euro da restituire in 25 anni a copertura del 70% del valore dell’immobile le migliori offerte a tasso fisso disponibili online partono da un tasso (TAN) del 3,23% con rata di 613 euro.

Tassi sensibilmente migliori per gli immobili di classe A o B, con i mutui green che partono da tassi (TAN) pari a 2,85% e rata di 588 euro.
Per la surroga, invece, il miglior TAN disponibile online è pari al 3,51% (rata 631 euro).
Per quanto riguarda i tassi variabili, le migliori offerte online partono da un tasso (TAN) pari a 2,29% con rata da 552 euro. Per gli immobili di classe A o B i tassi variabili green partono da 2,19%, con una rata di 546 euro.

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Occupati, disoccupati e inattivi: i dati provvisori per novembre 2025

Nel mese di novembre 2025 il numero di occupati in Italia è pari a 24 milioni 188mila, una cifra in calo rispetto a ottobre. Su base mensile, il tasso di occupazione e di disoccupazione scendono rispettivamente al 62,6% e al 5,7%, mentre il tasso di inattività sale al 33,5%.

Secondo i dati preliminari divulgati dall’Istat, la diminuzione degli occupati coinvolge i dipendenti a termine (2 milioni 477mila) e gli autonomi (5 milioni 215mila), mentre risultano sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti (16 milioni 496mila).
Rispetto a novembre 2024, l’occupazione aumenta (+179mila occupati in un anno), come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+258mila) e degli autonomi (+126mila), ed è parzialmente compensata dal calo dei dipendenti a termine (-204mila).

In un mese le persone in cerca di lavoro diminuiscono del 2,0%

Su base mensile, il calo degli occupati e dei disoccupati si associa alla crescita degli inattivi.
La diminuzione degli occupati (-0,1%, pari a -34mila unità) coinvolge le donne, i dipendenti a termine e gli autonomi, i 15-24enni e i 35-49enni. Il numero di occupati cresce per i 25-34enni e rimane sostanzialmente stabile tra gli uomini, i dipendenti permanenti e tra chi ha almeno 50 anni d’età. Il tasso di occupazione cala al 62,6% (-0,1%).

La diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-2,0%, pari a -30mila unità) riguarda gli uomini, le donne e tutte le classi d’età tranne i 25-34enni per i quali il numero dei disoccupati è in leggero aumento. Il tasso di disoccupazione scende al 5,7% (-0,1 punti), quello giovanile al 18,8% (-0,8 punti).

Nel trimestre +0,3% di occupati 

La crescita degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,6%, pari a +72mila unità) interessa entrambi i generi e tutte le classi d’età, a eccezione dei 25-34enni, tra i quali il numero di inattivi è in calo. Il tasso di inattività sale al 33,5% (+0,2 punti).

Confrontando il trimestre settembre-novembre 2025 con quello precedente (giugno-agosto) si registra una crescita nel numero di occupati (+0,3%, pari a +66mila unità).
Rispetto al trimestre precedente, diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-3,1%, pari a -48mila unità) e sono sostanzialmente stabili gli inattivi di 15-64 anni.

Rispetto a novembre 2024 occupati +0,7%

Sempre a novembre 2025, il numero di occupati supera quello di novembre 2024 dello 0,7% (+179mila unità). L’aumento riguarda gli uomini, le donne, i 25-34enni e chi ha almeno 50 anni, a fronte della diminuzione nelle altre classi d’età. Il tasso di occupazione, in un anno, sale del +0,3%.

Rispetto a novembre dell’anno precedente, cala sia il numero di persone in cerca di lavoro (-6,7%, pari a -106mila unità) sia quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,3%, pari a -35mila unità).

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