Perché fra 10 anni ci saranno 3 milioni di lavoratori in meno?

Se all’inizio del 2024 la platea delle persone in età lavorativa (15-64 anni) presente in Italia include poco meno di 37,5 milioni di unità, nel 2034 è destinata a scendere rovinosamente, arrestandosi a poco meno di 34,5 milioni di persone.
Insomma, le previsioni dell’Ufficio studi della CGIA evidenziano che in Italia entro i prossimi 10 anni ci saranno 3 milioni di lavoratori (-8,1%) in meno.

Le ragioni di questo crollo vanno ricercate nel progressivo invecchiamento della popolazione. Con sempre meno giovani e con tanti baby boomer destinati a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età, molti territori subiranno un autentico ‘spopolamento’, anche di potenziali lavoratori, soprattutto nel Mezzogiorno. Tra le 107 province d’Italia monitorate solo quella di Prato registrerà una variazione assoluta positiva.

Una contrazione evidente soprattutto al Sud

Le contrazioni della popolazione in età lavorativa più importanti riguarderanno, in particolare, il Sud.
Lo scenario più critico interesserà la Basilicata, che entro il prossimo decennio subirà una riduzione di questa platea di persone del 14,6 % (-49.466 persone). Seguono la Sardegna con il -14,2 % (-110.999), la Sicilia, con il -12,8 per cento (-392.873), la Calabria, con il -12,7% (-147.979) e il Molise, con il -12,7% (-22.980).

Di contro, le regioni meno interessate da questo fenomeno saranno la Lombardia, con il -3,4% (-218.678), il Trentino Alto Adige, con il -3,1% (-21.368) e l’Emilia Romagna, con il -2,6% (-71.665).

A pagare il conto saranno le micro e piccole imprese

Già oggi molte imprese denunciano la difficoltà di trovare personale preparato da inserire nel proprio organico. E il Mezzogiorno potrebbe avere meno problemi del Centro-Nord. A differenza di quest’ultimo, infatti, il primo, avendo tassi di disoccupazione e di inattività molto elevati, potrebbe colmare, almeno in parte, i vuoti occupazionali che interesseranno soprattutto il settore agroalimentare e quello ricettivo.

È altresì evidente che tante imprese, soprattutto di piccola dimensione, saranno costrette a ridimensionare l’organico perché impossibilitate ad assumere.
Per le medie e grandi imprese, invece, il problema dovrebbe essere più contenuto. Con la possibilità di offrire stipendi più elevati, orari ridotti, benefit e pacchetti di welfare aziendale, i pochi giovani presenti nel mercato del lavoro non esiteranno a scegliere le grandi imprese anziché le piccole.

Meno PIL da immobiliare, trasporti, moda, HoReCa 

Un Paese che registra una popolazione sempre più anziana potrebbe avere nei prossimi decenni seri problemi a far quadrare i conti pubblici, in particolare, la spesa sanitaria, pensionistica, farmaceutica e assistenziale. 
Con pochi under30 e una presenza di over65 molto diffusa, alcuni settori economici potrebbero subire contraccolpi negativi, provocando una contrazione strutturale del PIL. Una società costituita prevalentemente da persone in età avanzata rischia di ridimensionare il giro d’affari del mercato immobiliare, dei trasporti, della moda e del settore ricettivo (HoReCa).

Le banche, al contrario, potrebbero contare su alcuni effetti positivi;. La maggiore predisposizione al risparmio potrebbe spingere le persone più anziane ad aumentare i depositi bancari. 

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Ambiente: anche il denaro contante inquina

È quanto emerge dal Rapporto 2024 della Community Cashless Society, piattaforma creata da The European House – Ambrosetti (TEHA): la salute del Pianeta passa anche da come paghiamo quello che compriamo. Si, perché il denaro contante inquina il 21% in più del digitale.

Se, a sorpresa, il primo Paese in Europa dove il contante inquina di più è la Germania, l’Italia è al secondo posto per quantità di emissioni generate dai pagamenti con banconote e monete, che ammontano a circa 2,7 kg a testa, per un totale di oltre 160,8 mila tonnellate di Co2.

Per il Cash Intensity Index l’Italia non è ancora abbastanza cashless 

In Italia i pagamenti cashless faticano ad attecchire per ragioni culturali, pregiudizi, e in alcuni casi, anche per ragioni molto poco nobili, come il ‘nero’. 
Secondo un’elaborazione di TEHA, l’Italia nel 2023 è ancora tra le 30 peggiori economie al mondo su 144 per dipendenza dal contante.

Esiste infatti un indicatore apposito, il Cash Intensity Index, che mette in relazione l’incidenza di banconote e monete rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL) dei principali Paesi. L’anno scorso, l’Italia è passata, peggiorando, dal 29° al 28° posto.

Il ciclo di vita del denaro fa male all’ambiente

Ma perché il contante inquina? I motivi sono molti e riguardano il ciclo di vita del denaro, a cominciare dalla produzione delle banconote, che richiede materie prime quali rame, nichel e acciaio, la cui estrazione consuma molta energia e risorse naturali, provocando allo stesso tempo danni all’ambiente e generando emissioni di gas serra.
Per realizzarle, inoltre, sono necessarie sostanze chimiche tossiche, che diventano scarti altrettanto tossici da gestire.

Si prosegue con il trasporto e la distribuzione, che provocano Co2, e si finisce con lo smaltimento, altro momento critico visto che le banconote logore e distrutte, da sostituire, diventano un rifiuto speciale che va trattato con particolari accorgimenti.

L’impronta ambientale media delle banconote

La Banca d’Italia, nel suo annuale Report di Sostenibilità, dedica un capitolo proprio a questi aspetti e alle azioni messe in atto per ridurre l’impatto ecologico del contante.
La BCE ha calcolato che l’impronta ambientale media dei pagamenti mediante banconote nel 2019 è stata pari a 101 micropunti (μPt) per cittadino dell’area euro. Una cifra equivalente a 8 km percorsi in auto.

Dal Rapporto TEHA, riporta Adnkronos, emerge che in Italia il cashless sta accelerando. Ma ci sono ancora molte resistenze ad abbandonare il contante. Una survey condotta in occasione del report su 500 esercenti indica che 8 su 10 accettano i pagamenti digitali, e che la spinta viene dai clienti. Il 58% ha introdotto forme immateriali di pagamento proprio per soddisfare le richieste degli acquirenti e non per iniziativa propria.

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Mercato immobiliare: prosegue l’indebolimento, compravendite -9,7% 

Il progressivo incremento dei tassi di interesse e la ritrovata selettività del ceto bancario hanno bruscamente interrotto un meccanismo che pareva destinato ad accrescere in maniera costante anche le aspirazioni più fragili. Ovvero, l’acquisto della prima casa.
Nel 2023 le compravendite hanno subito un calo del -9,7%, e la quota di compravendite assistita da mutuo è passata dal 48,4% del 2022 al 39,9% del totale degli acquisti del 2023

È quanto si legge nel 1°Osservatorio sul Mercato Immobiliare di Nomisma, che analizza la congiuntura del settore con focus su 13 mercati intermedi (Ancona, Bergamo, Brescia, Livorno, Messina, Modena, Novara, Parma, Perugia, Salerno Taranto, Trieste, Verona).

Potenziale spostamento della domanda verso l’affitto

Le difficoltà di accesso al mercato della compravendita hanno favorito un potenziale spostamento di interesse della domanda verso l’affitto, che rispetto allo scorso anno è cresciuta del 3%.
In altre parole, nel 2023 48mila nuclei familiari hanno rinunciato ad acquistare una casa a favore dell’affitto.

In questo contesto la rigidità dei valori immobiliari, che in Italia caratterizza storicamente le fasi di inversione ciclica, finisce inevitabilmente per ampliare le distanze tra aspettative dell’offerta e disponibilità della domanda, contribuendo a rallentare ulteriormente l’attività transattiva.
Secondo Nomisma, il calo delle compravendite registrato nel 2023 è imputabile esclusivamente alla componente di domanda, uscita dal mercato perché dipendente dal credito (-26%), mentre gli acquisti senza mutuo continuano a crescere (+4,8%).

Le dinamiche locali non sono omogenee

La variazione positiva che ha interessato i valori delle abitazioni dei mercati intermedi, seppur modesta (+1,2% usato, 1,7% ottimo stato) è una sintesi di dinamiche locali tutt’altro che omogenee.

Ad esempio, se i mercati di Messina e Ancona fanno segnare una flessione nominale dei prezzi (rispettivamente -2,2% e -1%), quelli di Trieste e Novara (+3,2%, +3%) evidenziano una variazione positiva di entità doppia rispetto alla media dei mercati.
Non basterà, quindi, un atteggiamento più accomodante da parte della BCE per determinare un’immediata risalita delle transazioni, ma sarà necessaria una fase di normalizzazione che agevoli il ripristino di condizioni più favorevoli alla domanda.

Locazione: non si arresta la crescita dei canoni

Sul fronte della locazione non si arresta la crescita dei canoni (+2,9% annuo). 
La media sintetizza però una certa variabilità tra i mercati monitorati, dal calo di Messina (-1,3%), alla stabilità di Bergamo (+5,1%) fino al picco di Perugia (+5,2%).

Lo spostamento di interesse verso la locazione metterà ancora più in evidenza il sovraffollamento di un comparto che già oggi sconta un’evidente carenza di offerta.
Quanto ai tempi medi di vendita nel residenziale si assiste a una certa stabilizzazione (da 5,2 a 5,6 mesi). Anche in questo caso tra i mercati si assiste a una certa variabilità, con i tempi di vendita che oscillano tra 3,5 mesi di Trieste e 6 mesi di Ancona.

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Allarme phishing: perchè questa minaccia é in costante aumento?

Pioggia di attacchi informatici nel corso del 2023. Lo rivela il colosso della sicurezza Kaspersky, che nel nel corso dell’anno passato ha bloccato oltre 709 milioni di tentativi di accesso a siti web fraudolenti e truffe. Un numero enorme, che si traduce in un incremento del 40% rispetto ai 12 mesi precedenti. 

Le app di messaggistica e le piattaforme IA i canali più sfruttati

I canali più sfruttati dagli attori delle minacce per ingannare gli utenti sono stati le app di messaggistica, le piattaforme di intelligenza artificiale, i servizi di social media e gli scambi di criptovalute.

Il pericolo è in forte aumento

L’analisi annuale del panorama delle minacce spam e phishing condotta da Kaspersky ha evidenziato una tendenza costante nell’anno precedente: un marcato incremento degli attacchi di phishing. Nel 2023, questa tendenza ha continuato a crescere, registrando un aumento del 40% e totalizzando 709.590.011 tentativi di accesso a link fraudolenti. L’attività di phishing ha mostrato un picco significativo tra maggio e giugno, seguito da un costante aumento nel corso dell’anno, possibilmente collegato alle festività natalizie, durante le quali i criminali informatici intensificano le truffe legate ai viaggi.

I truffatori usano l’Intelligenza Artificiale

L’ampia adozione di tecnologie basate su ChatGPT ha offerto ai truffatori nuove opportunità, ma ciò non ha impedito loro di utilizzare anche tattiche tradizionali. Le anticipazioni di eventi dal grande appeal, come il lancio dei film Barbie e Wonka, sono state sfruttate da phisher e truffatori per attirare utenti desiderosi di poter vedere in anticipo o a tariffe scontate, creando siti web contraffatti.

L’Italia tra i Paesi più colpiti

Gli attacchi diffusi attraverso piattaforme di messaggistica sono aumentati, con Kaspersky che ha bloccato 62.127 tentativi di reindirizzamento tramite phishing e link truffa su Telegram, registrando un aumento del 22% rispetto all’anno precedente. La maggior parte di questi attacchi è stata bloccata in Russia, seguita da Brasile, Turchia, India, Germania e Italia, quest’ultima con un aumento dell’attività di phishing basata su Telegram.

Obiettivo protezione

Per mettere al sicuro i propri account, gli esperti consigliano precauzione, un po’ di sano scetticismo e soprattutto una verifica prima di aprire link o e-mail sospette. Per difendersi dalle truffe, è importante cliccare su link provenienti esclusivamente da mittenti affidabili, utilizzare soluzioni di sicurezza durante la navigazione online e aggiornare sistemi e antivirus.

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Direttori del personale: le aziende italiane promuovono la parità di genere

In base ai risultati di un’indagine promossa dall’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (Aidp), l’85% dei direttori del personale ritiene che le proprie aziende promuovano attivamente la diversità e l’inclusione,  Nello specifico, il 52% dei manager ha risposto in modo positivo, il 33% ha affermato che sì, ma non abbastanza, mentre il 15% ha risposto negativamente. Questi dati emergono dal sondaggio condotto dal Centro Ricerche Aidp, guidato dal professor Umberto Frigelli, che ha coinvolto circa 700 direttori del personale, di cui oltre il 63% rappresentato da donne.

Promosse politiche sulla parità 

Più del 60% dei partecipanti ha confermato la presenza di donne in ruoli apicali e di responsabilità nelle proprie aziende, mentre il 33% ha indicato che ci sono, ma non a sufficienza. Complessivamente, il 93% dei direttori del personale ha espresso una valutazione positiva, seppur con alcune riserve. Solo il 7% ha risposto negativamente.

Riguardo alle politiche aziendali sulla parità di genere, oltre il 53% ha affermato di sì, il 19% ha risposto sì, ma non abbastanza, e il 17% ha detto di no. Per quanto riguarda la partecipazione a iniziative contro la discriminazione di genere, il 51% ha risposto in modo positivo, mentre il 49% ha dato un riscontro negativo.

Le aziende favoriscono un dialogo aperto

L’85% dei direttori del personale ritiene che le proprie aziende favoriscano un dialogo aperto sulla diversità e l’inclusione, mentre oltre il 92% afferma che sono garantite pari opportunità di formazione e sviluppo professionale per le donne. L’83% ha dichiarato che esistono politiche di flessibilità con un’attenzione particolare al genere femminile.

Sul fronte dell’equità retributiva tra donne e uomini, il 50% ha espresso un parere positivo, il 25% ha detto sì, ma non abbastanza, e oltre il 17% ha risposto negativamente. L’83% dei direttori del personale è a conoscenza della certificazione della parità di genere, con il 38% che ha già attivato un audit.

C’è ancora strada da fare

Per quanto riguarda gli episodi di discriminazione, l’87% dei direttori del personale non è a conoscenza di atti di bullismo o maschilismo, mentre il 72% ritiene che chiunque possa segnalare liberamente fenomeni di discriminazione di genere. Il presidente nazionale di Aidp, Matilde Marandola, ha commentato questo doppio aspetto: “Da un lato una percentuale elevata di responsabili delle risorse umane che descrive un contesto positivo, dall’altro la presenza di una percentuale non trascurabile di riscontri negativi, come ad esempio gli atti di discriminazione che richiedono un intervento nell’immediato così come altre aree di miglioramento da implementare. Sicuramente l’obiettivo è giungere a percentuali piene e assolute di parità”.

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Evasione fiscale: meno evasori fermati, aumenta il denaro “recuperato”

Lo segnala l’Ufficio studi della CGIA: in Italia il numero delle persone arrestate per violazioni penali di natura tributaria è in diminuzione, e aumenta il gettito recuperato attraverso la lotta all’evasione fiscale. 
Nel 2022 il recupero dell’evasione è stato di 20,2 miliardi di euro e nel 2023 di 24,7 miliardi. Quanto agli arresti, il numero minimo di persone ‘ammanettate’ per aver commesso un reato tributario si è verificato nel 2016, nel 2021 si è verificato il picco massimo (411) e nel 2022 il numero è sceso a 290.

Quali sono le cause che hanno assicurato questi risultati? L’applicazione della cosiddetta compliance, l’introduzione della fatturazione elettronica, l’obbligo dell’invio telematico dei corrispettivi, nonché gli effetti dello split payment in capo a chi lavora con la PA e del reverse charge per le aziende che operano, in particolare, nel settore delle costruzioni. 

Quanto sottratto al fisco sta diminuendo, l’evasione è all’11,2%

Anche la stima dell’evasione fiscale è in calo. Secondo i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), nel 2021 l’evasione tributaria e contributiva presente in Italia era pari a 83,6 miliardi di euro.

Sempre nel 2021, l’Ufficio studi della CGIA stima che l’evasione fiscale sia all’11,2%. Significa che a fronte di 100 euro incassati dall’erario, 11,2 euro rimangono indebitamente nelle tasche degli evasori.
Le differenze territoriali sono molto marcate. Se in Calabria l’infedeltà fiscale è del 18,4%, in Campania del 17,2% e in Puglia del 16,8%, nella Provincia Autonoma di Trento, scende all’8,6%, in Lombardia all’8% e nella Provincia Autonoma di Bolzano al 7,7%. 

No a uno Stato di polizia tributaria

Se la lotta all’evasione passa anche attraverso l’azione repressiva, con l’arresto di chi si rende responsabile di questi reati, finora non siamo stati in grado di ‘misurare’ l’efficacia di tale attività punitiva.

Infatti, non esiste alcuna analisi realizzata dall’Amministrazione fiscale o dal ministero della Giustizia in grado di valutare ex post gli effetti prodotti dall’azione repressiva del nostro fisco, sia per quanto concerne le risorse recuperate sia in ordine alla deterrenza esercitata.
Tuttavia, in Italia non occorre istituire uno Stato di polizia tributaria per combattere l’evasione, anche se per contrastare maggiormente l’evasione bisogna essere inflessibili.

Sì a un fisco più equo

Tutto ciò senza essere costretti a inasprire la disciplina penale tributaria con l’intento giustizialista di mandare in galera gli evasori e buttare la chiave. Almeno, fino a quando non verrà dimostrato che il ricorso alla pena restrittiva della libertà personale risulti essere uno strumento in grado di dissuadere le persone a non fare il loro dovere fiscale e a recuperare le somme evase.

Nel frattempo, per ridurre l’infedeltà fiscale e allinearci agli standard dei Paesi europei meno interessati da questo fenomeno è auspicabile mettere a punto in tempi rapidi un fisco meno aggressivo, più semplice, più trasparente e più equo, premiando chi produce, chi crea occupazione e genera ricchezza. Garantendo un gettito sufficiente a far funzionare la macchina dello Stato e aiutare chi si trova in difficoltà. 

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Allarme social: per i giovanissimi è rischio dipendenza

Per i giovanissimi italiani è’ allarme dipendenza dai social. Lo afferma la recente ricerca condotta da Demoskopika, che evidenzia che oltre 1,1 milioni di individui sotto i 35 anni sono a rischio elevato di subire gli effetti negativi dei social. Tra l’altro,  i più giovani sono quelli maggiormente esposti alle insidie comportamentali online.

Utilizzando la Bergen Social Media Addiction Scale, la ricerca ha identificato comportamenti preoccupanti come l’utilizzo sempre più frequente e compulsivo dei social media e la difficoltà di smettere. Alcuni ragazzi presentano addirittura sintomi di ansia o agitazione quando non utilizzano i social media, oltre dedicare meno ore allo studio o al lavoro a causa della “dipendenza”.

Più si è giovani, più si è esposti agli effetti pericolosi della rete

L’analisi di Demoskopika suggerisce un’associazione inversamente proporzionale tra l’età degli intervistati e il rischio di dipendenza dai social media. I ragazzi tra i 18 e i 23 anni rappresentano il 38% del totale considerato a rischio elevato, seguiti da quelli tra i 24 e i 29 anni (34,5%) e infine dagli under 35 più adulti (30-35 anni) che superano i 308 mila soggetti.

Il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio, commenta che i dati confermano le preoccupazioni sulla dipendenza comportamentale legata all’uso eccessivo dei social media, sottolineando la necessità di un’attenzione politica più mirata per affrontare il “lato oscuro della rete”. Suggerisce una campagna di comunicazione della Presidenza del Consiglio per rafforzare la cultura digitale e sensibilizzare sulle criticità legate ai social media.

Vita digitale o vita reale?

L’analisi rivela che gli under 35 preferiscono le attività mediate rispetto a quelle non mediate, con l’85,7% del campione che utilizza quotidianamente i social media. Solo il 36,7% vede gli amici ogni giorno, mentre il tempo trascorso con parenti e familiari è ancora meno (17,3%).

Instagram la piattaforma più utilizzata

Instagram risulta essere il social più utilizzato (83,1%), seguito da Facebook (72,5%), YouTube (50,7%), e TikTok (37,6%). La dipendenza dai social media, misurata con la Bergen Social Media Addiction Scale, indica che il 10,3% dei giovani è ad alto rischio di dipendenza, mentre il 15,6% mostra una moderata propensione al pericolo di dipendenza.

Sicilia, Campania e Umbria hanno la maggiore incidenza di giovani a rischio elevato di dipendenza dai social media. La Sicilia è in testa con il 11,155%, seguita da Campania e Umbria rispettivamente con l’11,144% e l’11,138%. Altre regioni con un peso significativo di giovani a rischio includono Lazio, Toscana, e Abruzzo.

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Intelligenza Artificiale, italiani favorevoli però….

Che posizione hanno gli italiani nei confronti dell’Intelligenza Artificiale? Una recente indagine commissionata da Readly ha rivelato che i nostri connazionali hanno un atteggiamento di ambivalenza verso l’utilizzo dell’IA, manifestando entusiasmo in alcuni settori e preoccupazione in altri.

Aspettative positive per medicina e domotica 

Un italiano su due ha grandi aspettative per l’uso dell’IA in medicina. Solo il 16% si mostra preoccupato per i possibili risvolti negativi. Una larga percentuale di cittadini, il 34%, vede di buon occhio la crescente presenza dell’IA nella tecnologia smart-home, con un picco del 41% tra i giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni.

Divario generazionale e di genere 

Gli entusiasti dell’avvento dell’IA sono prevalentemente giovani tra i 18 e i 29 anni (49%) e gli over 60 (47%). Tuttavia, c’è un divario di genere: il 35% degli uomini ritiene che l’IA sia vantaggiosa, mentre le donne si dichiarano più caute. Quelle che si dichiarano favorevoli, infatti, sono il 25%. 

Giornalismo, scuola e finanza: cosa fa paura

Le preoccupazioni emergono in specifici settore. E’ il caso del giornalismo: quando si tratta di ‘potenziarlo’ con la tecnologia IA, il 25% degli italiani si dichiara preoccupato, perchè potrebbe essere una deriva pericolosa. Timori simili sorgono nella scuola e nella finanza, settori in cui il giudizio umano è considerato di cruciale importanza.

Relazioni sociali: l’IA non piace molto

La stragrande maggioranza (90%) degli intervistati considera l’IA dannosa nelle relazioni sociali, con un significativo 87% tra i giovani di 18-29 anni e addirittura il 94% tra gli ultrasessantenni.

Marie Sophie Von Bibra, direttore marketing di Readly, sottolinea l’importanza del contatto umano e della supervisione di questa tecnologia, specialmente in settori critici come giornalismo, insegnamento e finanza. Afferma che gli italiani sono disposti ad abbracciare l’innovazione quando ha benefici chiari, ma sono cauti nell’affidarsi eccessivamente all’IA in settori dove il giudizio umano è essenziale.

Potenziale dell’IA: oltre la medicina e la domotica

Oltre alla medicina e alla domotica intelligente, gli italiani vedono il potenziale dell’IA nel coding e nella programmazione tecnologica (41%), nella ricerca scientifica (37%), nella sicurezza informatica (32%) e nei trasporti (24%). L’IA è invece considerata inopportuna nell’ambito legale e giudiziario dall’89% degli intervistati, mentre solo il 20% intravede vantaggi nell’uso dell’IA nei servizi bancari e finanziari.

In conclusione, l’indagine evidenzia che, sebbene gli italiani riconoscano il potenziale dell’IA, sono favorevoli a un approccio equilibrato e consapevole per garantire benefici per tutti.

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Occhio alle telefonate “truffa”: c’entra la clonazione vocale con l’AI

Negli ultimi anni, la tecnologia di clonazione vocale basata sull’intelligenza artificiale (AI) ha compiuto progressi significativi, diventando sempre più sofisticata e realistica. Questo sviluppo ha aperto nuove prospettive in settori come l’intrattenimento, l’assistenza clienti e le interazioni virtuali, ma ha anche portato alla luce possibili minacce, in particolare l’uso fraudolento di questa tecnologia.

Si dicono… cose che non si sono dette

La clonazione vocale AI implica la creazione di un modello digitale della voce di una persona, consentendo di generare discorsi che quella persona non ha effettivamente pronunciato. Software avanzati possono creare un clone vocale convincente con appena 5 secondi di registrazione vocale. Questa capacità può essere sfruttata per scopi fraudolenti, come l’imitazione di persone di fiducia o autorità, con l’intento di ingannare le vittime e ottenere denaro o informazioni sensibili.

Secondo un rapporto dell’FBI del 2020, i crimini informatici hanno causato perdite superiori a 4,2 miliardi di dollari negli Stati Uniti, con le truffe vocali che rappresentano una parte significativa di tali reati.

Verificare sempre l’identità di chi chiama

Le truffe vocali AI stanno diventando sempre più sofisticate, rendendo difficile per le persone distinguere tra una voce clonata e una reale. Per proteggersi da queste minacce, esistono diverse misure che individui e organizzazioni possono adottare.

In primo luogo, è essenziale verificare l’identità del chiamante in caso di chiamate sospette, specialmente se coinvolgono richieste di denaro o dati personali. Questo può essere fatto richiamando la persona o l’ente attraverso un numero di telefono ufficiale. Educarsi e informare gli altri sulle tattiche utilizzate dai truffatori è altrettanto importante. La consapevolezza di queste pratiche può ridurre il rischio di essere ingannati, e molte organizzazioni forniscono risorse educative per aiutare le persone a riconoscere e reagire alle truffe vocali AI.

Le protezioni aggiuntive

Inoltre, l’utilizzo di tecnologie di sicurezza, come soluzioni software in grado di analizzare le caratteristiche vocali per rilevare imitazioni, può offrire un livello di protezione aggiuntivo. Infine, limitare la quantità di informazioni personali condivise pubblicamente, soprattutto sui social media, può contribuire a ridurre le possibilità che la propria voce venga clonata.

In un contesto in cui la tecnologia avanza rapidamente, la consapevolezza e la precauzione sono fondamentali per difendersi dalle truffe vocali AI.

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Climatizzazione canalizzata: il controllo indipendente delle zone

La recente evoluzione tecnologica degli impianti che solitamente facciamo installare per aumentare il comfort in casa ha portato a soluzioni sempre più interessanti, e tra questa vi è sicuramente l’aria condizionata canalizzata.

Su tutti, uno dei suoi innegabili vantaggi è il controllo indipendente della temperatura nelle diverse zone di casa.

Questa caratteristica offre una serie di opportunità che vanno ben oltre il semplice comfort termico per tutta la famiglia, introducendo nuovi livelli di adattabilità e gestione energetica.

Un comfort personalizzato

Come accennato, un sistema di climatizzazione canalizzata offre un livello di personalizzazione del comfort senza precedenti, consentendo agli abitanti di casa di poter controllare in maniera indipendente la temperatura delle diverse zone di casa o dell’edificio.

Questa caratteristica unica consente dunque di adattare la temperatura in base alle proprie preferenze, creando un ambiente su misura per ogni stanza. Ad esempio, durante le ore notturne è possibile fare in modo da climatizzare soltanto la zona notte e non l’intera abitazione.

Diminuzione dei consumi energetici

La possibilità di regolare a piacere la temperatura di ogni zona di casa permette di fare un utilizzo più efficiente dell’energia.

Mentre alcune zone di casa potrebbero richiedere una temperatura più fresca in determinati momenti della giornata, altre potrebbero avere esigenze diverse. Ciò contribuisce significativamente a una gestione più sostenibile e conveniente del sistema di climatizzazione.

Durante il giorno ad esempio, è possibile raffrescare solo la zona giorno e non quella notte o il contrario, consentendo in questa maniera di ridurre i consumi energetici.

Risparmio energetico

Dunque, il controllo indipendente della temperatura nelle varie zone di casa non solo massimizza il comfort, ma consente anche di ottenere un certo risparmio energetico.

Regolare la temperatura solo nelle aree al momento utilizzate consente infatti di evitare sprechi e di ridurre i costi energetici complessivi, contribuendo ad un approccio più eco-sostenibile e a bollette più leggere.

Gestione remota intelligente

Grazie alle infinite possibilità che la domotica ci offre, è possibile avere anche una gestione remota dell’impianto di aria climatizzata canalizzata.

Dunque è possibile accendere e controllare le diverse zone tramite dispositivi quali smartphone o tablet, ovunque ci si trovi. Questa flessibilità consente agli utenti di regolare il clima in casa in qualsiasi momento, offrendo un controllo completo anche quando si è lontani dalla propria abitazione.

Il vantaggio del controllo remoto è facilmente intuibile: poter regolare la temperatura quando non si è in casa ma ci si accinge a fare rientro, consente di trovare una piacevole temperatura tra le mura domestiche sin dal primo momento in cui si fa ritorno a casa.

Adattabilità alle esigenze familiari

La flessibilità degi impianti di aria condizionata canalizzata è particolarmente adatta a soddisfare le esigenze che solitamente si presentano nei diversi periodi dell’anno.

Ad esempio, in Estate durante la notte è possibile impostare temperature diverse nelle camere da letto rispetto alla zona giorno, offrendo così un riposo ottimale e limitando al tempo stesso i consumi, evitando di sprecare energia per raffrescare quelle zone in cui di fatto non c’è nessuno.

Al contrario, di giorno può essere necessario climatizzare la zona giorno (tipicamente la cucina ed il soggiorno), mentre non si sente la necessità di fare altrettanto per quanto riguarda la zona notte.

In sintesi

Far installare un impianto di aria condizionata canalizzata, e sfruttare il controllo indipendente del clima nelle varie zone di casa, non solo rappresenta un passo avanti nel comfort percepito in casa, ma anche un contributo significativo alla sostenibilità ambientale.

Per stare più comodi in casa ed evitare ogni spreco di energia, l’approccio flessibile e intelligente offerto da questa soluzione rappresenta una chiave di volta.

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