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Piazza Zona Libera 1944, n.28
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Storia estesa

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Stemma_comuneLa più antica menzione di Ampezzo ci giunge dal cuore dell’alto medioevo, nel 762.

Tre nobili fratelli longobardi, Erto, Marco ed Anto, monaci benedettini, donarono all’epoca la totalità dei propri beni ai monasteri friulani di Sesto al Reghena e di Salt di Povoletto.
Tra le proprietà donate a quest’ultimo si può leggere nel documento di donazione: ”...casas in Carnia in vico Ampicio idest casa Iohanni et Marciolo”; il che fa presumere dell’esistenza del “vico Ampicio” in età anteriore al 762.

Ad epoche più remote risale probabilmente anche l’origine del nome Ampezzo. Sono state proposte svariate interpretazioni circa la sua etimologia, ma quella che è rimasta e si è sedimentata ormai nell’immaginario collettivo è una e si riferisce ad elementi naturali ed umani considerati caratteristici del territorio e della popolazione: l’abete di cui i boschi erano (e sono) molto ricchi e la casa, che rappresenta l’ospitalità. La suggestione di tale rappresentazione si è tradotta nello stemma di Ampezzo costituito appunto da una casa alpina presso un “pezzo” (dal latino piceu, abete).

La successiva fonte documentale nella quale Ampezzo viene citato risale al 1049, quando il patriarca Gotebaldo donò al monastero femminile di S. Maria in Valle di Cividale quattro “massaricie” che si trovavano nel territorio del villaggio.
La donazione di Gotebaldo venne fatta alla vigilia di un evento molto importante nella storia del Friuli medievale: nel 1077 Enrico IV, imperatore eletto, concesse al patriarca d’Aquileia Sigerardo le contee del Friuli e dell’Istria e la marca di Carniola.
A conclusione di un processo secolare che aveva concentrato nelle mani dei presuli terre, castelli e diritti pubblici come esigere le tasse ed amministrare la giustizia, veniva eretto così lo stato feudale del Patriarcato di Aquileia, del quale il Friuli avrebbe costituito la parte più importante e duratura.

I documenti sui beni di S. Maria in Valle costituiscono uno degli elementi di rilievo per la ricostruzione della vita agraria e civile del villaggio. Nel 1255 il monastero obbligò un piccolo castellano locale, Rozone da Socchieve, a presentarsi a Tolmezzo, dinanzi al tribunale del vice-gastaldo della Carnia, che amministrava la giustizia a nome del patriarca; l’imputato aveva fatto irruzione nelle povere case e nei ripari dei contadini dipendenti dal monastero, li aveva devastati ed aveva razziato mucche, pecore, agnelli, galline, formaggi ed altro. Dopo aver ascoltato le accuse dell’amministratore-fattore del monastero e di tre contadini del villaggio, il rappresentante del patriarca condannò Rozone a pagare i danni.

legname_piazzaleLa piccola comunità di Ampezzo era quindi composta da agricoltori affittuari dell’importante monastero, da contadini dipendenti da altri signori laici ed anche da piccoli proprietari di terra.
L’attività più redditizia era in ogni caso l’allevamento di bovini ed ovini , che permetteva di realizzare scorte alimentari di formaggio, in libbre o in forme, anche per il pagamento di fitti di terre. Il nobile che curava gli affari della badessa nella zona risiedeva nell’importante castello di Socchieve e attorno a quest’ultimo gravitava il villaggio di Ampezzo. Verso la metà del XIV il castello fu danneggiato da un violento terremoto e poi distrutto e abbandonato.

A Tolmezzo, capoluogo della provincia di Carnia risiedeva il gastaldo , che rappresentava il patriarca e ne curava gli interessi patrimoniali. Il gastaldo, direttamente o tramite un vice, oltre a custodire il  castello di Tolmezzo e la rocca Moscarda, amministrava la giustizia, esigeva le tasse dava in affitto terre e boschi e aveva il diritto di trattenere una parte delle multe e delle tasse per sé.
Il territorio era organizzato in quartieri che nella provincia di Carnia erano quattro, corrispondenti alle valli del Degano, del But, del Tagliamento inferiore e del Tagliamento superiore.
Di quest’ultimo, denominato Quartiere di Socchieve, dal nome del capoluogo, faceva parte la Villa di Ampezzo. Il rapporto con la villa capo quartiere fu inizialmente di dipendenza nella giurisdizione ecclesiastica e civile, ma nel tempo si assiste ad un’inversione di tendenza in relazione all’accrescersi dell’importanza di Ampezzo all’interno del quartiere.

Nel 1420, dopo lunghi anni di guerra, la repubblica di Venezia conquistò il Friuli centro-occidentale, ponendo fine allo stato feudale del Patriarcato di Aquileia. Come Udine e le altre comunità, anche Tolmezzo e la Carnia si arresero, ottenendo la conferma delle loro consuetudini e dei loro statuti.
Venezia, grande potenza marittima, a tutela dei propri interessi economici e strategici sui boschi, necessari al mantenimento della flotta, introdusse una legislazione del tutto nuova per il Friuli, comprendente in particolare il monopolio ed il censimento dei roveri, il cui legname era il più adatto alla costruzione di navi.
Anche i boschi della Carnia dovettero contribuire alle forniture di legname per l’arsenale di Venezia, come quando, nel novembre 1473, i valligiani compresi tra Forni di Sotto ed Invillino, portarono con i carri i remi loro richiesti fino al Tagliamento presso Socchieve, da dove sarebbero stati fatti scendere con la corrente del fiume, ricco d’acqua per la stagione autunnale.

Verso la metà del Quattrocento la piazza con la chiesa, circondata dal cimitero, costituivano il centro del villaggio.
Si ha notizia di case fornite di portico, cortile, magazzino e una stanza riscaldata. Le case si alternavano alle stalle e agli orti, mentre alla periferia del villaggio si estendevano dei campi chiusi.
Un mulino ed una fucina erano attivi sulla riva del Lumiei, che forniva alle ruote, al maglio e al mantice la forza idraulica necessaria. Il manso era l’unità fondiaria su cui era insediata una famiglia contadina: esso era costituito da casa, cortile, orto, campi e prati.

Nonostante l’importanza dell’attività agricola per l’autoconsumo, maggiore era quella dell’allevamento, che garantiva i proventi per pagare i fitti al monastero di S. Maria in Valle.  C’era chi allevava pecore e ne vendeva la lana, la lavorazione del latte, la lavorazione e il commercio delle pelli.
Ampezzo era popolata quindi, oltre che da contadini, da pellai, dal mugnaio, dal fabbro, da un sarto, da un notaio che aveva l’attività nel più grosso centro di Tolmezzo.

Nonostante tutte queste attività, alla fine del Quattrocento diversi capifamiglia si vedevano costretti a cercare lavoro ben più lontano: erano soliti partire in gruppo con i carri, ed andare fuori per commerciare o esercitare alcune attività artigianali.
Si tratta della più antica testimonianza dell’emigrazione carnica.

Secondo la pratica corrente in tutte le ville di montagna, sia Ampezzo che Oltris e Voltois, sfruttavano il patrimonio boschivo, i pascoli e i prati comunali concedendoli in affitto ai privati che ne facevano richiesta, salvo che consentire che certi spazi restassero a disposizione delle famiglie residenti nel paese, soprattutto perché con la legna e i frutti del bosco e con la possibilità di pascolare gli animali e tagliare l’erba integrassero la rendita della terra di proprietà, generalmente piccola e frantumata, oppure, nel caso dei più poveri, provvedessero alla sussistenza minima.
Dall’affitto, invece, i comuni ricavavano i mezzi finanziari necessari a sostenere le spese pubbliche, a versare le imposte annue agli enti pubblici, la degania locale, la gastaldia di Tolmezzo innanzitutto, e inoltre a onorare le rate livellarie, solitamente arretrate, per i prestiti che i comuni sottoscrivevano con qualche ricca famiglia.
Per l’affitto del bosco più ambito, quello sul Cervia, il comune di Ampezzo pretendeva, almeno nel corso del Seicento, una somma pari a cinquecento ducati, concedendo però al conduttore, per i venticinque anni della durata del contratto, “tutte le ragioni ed attioni” del bosco, con piena libertà di tagliare e far tagliare e altresì di usare “viazzi, transiti, strade, trozzi, essiti”, insomma tutti gli spazi e percorsi ritenuti utili e necessari a trasportare i tronchi d’albero fuori dal bosco e giù dalla montagna, e di utilizzare la stua sul Lumiei, lo sbarramento sul torrente dove si accumulava il legname dopo il trasporto.

Alla montagna locale e alle risorse dell’ambiente naturale, collegarono il loro nome e la loro fortuna alcune famiglie che furono in grado di intraprendere e gestire le attività tipicamente connesse al territorio, lo sfruttamento del bosco e il commercio del legname, come anche l’impianto di segherie, mulini, battiferri.

Tra questi nuclei familiari, quello che emerse sugli altri, mantenendo a lungo una condizione ben differenziata nel contesto del paese e del canale, fu quello dei Nigris i quali, a partire dalla seconda metà del Cinquecento, ma soprattutto nel secolo successivo, monopolizzarono il commercio del legname, controllarono il commercio dei generi alimentari, furono comproprietari degli opifici e ovviamente si preoccuparono di acquisire la proprietà della terra e di consolidare una posizione di autorità.

A partire dagli anni Trenta del Seicento, Pietro e Nicolò Nigris stipularono a più riprese contratti d’affitto con il comune d’Ampezzo per la conduzione dei boschi di Cervia, Andris, Nauleni, Pura e Corso, praticando le operazioni di abbattimento fino a quelle del trasporto del legname e alla vendita ai mercanti del Friuli e dal Veneto.
In particolare Nicolò, vero fondatore delle fortune della casa, praticò questo tipo di commercio con notevole abilità, a cominciare dalla stipula dei contratti ottenuti a condizioni piuttosto vantaggiose, anche in virtù delle pressioni che riusciva ad esercitare prestando denaro o intervenendo come patrocinatore pubblico nelle cause giudiziarie che i comuni intraprendevano per le più diverse ragioni.

Se alla montagna e alle risorse dell’ambiente naturale la villa di Ampezzo e le due piccole comunità di Oltris e di Voltois collegarono la loro realtà in uno stretto rapporto di interdipendenza, d’altra parte e molto per tempo anche la gente della zona affrontò l’esperienza dell’emigrazione, come mezzo inevitabile per sopperire allo scarso reddito di un’agricoltura modesta.

Una testimonianza del 1524 ci indica che la specialità lavorativa degli ampezzani e del canale di Socchieve rispetto alle altre zone della Carnia era la tessitura e la lavorazione delle lane e mezzelane miste a cotone e canapa, con l’ausilio delle donne adibite alla filatura, che poi le affidavano a qualcuno dei paesani che le smerciasse o le consegnavano ai mercanti che percorrevano le valli alla ricerca di questo manufatto.

Qualche decennio più tardi rispetto alla testimonianza citata, i primi valligiani avevano trasferito questa loro attività fuori dalla casa e dal paese, nelle ville del Friuli, ma anche nel Padovano, nel Vicentino e nella stessa Venezia.

Verso il Seicento, sempre più frequentemente, gli uomini cominciarono a lasciare il paese, di solito nella stagione in cui si rallentava il lavoro nei campi, per spostarsi nella “casa in Friuli” con il seguito di qualche figlio o di un garzone, per poi tornare in Carnia l’estate successiva a sovvenire nel lavoro agricolo il nucleo familiare.
Si trattava nel complesso di un flusso caratterizzato dalla periodicità, senza separazione dagli interessi e dai problemi della famiglia rimasta in paese.
Si hanno comunque degli effetti che principalmente ricadono sulla stabilità del nucleo familiare.
Infatti sono numerose le storie di liti insorte tra chi rivendicava l’indipendenza dai forti vincoli della famiglia patriarcale per garantirsi un’attività autonoma, e chi cercava di preservare l’unità familiare e patrimoniale.
Molto spesso la soluzione di queste liti fu il frazionamento del patrimonio in unità più piccole, ma autonome e rispondenti agli interessi dei diversi membri.

Anche a livello di forma organizzativa della vita comunitaria l’emigrazione portò dei mutamenti significativi, tradotti nella riduzione dell’assemblea dei capifamiglia ad un organo più ristretto e meno rigido, pena la paralisi della vita comunale.
In sintesi, si andò affermando il principio che la comunità si costituiva con le famiglie residenti nel paese, come le sole interessate ai problemi dei beni comunali, allo sfruttamento delle montagne e al mantenimento dell’ordine pubblico.

Costruzione chiesaAltri importanti mutamenti nel tessuto familiare e sociale si verificarono nel corso del Settecento, soprattutto in connessione con la tendenza generalizzata al distacco definitivo dal paese da parte di quanti si erano ormai inseriti nelle varie località dell’emigrazione e consideravano troppo difficoltoso continuare a mantenere in piedi il rapporto con il luogo o la famiglia d’origine. Il segno più tangibile che l’emigrante era intenzionato a staccarsi del tutto dal paese d’origine, era l’alienazione dei beni posseduti nella villa di Carnia, fatta essenzialmente con lo scopo di affrancarsi dai debiti e dagli affitti livellari invece di continuare a impegnare il reddito della bottega o il salario per il mantenimento di casa e terra ormai scaduti di interesse e situati troppo lontano dal luogo di lavoro.

Numerosi furono gli scontri tra i padri legati alla tradizione e al mantenimento della casa e del terreno e i figli eredi che volevano vendere il patrimonio ereditato per andare a lavorare altrove. Ampezzo era diventata più ricca e dotata di maggiori beni rispetto a Socchieve, che rimaneva comunque la villa capoquartiere, e al progressivo rilievo economico assunto all’interno del canale si associa la volontà di “emancipazione” ecclesiastica.
La dipendenza dalla pieve di Socchieve da sempre mal tollerata da Ampezzo conduce infatti gli ampezzani alla risoluzione di svicolarsi, nel 1642, dall’antica pieve e costituirsi parrocchia autonoma, alla quale si associano le comunità di Oltris e Voltois.

All’accrescersi dell’importanza di Ampezzo nel XVIII secolo concorse sensibilmente la risoluzione del senato veneto di riattare ed allargare il percorso di attraversamento della valle del Tagliamento, favorendo in tal modo gli scambi commerciali entro e fuori il canale.
Ampezzo si afferma allora quale polo commerciale del canale, la cui economia era tradizionalmente legata alla manifattura dei tessuti.
Quanto al riconoscimento politico amministrativo del ruolo di centralità progressivamente acquisito, questo avverrà in seno alla ridefinizione degli apparati amministrativi promossi in età napoleonica, dopo la caduta della Repubblica di Venezia avvenuta nel 1797, proprio per mano dell’armata rivoluzionaria di Bonaparte.

Si apre un periodo di instabilità destinato a trascinarsi per parecchi anni, con effetti poco favorevoli anche dal punto di vista economico.
In conformità del trattato di Campoformido, i francesi abbandonarono il Friuli e la Carnia passò agli austriaci, che ne presero possesso nel gennaio del 1798.
Tutte le tracce di innovazione giuridica e amministrativa portate dalla ventata rivoluzionaria furono cancellate; la Carnia doveva contribuire all’impero fornendo carri, cavalli e uomini e tutte le esenzioni e l’autonomia conosciute in epoca veneziana vennero meno.
Le testimonianze che ci giungono parlano di situazioni di estrema povertà, se gli abitanti di forni, come racconta una cronaca dell’epoca, “si vanno pascendo d’erbe selvagge; ma oramai sono ridotti tanti spetri, ed appena conservano traccie d’umana fisionomia”.

Il 26 dicembre 1805 la regione tornò a Napoleone, e il Friuli diventò così uno dei dipartimenti del regno d’Italia.
Questa nuova situazione si tramutò in un rapido e profondo cambiamento della struttura amministrativa a cominciare dalle basi e cioè dall’organizzazione comunale con l’applicazione della Legge dell’8 giugno 1805.
Essa prevedeva un consiglio comunale di 15 membri (essendo Ampezzo inferiore a 3000 abitanti), il quale si riuniva due volte l’anno e sceglieva i due anziani (gli assessori) che insieme al sindaco amministravano la comunità.
Sindaco e consiglio erano nominati dal prefetto del Dipartimento tra persone di rilievo all’interno della comunità.
Si tratta di una struttura totalmente diversa da quella precedente costituita dalla riunione dei capifamiglia (la “vicinia”), che con la riforma definitivamente scompare.

Uno dei cambiamenti d’epoca napoleonica fu pure quello, certo gradito dalla comunità, dell’istituzione del Cantone di Ampezzo, con un totale di 9034 abitanti.
La scelta del paese quale centro della zona era dovuta al fatto che esso era il più grosso (quanto a centro paesano in Carnia era superato solo da Tolmezzo e Verzegnis) sia alla sua relativa baricentricità tra i vari villaggi che formavano il cantone.
di essere capocantone portò allo sviluppo di molte attività generando un positivo movimento per l’economia locale e un aumento per la considerazione stessa di Ampezzo.

Il periodo napoleonico fu però una breve meteora, e già nell’ottobre 1813 Ampezzo vide il ritorno degli austriaci.
La Carnia fu inserita nel regno Lombardo-Veneto, costituito il 7 aprile 1815. Il modello napoleonico centralizzato e burocratizzato fu mantenuto.
Ampezzo divenne sede del XIX distretto del Veneto, mantenendo il ruolo di capoluogo dell’alta valle del Tagliamento.

Nel 1866 due squadre garibaldine attraversarono Ampezzo dirigendosi su Tolmezzo.
Fu il primo contatto del paese con le truppe italiane e con la nuova realtà statale nella quale Ampezzo fu inserito per le successive soluzioni diplomatiche del conflitto con l’Austria, unione sancita definitivamente dal plebiscito del 22 ottobre seguente.   Plebiscito svoltosi anche ad Ampezzo sul piazzale antistante la chiesa, dopo la Messa, e che darà risultato totalmente favorevole all’unione al Regno d’Italia. Numerosi furono gli ampezzani che parteciparono alle guerre d’indipendenza come volontari.
Alcuni si distinsero e furono feriti, altri dovettero sopportare una lunga emigrazione per le loro scelte, altri temere perché avevano disertato dalle file austriache nelle quali prestavano servizio militare.
Molti episodi e testimonianze raccontano di una partecipazione diffusa nel sentimento alla causa italiana. Il quadro sociale ed economico risultava variegato e mosso da diversi interessi: boschi, allevamento, agricoltura, artigianato, ma nessuno era tale da rendere autosufficiente il paese né gran parte delle famiglie.

La soluzione ai problemi economici non poteva che trovarsi nell’emigrazione, inizialmente localizzata nelle città del basso Friuli e del Veneto e poi spostatasi oltralpe, in Svizzera, Austria e Germania. Le attività svolte come emigranti mutarono: se prima l’impiego maggiore era quello di sarto, verso il ‘900 l’attività prevalente diventa quella di muratore.
il periodo di permanenza fuori dal paese si modifica con il mutare delle mete: non è più l’estate il momento del rientro, bensì l’inverno quando le condizioni atmosferiche non consentono di continuare i lavori nei cantieri.
Lentamente si assiste inoltre al passaggio da un’emigrazione temporanea a numerosi casi di emigrazione “stabile”, anche oltre oceano, pur rimanendo forte il legame con il paese d’origine.
Ciò favorì il fenomeno dell’abbandono del territorio, diminuendo la manodopera e l’interesse al mantenimento delle coltivazioni e dei pascoli.
Dopo una parentesi di calma relativa scoppia la prima guerra mondiale. Gli Ampezzani, inviati sui monti ai confini della Carnia (Pal Piccolo, Pal Grande, Freikofel), seppero comportarsi egregiamente, anche se le perdite furono rilevanti: 71 tra morti e dispersi.

Il 1° novembre1917, proveniente da Pani, dopo la rotta di Caporetto arriva in paese la prima pattuglia austriaca: ha inizio così il periodo della mai dimenticata invasione austro-ungarica.
Gli invasori saccheggiarono e depredarono il paese, trafugando alcune opere del Davanzo e facendo precipitare dalla torre campanaria le campane, che andarono in frantumi. Il 2 novembre 1918 giunsero finalmente i primi cavalleggeri italiani e le truppe austro-ungariche abbandonarono Ampezzo.

gruppoalpiniPassarono pochi anni e il regime fascista decise l’ingresso italiano nel secondo conflitto mondiale, dopo le campagne d’Africa e l’invio di truppe in Spagna a supporto del regime franchista.
Le perdite umane, morti e dispersi, in Albania, Grecia, Jugoslavia, e soprattutto nella rovinosa campagna di Russia toccano molte famiglie ampezzane che non vedranno più rientrare i propri cari.

Nella primavera del 1943 duecentottanta prigionieri neozelandesi vengono alloggiati presso Plan del Sac e presso la Maina di Sauris e prestano la loro opera nei lavori della S.A.D.E. L’8 settembre 1943 l’Italia firmò l’armistizio con gli alleati e presto in Carnia si attivarono i primi gruppi di resistenza, che sarebbero passati alla guerriglia ben presto, nella primavera seguente, non appena le condizioni climatiche lo avessero consentito.

L’opposizione al regime nazi-fascista fu dura e costò la vita di molti partigiani e civili. Un fatto che si ricorda è l’uccisione da parte di una squadra tedesca, il 14 marzo 1944, dell’operaio Gio Batta Candotti, che faceva ritorno, con un nipote, dal bosco verso sera. L’episodio riempì di indignazione tutti e incoraggiò alla resistenza chi ancora non aveva scelto la strada delle montagne.

Nella primavera-estate del 1944 il movimento partigiano in Carnia aveva raggiunto una notevole consistenza.
Alla fine di luglio la Carnia e le tre valli del Friuli Occidentale, erano quasi interamente liberate e si era così creato un vasto territorio precluso alle forze nazifasciste.
Questo territorio costituì la Zona Libera della Carnia e del Friuli e che fu la più ampia fra quelle che si formarono in Italia: 2.580 Kmq, con una popolazione di 90.000 abitanti, 38 comuni liberati interamente e 7 parzialmente. La Zona Libera della Carnia e del Friuli fu una vera e propria isola democratica in un territorio invaso ed annesso alla Germania.

Il 26 settembre del 1944 si assiste ad Ampezzo alla costituzione della Giunta di governo della Zona Libera della Carnia e del Friuli, che durò fino al 10 ottobre, giorno in cui i Tedeschi, con 30.000 uomini cominciarono il rastrellamento per l’eliminazione della Zona Libera.
La Giunta di governo, se pur per brevissimo tempo, fu un’esperienza di alto valore democratico che non ebbe eguali in alcuna delle repubbliche partigiane sorte in altre zone d’Italia e che ebbe il carattere peculiare di un’esperienza di autogoverno caratterizzata da autonomia di decisione, dalla facoltà di legiferare e di operare autonomamente, senza interferenze da parte dei comandi partigiani.

In quelle condizioni difficili si svilupparono concetti di democrazia che sembravano ormai dimenticati dopo vent’anni di dittatura, e quelle esperienze anticiparono principi che furono ripresi, e sono oggi fondamentali, nella Costituzione dell’Italia repubblicana.